Signornò!
Nowar - 08-12-2004
«Stavamo trattando gli iracheni come dei selvaggi, davamo adito al nostro odio contro questa gente».


Jeremy Hinzman, l'ex soldato americano che sta cercando di ottenere asilo politico in Canada, anche ieri durante la seconda udienza di fronte alla Immigration and Refugee Board ha mantenuto la linea difensiva annunciata nei giorni scorsi: l'illegalità dell'intervento americano.

«È stata una guerra criminale - ha aggiunto Hinzman, che in questi mesi ha vissuto a Toronto con la moglie Nga Nguyen e il figlio Liam - e quindi ogni atto di violenza in un conflitto illegale è un'atrocità».

L'avvocato dell'ex soldato americano, Jeffrey House, ha confermato alla commissione che Hinzman, se dovesse essere estradato negli Stati Uniti, rischierebbe la corte marziale e il carcere. Ieri ha portato la sua testimonianza alla commissione l'ex sergente dei marine Jimmy Massey, che ha raccontato alcune uccisioni di civili inermi in Iraq.

Per saperne di più sull'obiezione di coscienza in USA consulta l'archivio di Fuoriregistro

Per aggiornamenti sul caso di Jeremy Hinzman clicca qui

Sul "malumore" che comincia a serpeggiare tra i marines e che inizia ad essere rilevato dai media.


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 gp    - 09-12-2004
Rumsfeld costretto in difesa dai suoi soldati

Un reparto destinato all’Iraq lo accusa: «Ci mancano i mezzi». La replica: «Questo è l’esercito»


Un elicottero alle spalle, la tazza del caffè sul podio, abito scuro, cravatta e bandiere, ecco Donald Rumsfeld che arringa i soldati nell’hangar telegenico di una base in Kuwait: «Dobbiamo vincere». A Camp Buehring lo ascoltano i 2.300 soldati del 278° Reggimento del Tennessee, che a Natale varcheranno il confine per farsi un anno a Bagdad. Il neo-confermato ministro della Difesa sprona il contingente della Guardia Nazionale, i «guerrieri del weekend» come vengono chiamati i militari non professionisti che costituiscono un terzo delle truppe Usa in Iraq. Parlando a braccio li invita a sconfiggere i terroristi in una guerra che gli appare come una «prova di volontà».

Copione collaudato. Che questa volta non funziona.

Se cercava un bagno di folla - come Bush che un anno fa mangiò il tacchino tra i soldati a Bagdad - se pensava di consacrare il doppio mandato come capo del Pentagono, Rummy ha sbagliato momento e interlocutore. Certo dal Kuwait partì l’operazione Iraqi Freedom. Ma sono passati due anni. Adesso i guerrieri della domenica il tacchino vorrebbero mangiarselo a casa.

Il segnale che qualcosa è cambiato lo danno gli applausi che rimbombano nell’hangar, quando il microfono passa alla platea. Non vanno al ministro ma al soldato scelto che lo sfida: Thomas Wilson, 31 anni, nei giorni feriali meccanico di aeroplani. Capelli rasati ai lati, in piedi con un cartoncino in mano, Wilson fa una domanda al boss: «Perché, tre anni dopo l’inizio di questa operazione, a noi soldati tocca rovistare nelle discariche alla ricerca di pezzi di metallo e vetri già rovinati dai proiettili, perché per blindare i nostri veicoli dobbiamo ricorrere ai rottami?».

Un attimo di silenzio. Rumsfeld appoggia la tazza sul podio e chiede di ripetere la domanda.

Wilson la riformula, anzi la trasforma in un’affermazione piana e perentoria. «Non abbiamo veicoli sufficientemente blindati per andare a Nord».
Il succo della risposta di Rumsfeld è disarmante, e non convince neppure la moglie di Wilson, Regina, che da Chattanooga Tennessee più tardi rilascerà alle agenzie questa dichiarazione: «Mio marito ha preso il ministro in contropiede. Thomas è un repubblicano al 100%, ha votato Bush. Però ha fatto bene a parlare: forse è la mancanza di blindati che fa salire il numero delle vittime». Dopo aver portato i due figli a scuola, Regina ha visto il marito alla tv. Ha ascoltato la risposta seccata di Rummy: «Voi andate in guerra con l’esercito che avete, non con quello che vorreste». Detto questo, «le forze armate stanno pressando al massimo le fabbriche che producono autoveicoli blindati. Credo che il ritmo sia di 400 al mese». E comunque, taglia corto, «potete avere tutta la blindatura del mondo ma un carro armato può saltare in aria lo stesso».

