Le Foibe e il linguaggio inconscio
Fuoriregistro - 08-02-2005
Riceviamo e pubblichiamo un articolo articolo tratto da Liberazione del 3 febbraio 2005. L'autore è Aldo Nove.

"E' colpa dei pensieri associativi /se non riesco a stare adesso qui", diceva Battiato in una canzone degli anni Ottanta.
In un altro contesto, Jacques Lacan, una manciata di decenni prima, formulò l'assunto: "L'inconscio è il linguaggio".
Sia Battiato che Lacan (in modo diverso) sono quindi consapevoli che un pensiero tira l'altro, e in questo movimento di associazioni mentali (di pensieri, di parole, di lettere) noi ci cadiamo dentro, più agiti che non soggetti veri e propri. La questione delle Foibe è un modello ineccepibile di questo processo.

L'associazione Foibe uguale male si infila a fianco di quella Foibe uguale regime di Tito, subito prima di Tito uguale comunismo esattamente nel momento in cui si crea la proposizione comunismo uguale male ed a questo punto il campo è libero, ciascuno continua come vuole, sono create le premesse ideologiche del discorso.

Purtroppo, l'oggettività di un fatto storico tragico sfugge a se stesso in questa eco che ne complica la comprensione, perché il fatto storico, nelle catene associative di cui sopra, è meno importante (per la politica televisiva italiana) del valore simbolico che assumono le sue conseguenze di parte. E' una questione di linguaggio, quindi, a prevalere. Linguaggio manovrato o sottratto. Una vicenda di lapsus. Lo stesso lapsus che fa dire, a Silvio Berlusconi, commosso ad Auschwitz, mai più "nazismo e comunismo", sintetizzando forse in "nazismo" "fascismo" e "nazismo" e allargando a sinistra, per par condicio, con "comunismo". Ecco allora le Foibe non come strage ma come merce da sacrificare sull'altare delle nuove coscienze, di qualsivoglia origine. Ciascuna a modo suo.

Le Foibe sono comode per la destra per avere anche loro una piccola Auschwitz italica, o di confine e insomma nostra, a testimonianza delle catene associative di cui sopra. Il nuovo pensiero forte, fortissimo di "Porta a porta" (che è il linguaggio che quotidianamente ci parla, altroché il pensiero debole di Vattimo) è così ideologicamente soddisfatto, e trionfante. Le Foibe ci sono state, i comunisti le hanno nascoste perché erano stati loro a farle, ora basta, il comunismo e il nazismo mai più. Anche se. Il linguaggio forte fortissimo di "Porta a porta", partendo da altri assiomi, sgranando altre associazioni, indugia, ad esempio, sul lato "umano" di Benito Mussolini. Anche se sarebbe ora, semplicemente, di sottrarsi a questa logica, rompere quelle associazioni e iniziare a pensare.

Quello che si vuol far passare attraverso le Foibe è che se c'è stato un tentativo folle di sterminio metodico dell'intero popolo ebraico si deve anche prendere in considerazione che ci sono state, e sì, ci sono state, le foibe per cui nazismo e comunismo sono la stessa cosa. Questo delirio, assecondato anche da alcune figure del centrosinistra molto orientato verso un centro che della sinistra farebbe a meno, è mutuato dal pensiero (dal non pensiero) del regime televisivo e ne perpetua il linguaggio. Tutto ideologico. Se le ideologie sono scomparse (è la televisione, a dircelo) è perché ce ne è rimasta una sola: quella, appunto, della televisione e di chi la fa. Vendendoci la storia come un prodotto. Infilando quel prodotto all'interno di un supermercato dell'esistenza dove gli altri reparti (profitto, coscienza, nozione della vita sulla Terra) sottostanno alle leggi del telecomando. Ciò a cui assistiamo è una sorta di mente bicamerale, partorita senza corpo dalla televisione e quindi da chi oggi in Italia la fa, che, divisa in due, sopravvive cercando di legittimare se stessa in un ideale di unità che non si può raggiungere perché non è vera. Perché sostiene nonsense. Non è vero che il comunismo ovunque ci sia stato ha portato sterminio e distruzione.

