Dove va la scuola italiana?
Leonardo F. Barbatano - 14-12-2004
I motivi di scoramento che l’attuale situazione di questo nostro sfortunato Paese ci offre quotidianamente sono molteplici e non si fa in tempo a riflettere su uno di essi che subito la fertilissima fantasia di questo governo ne propone un altro. Ritengo però, e scusate l’interesse privato, che, come al solito, sia la condizione della scuola che debba preoccuparci massimamente, poiché il continuo attacco a cui essa è sottoposta rischia di sgretolarla definitivamente e con essa, per il suo essere pilastro del vivere civile, di sgretolare l’intera società.
Continui tagli dei finanziamenti destinati alle scuole stanno assottigliando enormemente i servizi che queste possono garantire; le scuole, come quella dove insegno, sono costrette ad aumentare il contributo scolastico versato dalle famiglie degli studenti in quanto il governo della illusoria riduzione delle tasse sta non illusoriamente riducendo i finanziamenti alle scuole.
Gli organici vengono ridotti continuamente e il numero degli studenti nelle classi aumenta altrettanto continuamente (e al diavolo la qualità dell’insegnamento, al diavolo la cultura, lo spirito critico); mentre l’organico dei docenti diminuisce, vengono assunti oltre nove mila insegnanti di religione, di una materia facoltativa, i quali saranno docenti di ruolo della Repubblica italiana, ma dovranno sottostare al placet della curia vescovile.
Pare ormai certo che gli istituti professionali passeranno alla dipendenza delle regioni, gli istituti tecnici smarriranno, liceizzandosi, la loro precipua ricchezza, l’unità di teoria e pratica, mentre i licei rimarranno statali e dovranno rappresentare sorta di santuari della teoria (penosa, non ho altri termini per definire la concezione della “cultura alta” come sola teoria che si legge nei documenti ministeriali disponibili sul sistema dei licei: sembrerebbero scritti da scolastici medievali; forse si capisce perché non si conoscono i nomi di coloro che stanno lavorando a questa “riforma” della scuola: se ne vergognano).
Se aggiungiamo a tutto ciò l’incredibile diminuzione delle ore dedicate all’insegnamento, la scelta precoce tra licei e formazione professionale, lo scardinamento del sistema dell’insegnamento elementare ( con l’introduzione del tutor, che porterà ad un pauroso impoverimento della qualità dell’insegnamento in questo grado della scuola italiana, ritenuto finora tra i primi al mondo), l’attacco al carattere laico della nostra scuola fingendo di difendere i cosiddetti valori cristiani, si può comprendere quale feroce aggressione si sta concentrando sulla scuola italiana. Dicono in malafede di volerla migliorare, ma proprio come in malafede dicono di voler diminuire le tasse, di voler migliorare la giustizia, ecc. ecc.
Ma dove va la nostra scuola e noi con essa? Noi, che troppo spesso non sappiamo essere intransigenti nel difenderla? Ma non è che, per caso, manchi a noi italiani proprio un’intransigenza morale, un senso etico che ci faccia dire qualche volta che ci sono cose che non si possono tollerare, come la distruzione della scuola o, per esempio, che una persona condannata dai tribunali della repubblica non possa avere incarichi pubblici e politici? Speriamo che i cittadini di questo Paese sappiano trovare l’intransigenza morale e la forza di volontà di mandare a casa al più presto questi “governanti”.

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 ilaria ricciotti    - 14-12-2004
Ecco, l'ultimo capoverso di questo scritto spiega benissimo perchè la nostra scuola sta andando verso un baratro, da cui non potrà più risalire.
Agli ottimisti chiederei di spiegare che cosa trovano di educativo, formativo, giusto ed innovativo in questa becera riforma.
Ed inoltre chiederei a tutti coloro che nella scuola ci vivono ciò che ha affermato Leonardo, e ciò perchè manifestano tanta difficoltà a difenderla. La scuola è lo specchio della società ed oggi anche la scuola purtroppo riflette una società in cui l'aria che si respira è l'incertezza, l'ingiustizia e la mancanza di valori morali.
Ecco perchè dobbiamo svegliarci tutti, insegnanti e non, e difendere la scuola di tutti con maggior incisività e coerenza, uniti, senza avere paura di perdere qualcosa che domani non avremo più: il posto di lavoro e con esso la nostra dignità di educatori e di cittadini.

Ciò che mi fa piacere è leggere in questa rivista interssantissimi scritti di persone che fino ad ora non si erano espresse. Questo è un ottimo segnale.