Tanto vale, secondo il teorico della «guerra leggera», mettersi il cuore in pace davanti alla minaccia degli «Ied» ( improvised explosive device s), le cosiddette «bombe improvvisate» nascoste ai lati delle strade che sono responsabili di oltre il 30% dei 1.001 caduti americani. Tanto vale rispondere con le «difese improvvisate» di cui è capace il più moderno esercito del mondo. Rottami dalla discarica. Oppure, come fanno da mesi i reparti in Iraq, foderando gli interni dei gipponi Humvee (il mezzo più usato dalle truppe Usa) con sacchi di sabbia, tavole di compensato, spray di poliuretano choc-assorbente, fino a farli diventare qualcosa che i soldati chiamano «Mad Max mobile» (dal film con Mel Gibson).

Problema irrisolto. A maggio mancavano 1.800 Humvee blindati in Iraq. Quelli con cui i ragazzi del Tennessee pattuglieranno Bagdad nel periodo elettorale hanno blindatura di «livello 3», ha assicurato il generale Gary Speer dopo la «piazzata» del soldato Wilson. «Tre» vuol dire pannelli protettivi ai lati, ma non necessariamente finestrini anti-proiettile e fondo a prova di «Ied».

Non basta a tranquillizzare Wilson e gli altri guerrieri della domenica. Forse Regina farà bene a dare un’occhiata alla lista dei regali più desiderati dai soldati in Iraq. C’è un lenzuolo di kevlar che pare «ottimo per foderare le portiere dei gipponi». Costo 1.300 dollari. La lista è del sanguinoso Natale 2003. Quello del 2004 non sarà molto diverso.
Intanto il Pentagono ha comunicato, ieri, di aver punito con provvedimenti disciplinari quattro militari statunitensi appartenenti alle forze speciali per abusi commessi contro i prigionieri in Iraq. Tra le violenze, anche l’uso di un bastone Taser, utilizzabile per l’elettroshock.

Michele Farina

Corriere della Sera 9 dicembre 2004

la Repubblica 8 dicembre 2004


 da Liberazione    - 10-12-2004
«In Iraq uccidemmo civili inermi»

Storia del soldato che disse basta
Un disertore Usa chiede asilo in Canada. E un marine rompe il silenzio



«Spesso dimentichiamo cosa in fondo è la guerra. Cosa fa a coloro che la conducono e a coloro che la soffrono. Quelli che odiano di più la guerra, ho notato tante volte, sono i veterani e i soldati, quelli che la conoscono meglio».
Chris Hedges, reporter del New York Times e autore del libro "War Is a Force That Give Us Meaning".


Il 31 dicembre dell'anno scorso la vita di Jimmy Massey era già cambiata. Eppure l'appuntamento al mattino era uno di quei momenti simbolici che tagliano un'esistenza, che danno a una scelta, a una mutazione, il senso compiuto del trapasso. Era capodanno e Jimmy Massey rientrava in caserma, ma stavolta era per non tornarci più. Dopo quasi dodici anni di esercitazioni e veglie, di «Yes Sir!» urlati a squarciagola, dopo una vita in cui il suo nome era un grado e l'indirizzo una mail box presso il corpo dei Marines, esercito degli Stati Uniti, il 31enne sergente maggiore Jimmy Massey si congedava con una corposa liquidazione e tutti gli onori. «Finalmente», sospirò il soldato Massey tornando verso affetti e ricordi sepolti tanti anni prima all'ombra delle Smoky Mountains nella sua Waynsville, North Carolina.

Jimmy non era solo un soldato. «Ero un hard-core Marine», ricorda oggi, «qualcuno direbbe un gung-ho», un entusiasta. Prima in giro per le caserme del Sud Est asiatico, poi in Germania, nei Balcani e nelle basi Usa del Golfo Persico. Massey è tanto ruvido che nel 2000 diventa addirittura il sacerdote di uno dei più devastanti rituali di indottrinamento della vita militare, istruttore in uno dei famigerati Marine boot camp, i durissimi campi di addestramento per le reclute. Ma un giorno, è il 17 gennaio 2003, inattesa arriva la chiamata: Massey deve andare in Iraq, la macchina da guerra è pronta all'ora X dell'invasione e il sergente maggiore è tra quelli che prendono parte in prima linea all'avanzata verso Baghdad. Ma la vita «non sarebbe stata più la stessa». «Ho visto, ho vissuto, ho capito» spiega Massey oggi, mentre il telefono squilla e dall'altra parte del filo c'è quasi sempre un giornalista che vuole un'intervista, ora che Jimmy ha smesso la mimetica e gira con una maglietta nera con scritto "George W", dove la W è in realtà la M di Mc Donald's rovesciata, tanto per rimarcare la vicinanza di interessi tra le grandi corporation e il presidente degli Stati Uniti.

