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Una banda di farabutti
Repubblica - 25-12-2004
Torna il "Baldus" capolavoro maccheronico del cinquecentesco Teofilo Folengo
In Francia l´opera era stata tradotta fin dal 1606 ed aveva ispirato François Rabelais
Il protagonista è travolto come don Chisciotte dalle avventure cavalleresche
Un impasto abnorme di latino e dialetto padano, una mistura inventata dai goliardi dell´antica università di Padova


L´arte come imitazione della natura o come parodia? Secondo la retorica bizantina imitazione è soltanto un eufemismo e sono parodia della inafferrabile natura anche i poemi epici e le tragedie della Grecia classica. I poemi cavallereschi da Ariosto a Tasso a loro volta sono parodia dei poemi epici, ma ancora capaci di mettere sulla strada delle avventure «cavalleresche» el ingenioso hidalgo Don Chisciotte della Mancia. E finalmente sono parodia della parodia i poemi burleschi: Pulci, Tassoni e, caso estremo, il Baldus di Teofilo Folengo. Caso estremo in quanto la parodia si raddoppia coinvolgendo la lingua, un impasto abnorme di latino e dialetto padano, una mistura derivata direttamente dal latino maccheronico inventato alla fine del Quattrocento dai goliardi della antica Università di Padova per la redazione dei «papiri» e dei «codicilli» assegnati alle «matricole» dagli studenti anziani all´inizio di ogni nuovo anno accademico. Folengo aveva frequentato l´Università di Padova dove aveva preso un primo contatto con il latino maccheronico della goliardia.
Il poema eroicomico Baldus di Teofilo Folengo (che firmò la sua opera Merlin Cocai) nobilita il latino maccheronico dei goliardi impegnandolo in un testo picaresco sulle mille avventure di un allegro lestofante, capace di ogni spavalderia ma di animo nobile e generoso, nato da Baldovina figlia del re di Francia e da Guidone lontano discendente di Rinaldo. Già la prima figura di Baldo così come compare nel poema lo fa idoneo a tutte le imprese più spericolate: «due spalle belle larghe, il petto rilevato e possente, ma ai fianchi così sottile che una breve cintura lo cinghia. Tutto nervi nelle gambe, corto di piede, asciutto di stinche, diritto come un fuso quando cammina e di passo lieve...» Il poema di Folengo venne pubblicato da Feltrinelli nel 1958 in una edizione memorabile in quanto per la prima volta il testo cinquecentesco in latino maccheronico aveva a fronte una traduzione integrale. Giuseppe Tonna, autore della impegnativa traduzione, l´aveva arricchita con espressioni gergali o dialettali che in qualche modo richiamavano il sapore burlesco dell´originale latino maccheronico. Non si trattava insomma di una traduzione neutra ma di una vera e propria interpretazione di forte coloritura espressiva. Se si pensa che in Francia l´opera di Folengo, nominato come ispiratore di François Rabelais, era stata tradotta nel 1606, ci si rende conto di quanto dobbiamo essere riconoscenti all´opera di Giuseppe Tonna che in questo lavoro aveva impegnato, insieme alla conoscenza diretta dell´area dialettale padana, la propria esperienza filologica di normalista e allievo di Giorgio Pasquali.
La traduzione del poema di Folengo, pubblicata ora come opera autonoma (Teofilo Folengo, Il Baldo tradotto da Giuseppe Tonna, Ed. Diabasis, pagg.334, euro 25,80), sollecita il confronto con la prima traduzione del 1958 in quanto l´editore ha tenuto conto delle numerose correzioni riportate a mano dallo stesso Tonna sulla prima traduzione fino al 1979, anno della sua scomparsa. Appare subito evidente che il traduttore ha privilegiato con le nuove correzioni una redazione più scorrevole a costo di rinunciare a qualche espressione gergale o dialettale che poteva essere apprezzata da chi come il sottoscritto appartiene alla stessa area dialettale di Tonna, ma che in altri avrebbe forse intralciato la lettura. Per chi volesse fare un riscontro con l´originale folenghiano esiste un´ottima edizione del testo con una traduzione letterale, non letteraria come quella di Tonna, nelle Edizioni del Poligrafico dello Stato nella collana Cento Libri per Mille Anni diretta da Walter Pedullà. Oltre a una intensa prefazione di Giulio Ferroni, la ristampa del 1997 è accompagnata da una scelta di giudizi che offrono una grandiosa dimensione critica di questo capolavoro sconosciuto.
