Gli studenti possono accusare per iscritto i loro insegnanti
Gianni Mereghetti - 13-11-2004
La Corte di Cassazione ha stabilito che gli studenti possono accusare per iscritto i loro insegnanti e non commettono reato anche se le accuse si rivelano «infondate».
Non mi fa nessun problema che uno studente possa criticare un suo insegnante, e lo possa fare pubblicamente – lo dico da insegnante!. Ciò che invece mi ha lasciato perplesso è che la Corte di Cassazione abbia dato come ragione della sua sentenza il fatto che le accuse, per quanto possano «offendere» la reputazione dei docenti, debbano essere inquadrate nelle "battaglie ricorrenti nella vita scolastica”.
E’ preoccupante che la Corte di Cassazione si riferisca alla scuola identificandola come luogo di battaglie ricorrenti! Non è questo la scuola, è un luogo di educazione e di libertà, non di scontro! Evidentemente la Corte di Cassazione si è riferita per la sua sentenza ad un’immagine vecchia e superata di scuola, quella dello scontro ideologico, un’immagine che nessuno vuole che ritorni, perchè chi la scuola la vive sa quanto sia urgente che essa ritrovi la sua natura, quella di educare.
Del resto che uno studente critichi un insegnante contribuisce alla vita scolastica solo all’interno di un’ottica educativa, altrimenti rappresenta il termine di uno scontro che non fa crescere nessuno.
La Corte di Cassazione solleva così un giusto problema, ma è grave che non lo inquadri in modo corretto, quello della libertà di uno studente di chiedere una maggior attenzione alla sua persona attraverso la evidenziazione degli errori che noi insegnanti pur facciamo. E grazie a Dio per quegli studenti che correggendoci ci chiamano ad una maggior efficacia educativa!

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 ilaria ricciotti    - 13-11-2004
Tanto ci penserà qualcuno a spazzar via anche la corte di cassazione,
come ogni altra istituzionale che termina in ...one.
Perchè avere tanta paura se si ha la coscienza pulita !

 Anna Di Gennaro Melchiori    - 14-11-2004
Propongo il seguente brano certa di contribuire all'interessante dibattito.

I modelli occidentali dell’insegnamento, piaccia o no, sono Socrate e Gesù

«Ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’atterna». È Dante a Brunetto Latini. «In sette parole» commenta George Steiner «Dante ci dice quale sia lo scopo dell’autentico insegnamento». È la sintesi fulminante dell’ultimo libro del grande linguista, dedicato a quello che chiama – Deo gratia! – il mistero dell’insegnamento: «immersi come siamo in forme quasi infinite di insegnamento (…) raramente assumiamo la distanza necessaria a considerare il prodigio della trasmissione, insomma quello che chiamerei il mistero della cosa».
In un’epoca dominata da una perversa riduzione tecnicistica (ricordate la lettera dell’aspirante insegnante di quindici giorni fa?), le parole di Steiner suonano come un balsamo salutare: «L’insegnamento autentico è una vocazione. È una chiamata. Rabbi, in ebraico, significa semplicemente “insegnante”. Ma ci rammenta una dignità immemoriale. Ai suoi livelli più elementari – che in realtà non sono mai elementari – o ai livelli del sommo privilegio, l’autentico insegnamento scaturisce da una convocazione. (…) Insegnare seriamente è toccare ciò che vi è di più vitale in un essere umano. È cercare un accesso all’integrità più viva e intima di un bambino o di un adulto. Un insegnamento scadente, una pedagogia di routine, uno stile di istruzione che è, consapevolmente o meno, cinico nei suoi obiettivi meramente utilitari, sono rovinosi. Distruggono la speranza alle radici. Un insegnamento di cattiva qualità è, quasi letteralmente, un assassinio e, metaforicamente, un peccato. Un insegnamento morto, esercitato dalla mediocrità forse inconsciamente vendicativa di pedagoghi frustrati, ha ucciso per milioni di persone la matematica, la poesia, il pensiero logico. In realtà, la maggioranza di coloro ai quali affidiamo i nostri bambini sono becchini più o meno amabili».
I modelli occidentali dell’insegnamento, piaccia o no, sono Socrate e Gesù. E indicano la forma di ogni possibile insegnamento vero, libero e insieme liberante: «Ogni magistero che abbia valore indica una relazione triangolare. L’apice, ma anche la base, sono costituiti dalla verità immutabile, divina. “Noi parliamo, ma è Dio che insegna”», come sintetizza sant’Agostino. Il resto è abuso di potere.

