Il decreto ufficiale cambia ancora le carte in tavola
Pino Patroncini - 19-01-2005
Quante ore di scuola farà uno studente nella nuova scuola professionale prevista dal decreto pubblicato martedì scorso? Al massimo 15 ore settimanali! E’ quanto si evince dall’articolo 17. Infatti le ore annue saranno 990, che suddivise per le 33 settimane di scuola canoniche faranno 30 ore alla settimana. Ma di queste un quarto non sarà obbligatorio ed almeno un altro 25% sarà fatto in “contesto lavorativo” ( fuor di metafora: saranno ore di lavoro non di scuola). Insomma solo il 50% dell’orario sarà di scuola. E poiché si dice “almeno” ( almeno!) nessuno può escludere che le ore di scuola possano essere anche pari a 0 ( zero!).
Nel merito si può aggiungere che, dopo aver privato (col decreto 276 applicativo della legge 30 sul mercato del lavoro) della poca formazione che c’era l’apprendistato, questo ministero ne vuole privare anche la formazione professionale, riducendola a lavoro. Ovvero c’è da chiedersi: quante alternanze scuola-lavoro ci saranno dunque? Quella prevista dall’apposito decreto, quella evanescente dell’apprendistato, quella prevista dalla formazione professionale. Oppure tutto si ridurrà ad un unico pout pourrì?

Basterebbe questa “pochezza” di ore di scuola ( che si aggiunge alla riduzione delle annualità).per dimostrare quanto fasulla sia la pari dignità formativa col sistema liceale.
E basta anche a dimostrare che abbiamo vinto la scommessa sul fatto che tra l’illustrazione del decreto fatta giovedì 13 e la sua pubblicazione di martedì 18 ci sarebbero state modifiche, frutto delle ultime pressioni avanzate in extremis dalle lobbies più svariate.

Infatti non è questa l’unica modifica: cambiano ancora i piani orari del liceo tecnologico. Le ore opzionali obbligatorie, quelle che, ancorché limitate agli ultimi tre anni, servono a caratterizzare gli otto indirizzi, passano da 8 settimanali a 10, mentre l’orario obbligatorio si riduce da 25 a 23 ore. E queste 10 ore dovrebbero essere tutte ( tutte?!) di laboratorio. Troppa grazia, Sant’Antonio! vien da dire, ricordandoci che i laboratori nel liceo tecnologico qualcuno proprio non li voleva.

E che dire del modo ambiguo in cui la data fatidica in cui tutto ciò avrà inizio viene definita? La data resta di fatto il 1 settembre 2006, ma chi diventerà liceo e chi passerà alle regioni è di nuovo un busillis. Tutto si risolve in una tautologia: diventerà liceo chi darà i titoli previsti dal liceo e diventerà regionale chi darà i titoli previsti dal professionale. E per di più nella medesima sede potranno convivere, previa intesa istituzionale, anche entrambe i sistemi. Una concessione estrema a Confindustria? Un modo per tacitare l’incipiente protesta dei professionali? Una maniera per salvare i percorsi integrati presso gli ITIS? O un po’ tutto ciò?
Ma allora non sarebbe stata meglio una riconsiderazione della funzione professionale in rapporto ai saperi scientifico-tecnologici, anziché questa fretta istituzionale e ordinamentale?

Last but not least: normalmente questi decreti si chiudono con un articolo sulla copertura finanziaria. Qui non c’è. Chi pagherà?



interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Gianni Mereghetti    - 19-01-2005
Lettera aperta al Ministro Moratti

Gentilissimo ministro,

ho letto il documento di lavoro con i principi e le linee per la riforma del II ciclo del sistema scolastico e mi sono nate parecchie domande, in quanto non trovo più corrispondenza tra quanto da lei spesso dichiarato e l’immagine che si vuole dare oggi alla scuola della riforma.

Se non ho inteso male lei ha sempre sostenuto di voler concedere agli studenti la possibilità di scelta tra due percorsi entrambi di qualità, uno liceale e l’altro di istruzione e formazione professionale. Nel documento diffuso dal MIUR di questa sua idea, che condivido totalmente e che mi è sempre sembrata la vera novità della riforma, non ho trovato traccia. Forse ho letto male oppure non ho capito, però l’immagine di scuola che emerge è quella propugnata da una vecchia concezione di matrice egualitaria, che vuole una scuola liceale di massa, tradendo così sia le esigenze di un percorso liceale di qualità sia quelle di un’istruzione e formazione professionale di alto profilo.