Massey è scappato dalla guerra, Massey è cambiato. Alle spalle «il rimorso», i volti di «quelle persone», «un silenzio che mi opprime». «Ma credo che la gente abbia il diritto di sapere, che gli americani debbano essere informati». Così il soldato Jimmy ha deciso di parlare, e con le parole denunciare. L'ha fatto senza sensazionalismi, rifiutando i soldi per un'esclusiva che gli erano offerti da «una grande firma dei media Usa», con il pudore di chi vuole «solo riconciliarsi con se stesso». «Ho ucciso persone innocenti, ho sparato e ammazzato civili per ordine del governo del mio Paese» racconta l'ex Marine che ha lasciato l'Iraq nel maggio 2003 dopo una diagnosi da "stress post-traumatico".

Pochi giorni fa è andato in Canada, Massey. Un tribunale lo ha chiamato come testimone nel caso Jeremy Hinzman, un altro giovane americano fuggito oltre confine dopo aver disertato dall'esercito (è scappato da Fort Bragg quando gli è arrivata la cartolina con scritto «ridislocato in Iraq»), che per non finire in prigione ha chiesto asilo politico alle autorità canadesi insieme ad altri due cittadini Usa. I giudici della commissione rifugiati l'hanno convocato, Messey ha risposto. E' arrivato, si è seduto, ha raccontato.

Ha ricordato l'uccisione di quattro iracheni che facevano una manifestazione nei pressi di Baghdad, l'assassinio di un uomo che aveva alzato le mani per arrendersi. Ha circostanziato come e quanto i militari rovesciassero i caricatori degli M-16 sulle auto che non si fermavano ai blocchi senza verificare se fossero civili oppure no, «la morte di tante donne e bambini che uccidemmo noi: sì, ha capito bene, li uccidemmo noi». Ecco il suo racconto.

«Ero il capo di un plotone di mitragliatori e lanciamissili, il nostro lavoro era la messa in sicurezza di alcune aree specifiche intorno alle autostrade. Un giorno, anzi il giorno in cui la mia coscienza si è ribellata, avevamo messo in piedi un posto di blocco fuori Baghdad, che nel frattempo era sotto i bombardamenti dei nostri aerei». «Ricordo che ci arrivavano continuamente i report dell'intelligence sul pericolo di attentati suicidi, la tensione era al massimo. Una macchina si avvicinò, sparammo qualche colpo in aria; quelli non si fermarono subito e in un istante facemmo fuoco con tutta la potenza». La macchina si fermò, infine, mentre i vetri saltavano, ma anziché la grande esplosione che i Marines si aspettavano (l'automobile doveva essere esplosiva), dalla macchina ormai a brandelli saltavano solo vetri e metallo. «Non c'era nulla, nessuna dannata bomba. Erano civili, solo civili. Uno di loro incredibilmente uscì completamente incolume. Venne verso di me lentamente, con le mani alzate, mi guardò e mi disse: "Non avevamo fatto niente di male, perché avete ucciso mio fratello? ". Fu come essere colpito da un mattone sulla testa».

Secondo la testimonianza di Massey l'episodio occorse «proprio mentre era in corso il bombardamento su Baghdad». Quindi in un momento in cui decine di migliaia di civili cercavano di fuggire? «Sì, avevamo lanciato sulla capitale centinaia di migliaia di pamphlets, volantini propagandistici che dicevano "Non vi sarà fatto alcun male, tenete solo le mani alzate e gettate ogni arma". I civili in quella macchina avevano fatto proprio quello, non erano in uniforme né ostili, ma prima di sapere che intenzioni avessero gli abbiamo sparato addosso. Lo facemo sempre: sparare prima di tutto. No, in quel caso non abbiamo trovato alcuna arma». Negli altri casi? «Nemmeno. Sono stato coinvolto in cinque "incidenti" nei check point. Un'altra volta accadde nei pressi di Rekha. Un ragazzo guidava un furgone da lavoro, non si era fermato al primo stop, centrammo in pieno il furgone e il giovane, morto all'istante. Poi abbiamo ispezionato il veicolo». Ami? «No, non abbiamo trovato armi o bombe. In realtà nelle cinque volte in cui sono stato coinvolto in questo tipo di incidenti non abbiamo mai trovato armi o bombe. Sissignore, ha capito bene. Neanche un a volta».

