Le brutte parole
Pierangelo Indolfi - 03-01-2005
Segnalo da da Ecole - Dicembre 2004


Può la mannaia dei tagli alla scuola del governo Berlusconi compattare idee della formazione diverse e renderle concordi? È possibile pensare che il marcio della privatizzazione e confessionalizzazione della scuola venga tutto dalle confuse idee della ministra Moratti? Possiamo dimenticare che gli assi della trasformazione buro-familistico-tecnicista della scuola non sono stati generati solo dai governi delle destre, ma al contrario partoriti, con dignità di Riforma, proprio quando il centrosinistra era al governo?
Possiamo scambiare il successo della manifestazione e dello sciopero del 15 novembre come l’inizio di una nuova stagione di mobilitazione di genitori, studenti e lavoratori della scuola?
Vorremmo. C’è in tutti coloro che insegnano un disperato bisogno di buone notizie, di speranze e di prospettive capaci di ridare colore a un lavoro ingrigito, sempre più considerato marginale e parassitario.
Ma per crederci davvero bisognerebbe che si facesse una ragionevole chiarezza su quale scuola è possibile dopo la necessaria e auspicabile uscita di scena di Moratti & co. Bisognerà chiarire subito che non è di nuove e ancora più altisonanti riforme che la scuola ha bisogno, che non serve che i soliti noti “saggi” della Gad si mettano a studiare un’altra trasformazione epocale (come quella di Berlinguer) della formazione nel nostro paese. Meglio sarebbe che si cominciasse da un serio sforzo di semplificazione e di abrogazione liberando la scuola sì dal turpe armamentario della riforma Moratti, ma anche dalle ormai radicate metastasi della “cultura” della privatizzazione che, anche in assenza della riforma del centrodestra, possono ugualmente diffondersi. Un’idea potrebbe essere inventare altre parole per “abrogare” certamente tutor e portfolio, ma anche dirigenti, open day, passerelle, crediti formativi, offerte formative, debiti, accreditamenti, patenti informatiche, certificazione di qualità, corsi Fse, sistema pubblico-privato, eccetera.
Parole in cui è intrappolato e costretto il lavoro didattico sempre più descritto e agito come una funzione economico-amministrativa, subordinata – va da sé – alle inconfutabili leggi del mercato.
Naturalmente non basterà cambiare il nome delle cose per cambiarne il senso, ma già usare “abitanti della scuola” e non “utenti del servizio scolastico” può rasserenarci e rendere la vita nei luoghi della formazione un po’ meno tardofordista. Non vogliamo, naturalmente, una legge dello stato che stabilisca le nuove parole della scuola, raccogliendole in una sorta di dizionario del politically correct del settore. Ma sognamo che alla standardizzazione dei termini del nostro triste momento attuale (frutto di un vero delirio centralistico) segua una liberalizzazione che ridìa a chi vive la scuola il diritto di nominare individualmente e collettivamente le cose in base ai concetti e alle idee che si vogliono esprimere. Così – ad esempio – potrebbe essere definitivamente eliminata dal lessico scolastico la parola “supplente” attribuita ingiustamente a coloro che insegnano come il personale di ruolo senza supplire nessuno, ma essendo licenziati anno per anno e (forse) riassunti l’anno successivo senza diritti. Per loro si potrebbero invece usare termini più congrui come “insegnante sfruttato” o meglio “insegnante più sfruttato”, “insegnante precario per dolo dell’amministrazione”, “insegnante in attesa di licenziamento”, “insegnante plurilicenziato” o più ottimisticamente “pluriassunto” o più tristemente “docente parìa”. Così anche uno dei drammi più seri della scuola italiana, che funziona macinando anno dopo anno i diritti al lavoro e alla dignità professionale di centinaia di migliaia di persone (in cambio possono però godere di un termine, supplente, che dà loro un’immagine di eterna giovinezza, un po’ come accade per tutto il personale che di riforma in riforma “ringiovanisce” non raggiungendo mai la pensione), sarebbe finalmente trasparente.

GIANPAOLO ROSSO

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