Se ho inteso male vorrei capire, se invece vi è stata una svolta nell’iter riformistico mi piacerebbe conoscerne le ragioni, in quanto mi sembra contraddittorio alla sua impostazione andare a creare una scuola prevalentemente liceale, con una istruzione e formazione professionale di fatto marginale!

L’altro fattore rispetto al quale mi trovo a disagio è il destino degli insegnanti. Mi pare, ma mi piacerebbe essere contraddetto, che il procedimento che il suo ministero sta mettendo in atto li veda sempre più relegati al ruolo di funzionari statali, senza che possano mettere in campo la loro professionalità e la loro libertà, per il semplice fatto che la sua è una scuola scontata, cui piegarsi e non da creare! Eppure mi avevano entusiasmato i suoi diversi interventi sulla professionalità docente e sulla sua centralità dentro la scuola. Le sue promesse di liberare il mondo docente dalle catene della burocrazia e del sindacalismo mi avevano fatto sperare in una svolta epocale, oggi non ritrovo nulla di tutto ciò, anzi temo che il futuro sia una pura clonazione del passato.

Spero che lei chiarisca o i malintesi in cui sono incorso leggendo il documento da lei reso pubblico o le ragioni di una direzione riformistica del tutto nuova. In ogni caso, essendo un documento di lavoro, mi auguro che sia aperto a quei miglioramenti che lo rendano il più vicino possibile all’idea di riforma che lei ha sempre sostenuto e che offre agli studenti del secondo ciclo la possibilità di scegliere tra due livelli di istruzione di qualità e agli insegnanti le condizioni per mettere in campo una vera libertà professionale.

La ringrazio per la sua attenzione.

GIANNI MEREGHETTI
Insegnante di Storia e Filosofia al Liceo Scientifico Pascal di Abbiategrasso