Lo diceva, lo ha detto, ad esempio, un tal Indro Montanelli, che comunista non era, ma era ospite dell'Italia e non di Bruno Vespa. Montanelli, anticomunista, aveva avuto a che fare con comunisti italiani che erano, parole sue, "gentiluomini". Che hanno scritto la Costituzione. Che hanno fatto la storia civile d'Italia. Ma tutto questo può e deve essere detto fuori da "Porta a porta". In Italia. Quando ci va di ricordarci che siamo uno stato e non un programma televisivo.


Documenti a confronto:

Operazione foibe a Trieste, ricerca di Claudia Cernigoi che "non nega la realtà delle foibe, né gli eccessi e le vendette personali, ma attraverso una ricerca rigorosa riporta il fenomeno fuori dal mito, presentandoci sull’argomento un lavoro agile, ma organico e completo" (dalla prefazione di Sandi Volk, ricercatore storico)

Le foibe fra ricordo e ricerca, un incontro finalmente sereno e meditato su un tema che dopo oltre mezzo secolo suscita ancora profonde emozioni.


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 dall'Unità    - 08-02-2005
Una Legge contro la Storia


Corriamo veramente il macabro rischio di aver pianto ieri i martiri dell’Olocausto e premiare oggi chi ha partecipato ai rastrellamenti per catturarli.
Abbiamo appena celebrato la giornata della memoria; in Italia e nel mondo ci si è commossi al ricordo dell’Olocausto, abbiamo pianto i milioni di donne uomini e bambini che hanno lasciato la vita nei campi di sterminio; i governanti della nuova Europa hanno reso omaggio ad Auschwitz.

Gli stessi governanti si sono impegnati, contro ogni forma di discriminazione e di razzismo, a ricordare e a far in modo che non si ripetano terribili eventi.
Ma oggi in Italia si vuole premiare chi è stato alleato con le armi in pugno con i nazisti sterminatori, chi ha potuto partecipare ai rastrellamenti per catturare gli ebrei e consegnarli ai forni.

È la terribile constatazione che dobbiamo fare quando arriva in aula al Senato una proposta di legge per il riconoscimento della qualità di belligerante a quanti militarono sotto le insegne della Repubblica Sociale.
Si vuole far credere, anzi lo si dice espressamente nella presentazione della legge, che si tratta di un provvedimento che “porta ad un riconoscimento di natura meramente formale” senza nessuna conseguenza pratica. Dunque in un momento così importante per la vita del Paese, con tante proposte di legge di indubbia importanza che aspettano, con tanti problemi che aspettano soluzione legislativa, si impegna il Parlamento in una discussione inutile.
Passiamo dalle leggi per una persona alle leggi senza utilità: veramente una bella offesa per la dignità delle assemblee legislative elettive.
Ma è chiaro che questa “legge inutile” ha una sua valenza simbolica: è il dare una dignità morale ad una Repubblica Sociale che dignità morale non ha. È lo scrivere la Storia non con i dati della storia, non con le ricerche, non con gli studi, non con la individuazione delle responsabilità, ma con il volere della politica e con i voti delle maggioranze.

È una strada pericolosa dal punto di vista morale e della coscienza civile per gli insegnamenti che ne derivano.

La legge, presentata da An, formalmente cerca una sua giustificazione nel fatto che i prigionieri militari della Repubblica Sociale venivano trattati dagli alleati come prigionieri di guerra. Certamente un privilegio rispetto ai partigiani che una volta catturati venivano torturati ed uccisi o inviati nei campi di sterminio, che abbiamo appena ricordato. Ma comunque anche se gli Alleati hanno mostrato umanità lo Stato legittimo italiano deve mantenere il diritto di considerarli traditori.