Difficile riferire le innumerevoli avventure del protagonista e dei suoi soci, soprattutto di Cingar, maestro di imbrogli e di beffe ingegnose. Il mondo contadino è il palcoscenico sul quale si svolge l´azione della banda di teppisti con a capo il Baldo: un mondo di concretezze, di rapporti corporali, grandiose magnate, senza mai un cedimento alla lusinga dei sentimenti. Il poema di Folengo passa da una avventura all´altra senza segno di necessità ma con una totale disinvolta aggregazione che in qualche modo rende più spedita e allegra la lettura. A parte l´originale scelta di una lingua artificiale come il latino maccheronico, l´andamento destrutturato del Baldus in qualche modo lo apparenta al Morgante di Luigi Pulci in una stagione felice che produsse una serie di opere giocose o eroicomiche con frequenti contaminazioni linguistiche. Lo conferma lo stesso Luigi Pulci il quale raccolse una serie di espressioni dialettali e gergali in un Vocabolarietto della lingua furbesca (pubblicato da poco all´interno della nuova edizione Garzanti del Libro dei vagabondi di Piero Camporesi).
Travolto proprio come Don Chisciotte dalle favolose avventure dei romanzi cavallereschi, Baldo forma insieme a Fracasso, Cingar e Falchetto una banda di farabutti che procede di passo in passo trasformando ogni incontro in occasione di nuove invenzioni truffaldine. Che continuano anche quando Baldo viene imprigionato con l´accusa di avere ammazzato il caporione di Cipada, suo paese natale, da dove partono tutte le avventure del protagonista e della sua banda. Finalmente Cingar riesce con un imbroglio a liberare Baldo dalla prigione e con lui ripartono le avventure, sempre più fantastiche, della seconda parte del poema.
Un imbarco a Chioggia finisce con un naufragio e l´approdo su uno nero scoglio dove Baldo si inoltra in una grotta profonda, una specie di antro infernale dove, agli ordini di Mercurio un manipolo di schiavi lavora con alambicchi e crogioli alla trasmutazione di materie vili in oro e argento. Qui Baldo incontra una gran dama, «bella grave e leggiadra» di nome Manta, da cui il nome di Mantova (una graziosa etimologia maccheronica per la città natale di Folengo), la quale lo lusinga dichiarandolo il più prode guerriero del mondo (e qui il Folengo coglie l´occasione per lodare anche i Gonzaga signori della sua città natale). Alla fine del suo sproloquio, la dama definisce i termini della saggezza: «Avere sempre la borsa gonfia di ducati, la qual cosa più importa e reca più alto onore che star lì a rompersi la testa sui libri e a perdere il cervello a studiare le stelle». Una idea diciamo così libertaria in chiara polemica con gli statuti di armonia culturale del Rinascimento.
Altre avventure proiettano il nostro Baldo in una evocazione diabolica notturna in piena regola, con il cerchio di fuoco e la mediazione di una strega. Arriva finalmente una frotta di diavoli e diavoletti capaci soprattutto di fare un bel po´ di confusione. Del resto già dai loro nomi, salvo alcune eccezioni, si capisce che gran parte sono diavoli da burla: Astarotte, Belzebù, Asmodeo sono diavoli patentati di prima scelta, poi Alchino, Molcana, Zaffo e Taratar, Ciriel, Melloniel, Zaccara, Scarmilio, Paimone, Bombarda e Ciriatto. Un´area dove si scatena la fantasia di Folengo è nella invenzione dei nomi. Già in una prima riunione dei saggi di Cipada («Soloni» li definisce Folengo) troviamo riuniti intorno a un tavolo Bertazzo, Mengo, il Gobbo, Cagnana, Gurasso, Zanardone, Garapino, Slanzafoiada. E´ facile immaginare quali sagge decisioni potranno sortire da questi Soloni.
A forza di agitarsi in ogni direzione Baldo precipita in un Inferno quasi dantesco popolato da «tante streghe quante sono le nere mosche che genera l´arida Puglia», e una squadra di prostitute alle quali, ora in veste di moralista, Baldo perdona gli amori furtivi «ché una colpa è mezzo perdonata se sotto coltre si mantien celata». L´avventura infernale di Baldo si conclude con l´ingresso in una grande zucca vuota dove si trova in compagnia di «poeti, cantastorie e astrologhi, che inventano, cantano, indovinano i sogni alla gente e hanno empito i loro libri di fole e cose vane». Proprio come Teofilo Folengo che infatti si trova anche lui dentro la zucca, «zucca mihi patria est», come autore di questa lunga fola maccheronica così in linea con l´Italia maccheronica di questi anni.

Luigi Malerba
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