di Justin Mc Leod

 De Stefano Stefano    - 16-11-2004
Cari/e colleghi/e,
-sarete insegnanti come me, credo, - le vostre osservazioni sono tutte condivisibili e, in qualche caso, molto profonde; tuttavia, a mio avviso, non tengono affatto conto del contesto in cui si inserisce la sentenza della Cassazione. Eccolo: stipendio da fame, precarizzazione avanzante, aumento di carichi di lavoro e di responsabilità, guerra tra poveri e quant'altro. In tutto questo: se uno studente, per giunta membro del Consiglio d'Istituto - dunque non uno sprovveduto qualunque -, decide di scrivere al Provveditore per accusare, senza avere le prove, un suo insegnante, beh!, tutto ciò fa parte delle "battaglie ricorrenti nella vita scolastica". Attenzione: non criticare, ma accusare senza prove! Traduco: l'insegnante, che socialmente è assai poco significativo, può essere calunniato senza paura, tanto è normale che questo succeda a scuola.
Non so se a qualcuno la situazione descritta possa sembrare carica di socratica valenza educativa, a me appare come un drammatico incitamento al linciaggio morale, per ora.

 Fabio Rizzoli    - 23-11-2004
Cari colleghi,
mi scuso per la brevità, ma vorrei porvi un quesito:
a fianco dellla mia firma sul registro di classe, ho trovato il poco cordiale epiteto "coglione" (per l'esattezza: tre volte in tre giorni diversi). Dopo alcuni giorni l'allievo-autore si è pubblicamente manifestato; ho ringraziato da parte della classe (ha così scagionato gli altri) ma gli ho anche preannunciato che, essendo il grafomane maggiorenne, potrei querelarlo a difesa della tanto proclamata |dignità del docente|. Comincio oggi ad informarmi sulla procedura. Vi chiedo sinceramente: vi pare una buona idea/ è necessario/ mi accontento delle scuse...
Grazie

 ilaria ricciotti    - 24-11-2004
per Fabio
E se quel grafomane fosse stato tuo figlio?
Rimproverare uno studente per un gesto intollerabile è a mio avviso un diritto ed anche un dovere. A scuola bisogna, infatti, educare, stando tuttavia attenti che gli educatori prima di educare i loro studenti siano educati e rispettosi loro. Ma, ritornando alla tua posizione io penso che essa debba essere preceduta da una semplice domanda e da un chiarimento da fare all'alunno: "PERCHE'" si è rivolto a te con quell'espressione". In secondo luogo che ci stanno a fare il Consiglio di Classe, il Consiglio d'Istituto, il Dirigente, i Genitori ed anche lo stesso Alunno?
Alunno che non è soltanto tuo, ma fa parte di una comunità a cui dovrà rispondere di ciò che ha fatto e soprattutto perchè l'ha fatto.
Se ognuno di noi durante la propria carriera scolastica, per gli epiteti ricevuti dagli studenti, dai colleghi, dal dirigente, dai bidelli, dai genitori, avesse risposto querelando i malfattori, penso proprio che dovrebbe andare a chiedere l'elemosina o a vendere i fazzoletti agli incroci delle strade.

 fabio rizzoli    - 26-11-2004
Cara Ilaria,
ti ringrazio per il contributo. Scusa se non ho detto, per essere breve, che ovviamente il CdC, CdI e gli altri organi educativi stanno procedendo come si fa in questi casi. Chiedevo solo il parere su un'eventuale querela (che, come mi insegni, non ha nulla a che vedere con le questioni scolastiche); quindi ti ringrazio ma mi permetto di chiederti un commento meno demagogico (per il resto concordo con te, infatti a questo genere di epiteti ho sempre risposto scherzosamente con una battuta) perché il ragazzotto è un picchiatore neofascista che minaccia i suoi compagni quando, ad es., qualcuno cerca di partecipare alle attività scolastiche...

 ilaria ricciotti    - 27-11-2004
per Fabio

Se il ragazzotto è un ex picchiatore neofascista, be' l'atteggiamento da ssumere nei suoi confronti non è che cambi. Lui deve assumersi le sue responsabilità nei confronti di tutti. I suoi commpagni anzichè subire dovrebbero coalizzarsi per isolarlo fino a che non imparerà a rispettare le regole e la legge.
Le mie affermazioni non volevano affatto essere demagogiche, ma soltanto esprimere ciò che penso.
In quanto sono convinta che anche di fronte ad un picchiatore comandato è necessario rispondere con fermezza, ma tentando di comprendere quale è stato il suo cammino prima di diventare così.
Ed inoltre c'è da chiedersi se è recupoerabile o no.
E se sì quali strategie bisognerebbe assumere nei suoi confronti. Questa, se mi permetti, non è demagogia, ma la ricerca insieme agli altri di opportune strategie educative.