Il tentativo evidente è però quello di scardinare la verità storica: si delinea un tempo senza riferimenti istituzionali nel quale gli individui, tutti egualmente animati “da uno sconfinato amore per la Patria” dovevano risolvere individualmente tragici quesiti. Si nasconde che la Patria, l'Italia che nasce dal Risorgimento, è retta dallo Statuto Albertino ed è a tutti gli effetti rappresentata dal Re e dal suo governo che hanno dichiarato il 13 ottobre 1943 guerra alla Germania.

Dunque quelli che in Italia scelsero di servire direttamente o come alleati la Germania nazista erano e rimangono a tutti gli effetti traditori della Patria.

Questo è il punto che non può essere in nessun modo eluso e non può essere superato nemmeno simbolicamente con un provvedimento legislativo “senza nessun valore pratico”.

Rimarrebbe poi da chiedersi cosa si intende per militari della Rsi.

Per primo il pensiero va a quanti vennero reclutati e addestrati in Germania. Ed è inaccettabile l'offesa che ne deriva a quelle centinaia di migliaia di militari italiani che invece, proprio in Germania, preferirono la terribile prigionia e anche la morte al tradimento della Patria.

Abbiamo poi la Guardia Nazionale Repubblicana, polizia del partito fascista, le Brigate nere, destinate alla lotta contro i partigiani, la Legione Muti, nota per torture ai prigionieri, le estorsioni i saccheggi. Per non parlare della X mas e addirittura delle SS italiane. E considerato che a Verona nel novembre 43 gli aderenti al Partito Fascista si definirono militarizzati (con l'obiettivo chiaramente esplicitato di perseguire gli ebrei) la fila potrebbe allungarsi.

Tutti insieme ce li descrive Nuto Revelli “arrivano sempre dopo le operazioni di guerra, arrivano al seguito dei tedeschi. I fascisti sono feroci nelle operazioni nelle rappresaglie contro le popolazioni, contro gli inermi. Superano i tedeschi questi goffi italiani, canaglie per incendiare, ricattare, impiccare, sporchi nell'animo e nelle divise, con quel nero sul grigioverde, come se portassero indosso il lutto e il terrore”.
Senza motivo, senza particolari ed individuabili ricadute pratiche, con una “legge inutile” riapriamo questo capitolo della storia del nostro Paese? È troppo evidente che c'è la volontà di riscrivere la Storia ed è per questo che quanto sta accadendo al Senato non deve essere sottovalutato da nessuno, anche dalla massime cariche istituzionali.
C'è in gioco il filo che tiene unita la Storia del Paese, dall'Italia risorgimentale ai giorni nostri, il diritto, la continuità dello Stato, i passaggi che portano dallo Statuto Albertino alla Costituzione repubblicana.
Deve essere chiaro al Presidente del Consiglio Berlusconi che non si può partire da Auschwitz e far tappa a Salò, e al suo vice, Fini, che non basta chiamare Patria l'Italia, bisogna soprattutto chiudere, e per sempre, con chi la Patria ha tradito.

Daria Bonfietti


 gp    - 08-02-2005
Segnalo un documento che svela molti retroscena sull'insabbiamento dei crimini di guerra italiani che è stato pubblicato su indymedia.

Segr. Pol. 875

A S.E.
l'Ammiraglio Franco ZANNONI
Capo Gabinetto Ministero Difesa
ROMA

Roma, 20 agosto 1949

Caro Ammiraglio,

Negli scorsi anni e precisamente in periodo armistiziale quando da ogni parte ci venivano reclamati i presunti «criminali di guerra», quelli sopratutto che dai vari Governi ex nemici erano stati iscritti nelle liste depositate a Londra, il Ministero degli Affari Esteri propose e quello della Guerra accettò, che si cercasse di eludere tale consegna (che per molti italiani, dati i metodi della giustizia ad es. jugoslava, significava morte certa) provvedendo noi stessi ad esaminare i casi in base alle disposizioni del nostro Codice Militare che, più aggiornato di ogni altro, già prevedeva i delitti di quella specie.

