breve di cronaca
Scuola senza fondi, la pubblicità entra in aula
Corriere della Sera - 18-03-2002
Al via l’autofinanziamento soft degli istituti milanesi.
Dal San Carlo all’Itis Giorgi, dall’Agnesi fino alle elementari tutte le iniziative in cantiere.

Pubblicità in classe. Tra i banchi durante la lezione di informatica, in palestra durante l’ora di ginnastica o nel laboratorio di lingue. Gli istituti milanesi approfittano dell’autonomia scolastica. Lanciano proposte alle aziende a caccia di visibilità. E si inventano modi originali per portare gli spot in aula. Non parliamo di idee ancora da realizzare, il futuro è già qui. «Abbiamo iniziative a due livelli - spiega Rodolfo Rossi, preside dell’Itis Giorgi -. Il primo: vendere l’elenco degli indirizzi delle famiglie degli studenti: una compagnia assicurativa è già interessata ad acquistare la mailing list, mancano solo le autorizzazioni dei diretti interessati. Il secondo: sta per decollare un consorzio di scuole, tra cui la nostra, che insieme creeranno un portale on line. Qui daremo la possibilità alle aziende di mettere la loro pubblicità».
Di certo l’Itis Giorgi non avrà problemi nel vendere i propri banner. «Una proposta del genere va presa in considerazione - dice Paolo Valcher, direttore del mercato education di Microsoft -. Del resto abbiamo già fatto qualcosa di simile. Al collegio San Carlo, per esempio, abbiamo offerto il lavoro dei nostri consulenti per la creazione del sito Internet della scuola. In cambio di una visibilità on line».
Galvanizzati dall’autonomia, i presidi danno libero sfogo alla loro creatività. «Non è forse compito dei dirigenti trovare i fondi per sostenere le attività scolastiche? Se qualcuno mi proponesse di finanziare la creazione di un laboratorio in cambio di uno spazio pubblicitario a scuola non avrei nessun problema», dice Giovanni Gaglio, preside dell’istituto psicopedagogico Agnesi.
Rilancia Luciana Ferrari, preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) Rossari Castiglioni di via della Spiga: «La mia scuola si trova nel quadrilatero della moda. Abbiamo spazi ampi. Ospiterei volentieri la sfilata di uno stilista durante la settimana della moda. Naturalmente dietro compenso a favore delle attività scolastiche».
Che le aziende pensino bene di tanta disponibilità è assodato. Spesso, però, il loro obiettivo non è semplicemente quello di appendere un cartellone pubblicitario. Vogliono di più. «Le proposte delle scuole diventano interessanti quando ci invitano a parlare con gli studenti, a offrire una consulenza, a diffondere la conoscenza delle nuove tecnologie», chiarisce Paolo Valcher di Microsoft.
Rende tutto più chiaro con un esempio Carlo Fornaro, responsabile relazione esterne di Omnitel: «Da settembre arriveranno i nuovi telefonini Umts. Nessuno saprà come usarli. Siamo disponibili per le scuole che ci invitassero a spiegare come funziona il trattamento delle immagini con questa nuova tecnologia in cambio di un contributo finanziario alle attività didattiche. Ci interessa meno, invece, la sponsorizzazione di una sala computer».
Se i presidi sono pronti a fare esperimenti, i ragazzi si dimostrano diffidenti. Addirittura ostili quando si ha a che fare con i collettivi studenteschi. «Noi del liceo Parini siamo stati tristemente all’avanguardia per quanto riguarda la pubblicità in classe - prende subito le distanze Pietro Guastamacchia, membro del collettivo del liceo classico -. Alcuni anni fa venne appesa a scuola la pubblicità di un noto marchio di scarpe di moda tra i ragazzi. L’anno scorso, poi, fu la volta di Stream che aveva raggiunto un accordo col preside per tenere un’assemblea sul Grande Fratello in cambio di abbonamenti gratuiti alla pay tv. Alla fine gli studenti sono insorti e hanno bloccato l’iniziativa».
Ma quali sono le obiezioni più forti? Risponde Luca Corradini, del coordinamento dei collettivi milanesi: «L’autonomia intellettuale degli studenti vale ben più di qualche milione nelle casse della scuola. E poi gli istituti del centro sarebbero avvantaggiati nel trovare sponsor rispetto a quelli meno "blasonati" della periferia».
In classe e fuori, la discussione è aperta.
Rita Querzé

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