 Anna PIzzuti    - 19-01-2005
Anche io ho un cane, come Paola Mastrocola. Un cane di nome Erasmo, con il quale spesso me ne vado in giro e con il quale parlo. Di scuola, quasi sempre, e con lo stesso atteggiamento nostalgico dell’insegnante scrittrice, ma non con lo stesso punto di vista. Non dalla cattedra, cioè, ma dai banchi: il punto di vista che preferisco.
Oggi la passeggiata è stata più lunga del solito, perché da raccontare c’era molto e, a differenza di quanto accadeva finora, questo molto, finalmente, fondato su una proposta precisa, una bozza autentica, una bozza doc.
Un capo solo, però, non tutta la bozza : il capo III, eufemisticamente o ironicamente sottotilotato L’istruzione e la formazione professionale.
Erasmo mi ha ascoltato molte volte ragionare su questo argomento e, forse, non ne può più, ma è un cane gentile, e non protesta, mentre mi pongo, ancora una volta, la domanda: ma perché c’è bisogno di un decreto per attribuire, alle regioni, qualcosa che regolano già, cioè la formazione professionale?
Ricomincio a ragionare sul Titolo V, ma capisco dal suo sguardo che non lo tollererebbe, quindi passo oltre.
Anche sul comma 3 dell’articolo 15 (il primo del capo III) debbo sorvolare: come spiegargli la mia perplessità per il fatto che “i livelli essenziali del presente Capo costituiscono requisiti per l’accreditamento delle istituzioni formative che realizzano i percorsi di cui al comma 1.”? Come spiegargli che già quasi tutti gli Istituti professionali e gli enti di formazione professionale hanno da tempo proceduto ad’“accreditarsi” (con un dispendio notevole di euro) come istituzioni formative, visto che è questo un requisito necessario per ricevere i finanziamenti dell’ Unione Europea, mentre il decreto sembra stabilire solo ora i requisiti per poterlo fare?
E’ acuto, però, Erasmo, e mi fa notare che già prima che l’articolo 15 termini, ecco che non si parla più di Istruzione e formazione professionale, come nel sottotitolo, ma che, da oggi in poi, si dovrà parlare di Istituzioni Formative.Quindi saranno queste ultime, a doversi accreditare. Che poi siano le stesse di prima, ma con il nome cambiato, che vuoi che importi. Un nome è solo un nome, ma al MIUR sembrano ignorarlo.
Anche se “Istituzioni formative” non è un’espressione del tutto nuova: veniva finora impiegata, nei documenti ufficiali, nelle convenzioni. …. e tutte le altre istituzioni formative presenti sul territorio, si scriveva, ad indicare tutto ciò che alla scuola poteva affiancarsi. Affiancarsi, non sostituire. E tra queste istituzioni, la prima, in genere, era la formazione professionale. Contro la quale Erasmo sa che non ho nulla, consapevole come sono che essa assolve ad un ruolo importante per molti ragazzi, un ruolo suo, però, che, a questo punto, ignoro proprio quale diventerà nel futuro.
Staranno tremando le persone che ci lavorano? ” mi chiedo e gli chiedo “O saranno, invece, contente?” Perché anche questo è un problema, secondo me. Ma l’estensore del capo III non sembra preoccuparsene, nessun dubbio lo sfiora. Anzi, si ha quasi l’impressione, fin dall’inizio, che la stia creando ex novo, la formazione professionale, la stia tirando fuori dal cilindro.Una specie di Minotauro alla rovescia, con un corpo fragilissimo, ma con una coda molto importante.
I titoli e le qualifiche conseguiti al termine dei percorsi del sistema di istruzione e formazione professionale di durata almeno quadriennale consentono di sostenere l’esame di Stato, utile anche ai fini degli accessi all’università e all’alta formazione artistica, musicale e coreutica, previa frequenza di apposito corso annuale, realizzato d’intesa con i licei, con le università e con l’alta formazione artistica, musicale e coreutica.”
Così il comma 6 dell’articolo 15, dopo che nel comma precedente e poi più chiaramente ed assertivamente negli articoli successivi, si dice che l’Istituzione Formativa, rilascia qualifiche e “diplomi” quadriennali.
Li vedo già, licei (licei? Ma da dove spuntano? Nella legge non erano nominati) ed università che si danno da fare per predisporre contenuti e metodi in grado di adeguare i “percorsi formativi” e gli obiettivi o standard minimi (gli OSINI, quelli definiti per i percorsi integrati, come avevo subdorato fin dall’inizio) alle loro esigenze, il tutto in un anno ….
Anche Erasmo qualche dubbio lo ha, in effetti.
Ma non ne ha l’estensore, il quale, al contrario, è convinto che le regioni assicureranno percorsi di Istruzione e formazione “personalizzati con riferimento al profilo educativo, culturale e professionale del secondo ciclo”, quelli dei licei, per intenderci, ma non attraverso l’Istruzione, bensì “attraverso l’esperienza reale e la riflessione sull’operare responsabile e produttivo” (Art 18, comma 1 lettera a)
Ben il 25% di esperienza reale, su 990 ore annue di “percorso formativo”, cioè 247 ore annue. Virgola 5. E l’articolo 17 che ciò decreta e stabilisce, dimenticandosi di precisare in quale dei tre o quattro anni ciò avverrà, finisce per avvalorare il sospetto che questa modalità di formazione (?) inizi già dal primo anno, a quattordici anni. Del resto, l’esperienza deve venire prima della riflessione, anche di quella sull’” operare responsabile e produttivo
O no? Chiedo al mio cane.
Il quale però scodinzola tutto soddisfatto: un punto a nostro favore lo portiamo a casa, sempre con l’articolo
17: “l’avvio dell’anno formativo
sarà “contemporaneo all’avvio dell’anno scolastico”. E’ uno dei livelli essenziali richiesti alle Regioni.
E poi i maligni sostengono che non c’è pari dignità tra i due percorsi.

 Vittorio Delmoro    - 20-01-2005
Caro Mereghetti, non è mai troppo tardi per aprire gli occhi sulle infatuazioni per la riforma, tradite dai fatti; come peraltro noi oppositori ideologici abbiamo denunciato fin dall'inizio...