Fu così costituita presso il Ministero della Guerra una Commissione che ebbe il compito di prendere in esame la condotta dei nostri, sopratutto in Jugoslavia. Della costituzione di tale Commissione venne dal Ministero degli Affari Esteri data allora notizia all'Ammiraglio Stone,

Capo della Commissione di Armistizio, il quale era in quel tempo sottoposto a ricorrenti richieste e pressioni del Governo di Belgrado perché procedesse all'arresto ed alla consegna degli italiani da esso incriminati. L'Ammiraglio Stone mostrò molto interesse e apprezzò la nostra iniziativa che, tra l'altro, aveva il vantaggio di offrirgli una scappatoia dilazionatrice di fronte alle richieste jugoslave, e pur non compromettendosi ad approvarla ufficialmente (in quanto si trattava di una nostra decisione unilaterale), chiese di essere tenuto al corrente dei lavori della Commissione. Lo stesso atteggiamento tennero in linea di massima i Governi occidentali ai quali avevamo comunicato la nostra iniziativa perché se ne valessero nel resistere alle richieste jugoslave.
Fu così possibile guadagnare del tempo, durante il quale molta acqua è passata sotto i ponti di tutti i Paesi, e fu possibile opporsi alle pretese di consegna sino al momento in cui la questione venne dai vari governi lasciata praticamente cadere. Sicché può dirsi oggi che lo stesso governo jugoslavo, che si era nel passato mostrato il più accanito, ha di fatto, da oltre un anno, rinunciato a reclamare i presunti criminali italiani. La questione può quindi considerarsi superata.

Senonché la Commissione d'inchiesta che doveva necessariamente svolgere con diligenza il proprio incarico e, tra l'altro, non dare l'impressione di scagionare ogni persona esaminata (il che sarebbe stato controproducente agli stessi fini che ci eravamo proposti di raggiungere nell'insediarla), selezionò un certo numero di ufficiali che furono rinviati a giudizio.

Erano i più presi di mira dalla Jugoslavia e nel rinviarli a giudizio ci mettemmo nella condizione di poter rispondere alle richieste di consegna, che innanzi tutto dovevano essere da noi giudicati. Fu spiccato nei loro confronti mandato di cattura, ma fu dato loro il tempo di mettersi al coperto. Taluni sono partiti per l'estero e tuttora vi si trovano in attesa di poter rimpatriare. Comunque il mandato di cattura rimase, credo, negli atti e non vi si dette mai il minimo principio di esecuzione.

Essendo rimasti gli unici a dover vivere ...
pericolosamente, costoro sentono tuttavia il disagio della loro attuale situazione e mi risulta che di essi taluni, più impazienti, sarebbero anche inclini a rendere responsabile il Ministero Affari Esteri (il quale aveva proposto la procedura su ricordata), del loro attuale disagio, dimentichi che ciò fu fatto nel preciso e unico intento di sottrarli alla consegna, come difatti avvenne. Ottenuto questo risultato e venuto meno le ragioni di politica estera che avevano a suo tempo consigliato quella procedura, il Ministero degli Affari Esteri, per suo conto, considera la questione non più attuale. La situazione delle persone di cui trattasi può pertanto essere ora considerata dal Ministero della Difesa nella sua competenza particolare e sarei grato se il Ministero della Difesa volesse farci conoscere il suo pensiero in proposito anche per consentirmi di sottoporre la questione al mio Ministro con ogni elemento di giudizio.

F.to ZOPPI

Fonte: Fondo Affari Politici del Ministero degli Affari Esteri italiano pubblicati in La questione dei "criminali di guerra" italiani e una Commissione di inchiesta dimenticata, a cura di Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer, in Contemporanea, a. IV, n.3, luglio 2001, pp. 497-528.