Ivan Bonfanti
9 dicembre 2004


 da Reporter Associati    - 11-12-2004
Dopo il bombardamento americano a Bagadad dello scorso 4 ottobre, il portavoce delle forze USA ha precisato che l’azione era servita a distruggere una roccaforte dei ribelli di Al-Zarqawi ma Aysha Saleem, che ha 4 anni, non aveva mai sentito parlare di lui. Sa solo che non vedrà mai più la sua famiglia e passa ore in silenzio nel letto dell’ospedale inglese dove Mazin Younis, presidente della Lega Irachena in Gran Bretagna è riuscito a farla trasportare. Lì ha ricevuto la visita di Rose Gentle, madre di un militare ucciso a Bagdad lo scorso mese di giugno. (Nella foto la piccola Aysha).

E’ bastata una manciata di minuti per uccidere gli otto membri della famiglia di Aisha, compresa la madre, che attendeva il terzo figlio. “Fa molta fatica ad accettare la realtà”, dice Rose Gentle.

“Gli iracheni rivogliono il loro paese e forse Bush dovrebbe fare visita ad Aysha per rendersi conto di persona del dolore che sta provocando. Quando sono arrivata all’ospedale dove Aysha è ricoverata, le stavano cambiando le medicazioni. Vicino aveva la sua valigetta dove ha messo i pochi oggetti che è riuscita a recuperare e che appartenevano a sua madre. Ogni tanto viene a trovarla uno zio che abita da tempo in Inghilterra, ma non ha altri parenti".

Mazin Younis, che ha aiutato la piccola irachena a raggiungere l’Europa, ha rilasciato un’intervista al Socialist Worker, nel corso della quale ha più volte ringraziato Gentle per il sostegno offerto ad Aysha. L’incontro tra l’inconsolabile madre e la bambina ha avuto un effetto terapeutico per entrambe. “Il figlio di Rose ha trovato la morte a causa delle stesse manipolazioni che hanno ucciso l’intera famiglia Saleem”, dice Younis. “Una manipolazione che ha portato all’eccidio”.

Nessuno sa quante Ayshe siano finite sotto le macerie di Bagdad, di Fallujah e delle altre città irachene. E’ risaputo invece che l’esercito USA ha violato ogni possibile accordo internazionale sulla protezione dei civili nelle zone di guerre. Probabilmente, spetterà alla stampa sinceramente democratica denunciare la lunga sequela di crimini contro l’umanità compiuta dalle forze USA e dai suoi alleati.

Fallujah è ormai una città fantasma ma sotto le sue rovine potrebbero trovarsi ancora almeno 600 corpi.

Il quartiere di Ascari, dove c’era molta vita, non ha più né elettricità, né acqua. L’aerea industriale è stata spazzata via, dicono i testimoni. Haj Fouad Al-Kebeisi, 54 anni, seppellisce i morti, ma se muore un bambino e la famiglia si salva, i genitori preferiscono fare da sé. Eppure, dice chi è riuscito ad entrare a Fallujah negli ultimi giorni, la città sembra calma.

Una calma apparente, sotto la quale si avvertono le tante storie di dolore che nessuno ha ancora raccontato.

Bianca Cerri

Reporter Associati


 da Corriere canadese    - 11-12-2004
Hinzman, decisione a febbraio

L'ex soldato: «Gli abusi in Iraq non sono stati fatti isolati, ma la regola»


La decisione sulla richiesta di asilo politico per Jeremy Hinzman non verrà presa fino al prossimo febbraio. Lo ha stabilito ieri l'Immigration and Refugee Board alla conclusione della terza ed ultima udienza riservata all'ex soldato americano fuggito in Canada per evitare di andare a combattere in Iraq.
«Credo che l'obiettivo che ci eravamo preposti sia stato ampiamente raggiunto - ha dichiarato ieri Hinzman - e cioè che gli abusi e le atrocità commesse dai soldati americani in Iraq non siano stati episodi isolati, ma che al contrario fossero parte di un sistema. Come soldato di fanteria ne sarei quindi stato parte».
«È giusto rifiutarsi di prendere parte ad una guerra illegittima - ha aggiunto Jeffrey House, legale dell'ex militare americano - dove vengono commesse azioni contrarie alla legge e al diritto internazionale».
Jeremy Hinzman, che nel frattempo è diventato quacchero, aspetterà la decisione della commissione a Toronto.


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