 Pierangelo    - 08-02-2005
da Repubblica Bari del 8.2.2005

UNA SERIE DI APPUNTAMENTI PER IL GIORNO DEL RICORDO

"Noi, i profughi dell´Istria dimenticati in questa città"

Giovedì anche a Bari le cerimonie per le vittime delle foibe

Una ferita ancora aperta. A Bari il dibattito aperto alla vigilia della Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe dimostra, una volta di più, come la ricostruzione di quelle vicende sia ancora una storia da farsi. Nell´ombra resta il caso del Villaggio Trieste, nato nella seconda metà degli anni Cinquanta ai margini dell´immediata periferia barese: una città nella città, dove trovarono rifugio decine e decine di profughi italiani provenienti non solo dall´Istria e dalla Dalmazia e da Fiume, ma pure da Corfù e dalla Grecia. Una diaspora contemporanea di cui è stato testimone sulla propria pelle don Giorgio Lionetti, nato a Bari 56 anni fa da una famiglia italiana, che da Patrasso si ritrovò a essere vittima dell´espulsione di massa decisa dal governo greco nel dopoguerra. L´infanzia e l´adolescenza passate nella comunità del Villaggio Trieste, dal 1982 don Lionetti è parroco di San Enrico, la chiesa di questo quartierino dimenticato. E anche in nome del suo ruolo è un po´ il custode della memoria dell´odissea disperata dei profughi in fuga dall´orrore delle foibe.
«Qui al Villaggio Trieste - racconta il parroco - tutto è rimasto com´era quarant´anni fa: il degrado avanza e la viabilità resta precaria. E ci sono ancora molte famiglie fuggite dall´Istria: sono i testimoni silenziosi di una tragedia che per molto tempo è stata taciuta. È gente che ha perso tutto, dai parenti ai propri averi». E la stessa strada dell´integrazione è stata in salita. «Si è andata costruendo negli anni. D´altra parte, sul piano affettivo i nostri genitori avevano perso tutto. E noi, i loro figli, siamo cresciuti col senso della rinuncia e del sacrificio». Ma tant´è. Atteso dopodomani, il Giorno del Ricordo può rappresentare un´opportunità per fare memoria anche di una pagina di storia cittadina scivolata nell´oblio. E il consiglio provinciale di Bari mette per quel giorno come unico punto all´ordine del giorno il ricordo delle vittime delle foibe. «Devo ringraziare il presidente Marco Sportelli e i consiglieri provinciali ? dice Michele Roca, capogruppo di An alla Provincia - per aver immediatamente aderito alla richiesta di convocazione del consiglio e sottoscritto, come per la Giornata della Memoria, una mozione unitaria, a conferma che i morti vittime delle violenze e dell´odio degli uomini sono morti di tutti e non di qualcuno. Mi auguro che anche il Comune di Bari adotti idonee iniziative, come l´intitolazione di una strada ai Martiri istriani e soprattutto interventi di riqualificazione nel Villaggio Trieste».
Se l´amministrazione comunale ha già messo in cantiere per il Giorno del Ricordo un momento di dibattito al Fortino, l´assessore alle Culture, Nicola Laforgia, non esita a replicare alla proposta di Roca. «Intitolare una via può anche essere una buona idea - dice Laforgia - Ma a questo punto credo che sarebbe opportuno fare altrettanto in nome di tutti i profughi del mondo, soprattutto quelli che cercano di guadagnare le nostre coste. Un problema poco sentito da chi oggi propone retoricamente di fare memoria con una targa per strada, mentre al tempo stesso alza barriere contro gli immigrati e manda l´esercito a fermare sul canale d´Otranto le carrette dei clandestini. Mi preoccupa insomma l´approccio strumentale: è come attribuire al male comunista la tragedia delle foibe e dimenticare che questo dramma ha avuto prima origine dalle atrocità perpetrate in nome dell´enfasi nazionalistica fascista».
Questo invito alla cautela è condiviso da Vito Antonio Leuzzi, direttore dell´Istituto per la storia dell´antifascismo. «Il rischio che si possa cedere a impeti revisionistici - interviene - è dietro l´angolo e non può servire che a confondere la verità storica. Non possiamo dimenticare che sono state le politiche guerrafondaie e nazionaliste a determinare le tragedie delle foibe e dei profughi».

ANTONIO DI GIACOMO

 Pierangelo    - 12-02-2005
Da l'Unità del 11.2.2005

Foibe, la memoria e la verità

È giusto ricordare e commemorare la tragedia e la violenza delle foibe e il dramma dell'esodo dall'Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia alla fine della Seconda guerra mondiale, certo condannando tutto ciò che ha sortito e provocato questi drammi, ma con ferma e convinta volontà di voler andare avanti. Vogliamo conservare e coltivare la memoria facendo sì che ciò abbia un effetto per quanto possibile positivo oggi, tentando cioè di superare la memoria come fonte di rancore, perché è ovvio che la memoria rancorosa non contribuisce a rendere più unita una società ma rappresenta solitamente un ostacolo su questo percorso. È giusto ricordare in omaggio a chi ha sofferto in prima persona delle violenze e il più delle volte - mi riferisco ai profughi - non è stato capito, nel senso che non è stata capita la dimensione del dramma che viveva, subendo così, per certi versi, un secondo dramma, quello di sentirsi non capito, appunto, quando non addirittura bistrattato da coloro che sperava gli riservassero l'accoglienza che ci si attende dai connazionali. Lo dico con sincera e ferma autocritica, ma è purtroppo sempre così: i profughi, gli sfollati soffrono due volte, la prima perché costretti a fuggire dal loro ambiente di casa, diventato stretto e insostenibile, la seconda perché approdano in un ambiente che scoprono ben presto non accogliente come pensavano. Dico “sempre” perché questa storia si ripete ancora, purtroppo, e l'ultimo esempio è nei vicini Balcani. È giusto ricordare, quindi; lo abbiamo fatto in maniera approfondita e diffusa quando approvammo la legge un anno fa, sottolineando altresì i ritardi, i silenzi, le rimozioni, le reticenze, i giustificazionismi che erano stati accumulati in rapporto a quelle vicende, e lo abbiamo fatto autocriticamente, mi permetto di ricordarlo, per quanto riguarda la mia parte politica. Oggi siamo a un anno di distanza dall'approvazione di quella legge e siamo chiamati a spiegare e riflettere, perché questo è il senso di quella legge. È la cosa in realtà più difficile, più impegnativa, perché dobbiamo tutti noi, tutte le parti politiche intendo, respingere la tentazione - a cui siamo soggetti credo tutti - di usare la memoria del passato come strumento politico oggi; e dobbiamo altresì evitare la tendenza, molto comune in questi casi, ad usare l'analisi storica dettagliata come strumento per il nostro agire politico. Voglio dire che dobbiamo distinguere tra i compiti della disciplina storica, che ha come oggetto del proprio lavoro il passato, e quelli della politica, che ha, in questo caso, come oggetto del proprio lavoro la memoria del passato, ovvero il modo in cui la memoria del passato agisce oggi, per fare in modo che la memoria non sia più motivo di divisione. Si sa infatti che la memoria divide ancora oggi, se continua a riproporsi semplicemente in termini rancorosi e unilaterali in rapporto alle vicende che l'hanno generata. Ciò riguarda, ovviamente, tutte le parti. Io credo che sia imperativo per noi (lo hanno sottolineato il presidente Ciampi, l'altro giorno, ed altri esponenti della nostra vita pubblica) far sì che i ricordi ragionati prendano il posto dei rancori esasperati. Ce lo impone la necessità di rafforzare la costruzione di un'Unione Europea, di una società europea democratica e ce lo consente la distanza temporale e generazionale da quelle vicende. Certo, la condizione per fare questo è ricordare senza rimozioni e condannare senza reticenze ciò che va condannato e denunciato: denunciare tutti i nazionalismi e i totalitarismi, il razzismo, i regimi dittatoriali che hanno determinato in Europa i conflitti con tutte le tragiche conseguenze. Del resto, la nostra Giornata del ricordo ha riguardato le foibe e l'esodo, ma riguarda anche (lo dice il titolo della legge) le più complesse vicende del confine orientale, riguarda le vicende dell'Adriatico nordorientale, che è una delle aree che maggiormente hanno caratterizzato la storia europea del secolo scorso. L'Adriatico nordorientale è un'area plurale, multietnica, popolata storicamente dall'etnia italiana, slovena e croata, un'area che è stata teatro di uno scontro-confronto tra due contrapposti progetti nazionali, quello italiano e quello iugoslavo. Ciò rientra nella storia d'Europa, è noto: il nostro Continente si è dato la configurazione organizzata con il modulo dello Stato nazionale su base etnica e questo processo ha generato conflittualità nei territori misti, plurali, che diventavano territori contesi e sottoposti a processi di omogeneizzazione etnica, a tentativi di riduzione più o meno violenta a condizioni di monoetnicità. Territori come beni contesi tra Stati vicini, dunque, come luoghi di scontro violento, usati per attizzare il fuoco di molte guerre e per tenere accesa la brace anche dopo.

Chi vive o ha vissuto in questi territori plurali, multietnici, conosce il significato dell'odio, della diffidenza e della tensione interetnica molto meglio che non il significato della convivenza interetnica pacifica, anzi sa bene che questa comporta sul piano politico e culturale un doveroso e forte impegno permanente. Io credo che da tale consapevolezza dobbiamo trarre gli insegnamenti per i nostri compiti oggi. Italia e Slovenia sono membri dell'Unione Europea, la Croazia è sulla soglia. Il presente ed il futuro sono quindi comuni e per renderli pacifici e produttivi dobbiamo dimostrare che quel territorio plurale è normalmente possibile come tale: il contrario, cioè, di quello che è stato. Dobbiamo rimuovere perciò tutti gli ostacoli. E un ostacolo potrebbe essere ancora la memoria storica - anzi le memorie storiche - se non facessimo il necessario affinché si arrivi ad un consapevole riconoscimento reciproco delle memorie contrapposte, con la reciproca assunzione di responsabilità, ad opera delle parti allora contrapposte, per quanto accadde. Questa reciprocità dovrebbe portare ad un omaggio comune a quanto ricorda le sofferenze e le violenze subite nel passato dalle diverse parti. Dobbiamo essere capaci, proprio attraverso l'assunzione delle responsabilità, di portare rispetto a tutto ciò che è avvenuto, senza omissioni, avendo presenti tutte le pagine di quella storia, nella consapevolezza che si è trattato di uno scontro tra diversi progetti nazionali, che i nazionalismi e i totalitarismi hanno estremizzato in forme drammatiche. Dobbiamo avere presenti, cioè, l'esodo drammatico dall'Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia, la violenza e la tragedia delle foibe, la repressione contro gli sloveni e i croati durante il ventennio fascista e l'aggressione della Jugoslavia nel 1941. Arrivare a questa visione comune, a questo omaggiare comune delle memorie diverse ci consentirà, io credo, di ricordare per unire, e non per continuare a dividere. Il voto pressoché unanime, un anno fa, sulla legge istitutiva del Giorno del ricordo ha voluto avere questo significato. Bisogna proseguire su questa strada: tutte le parti politiche e chi ha responsabilità istituzionale, tutti noi, dobbiamo dare prova di questa maturità, perché le condizioni per farlo serenamente sono, io credo, ormai mature.

Milos Budin
(senatore triestino della Commissione Esteri, è membro della Delegazione italiana presso l'Assemblea del Consiglio d'Europa e della Delegazione italiana presso l'Ueo.)