Strada per strada
Giuseppe Aragno - 09-10-2004

La ricerca storica ti fa giramondo. Non tanto perché, dietro le tracce di uomini e cose, ti metti talora materialmente in viaggio - e il percorso ti è ignoto: lo dettano i fatti e le passioni che ricostruisci - quanto perché, dal tuo osservatorio locale, segui l’itinerario ammaliante delle idee. E lo vedi non: hanno confini.
Un viaggio un po’ amaro, m’è capitato di farlo pochi giorni fa in archivio. Seguivo Federico Zvab, un istriano, incontrato alla testa di insorti nelle Quattro Giornate, e mi è parso assurdo che di un uomo della sua tempra si sappia poco o nulla e che nessuno abbia pensato di intitolargli una strada. Non sappiamo di noi, mi sono detto, e non c’è scampo: un popolo che non ha memoria storica, s’imbarbarisce. Poi mi sono perso nel viaggio.

A Casigliano di Sesano, dove Zvab è nato nel 1908, l’aria è irrespirabile. I fascisti la fanno da padroni e la gente di sinistra morde il freno: a Federico hanno ucciso un fratello e, per poter parlare e pensare da uomo libero, nel 1930 se ne va clandestino. Lo rincorro, assieme a telegrammi e note di polizia, e giro l’Europa di paese in paese: Jugoslavia, Francia, Belgio – dove si lega a Enrico Russo, napoletano, comunista ed esule come lui – e poi Germania, Svizzera, Austria – a Vienna, nel febbraio del 1934 è ferito sulle barricate degli operai in lotta col fascista Dollfuss – e infine Spagna, dove a settembre del 1936 è tra i repubblicani. Comandante di batteria nell’artiglieria miliziana, attaccato da aerei italiani è ferito gravemente in Catalogna. Nel 1939, mentre i franchisti entrano vittoriosi a Barcellona, passa in Francia ed è internato a Vernet. Mussolini però occupa la Francia sconfitta dai tedeschi e, nel settembre del 1940, Zvab finisce per due anni a Ventotene, dove incontra Sandro Pertini ed Ernesto Rossi, si ammala di peritonite tubercolare e si fa il calvario dei ricoveri nel reparto confinati dell’Ospedale Incurabili di Napoli. A giugno del 1942 è così sofferente, che il direttore della colonia di Ventotene, Marcello Guida – futuro questore di Milano al tempo della strage di Piazza Fontana! - “propone che alla scadenza del periodo di confino venga restituito alla famiglia”. Ma il fascismo non fa sconti e Zvab torna libero solo nell’agosto del 1943, quando, caduto il regime, si stabilisce a Napoli.
Seguendo la sua via, faccio così ritorno a casa e ritrovo Zvab che combatte nelle Quattro Giornate.
E’ il volto politico dell’insurrezione, quello che non piace agli americani, che ai moti di popolo preferiscono foto di scugnizzi, e probabilmente non piace a Togliatti ed al “nuovo” PCI, che fa i conti con lo spettro di Bordiga, che, a Napoli, ha storia e radici tra i lavoratori; non piace perché con la rivolta il PCI c’entra poco e, in molti casi, i combattenti sono stati mossi e guidati da “irregolari” come Zvab, Tarsia, Gabrieli ed altri militanti, il cui passato politico mal si concilia coi programmi degli uomini di Togliatti.
Sulle Quattro Giornate cade così la pietra tombale del presunto spontaneismo. Ma Zvab, comandante di battaglione partigiano, che a Napoli ritrova Enrico Russo, non si fa mettere da parte facilmente. Con Russo, Villone, Iorio e Vincenzo Gallo, egli organizza infatti quella CGL che vuole essere un sindacato democratico, libero da vincoli di organizzazioni politiche, con un largo controllo della base sul vertice. Avrà vita breve, diverrà CGIL e sarà soffocata dalla burocrazia che nasce all’ombra dei partiti. Il danno si vedrà nel dopoguerra.


Avrei concluso il mio viaggio con Zvab, se la sera stessa, tornando dall’archivio, non avessi trovato su Metrovie notizia d’una iniziativa del “Comitato Claudio Miccoli” : una strada intitolata al giovane ucciso da neofascisti, ed una a Giorgio Perlasca, fascista pentito, che salvò numerosi ebrei dallo sterminio. Il viaggio si è fatto a questo punto amaro.
Non è questione di toponomastica, e nemmeno del fatto che Perlasca fu volontario in Spagna dalla parte opposta a quella in cui si schierò Zvab, benché sia inevitabile pensare che, in Spagna, i Perlasca avrebbero potuto ammazzarli i miei Zvab. E allora, mi domando, chi avrebbe fatto poi le Quattro Giornate. Ma non è questo il punto. E’ che Perlasca, non più fascista e non antifascista, tiene per sé, se mai la sente, la ripulsa morale per le leggi razziali e, scoppiata la guerra, è incaricato d’affari nei paesi dell’Est con lo status di diplomatico: rappresenta il regime. Vive così, in una condizione ambigua la tragedia dell’Olocausto sino alla soluzione finale, e in extremis, risolve con un moto di pietà un sopraggiunto confitto interiore; non scioglie però il nodo cruciale della responsabilità personale nei confronti del fascismo, contro il quale non si schiera mai apertamente.
E’ per questa sua condizione di ambiguità che, quando i tempi sono parsi maturi, Perlasca è diventato strumento di una sottile e pericolosa operazione di “maquillage” politico, di recupero di immagine del fascismo, attraverso quella “dottrina della pacificazione”, per la quale, di fatto, il revisionismo vince la partita.
Siamo di fronte ad una scelta di filosofia della politica, all’adozione di un metodo di indagine e, soprattutto, di un metro valutazione dei fatti della storia che, lo capisco, lo sento sulla mia pelle, pone gli studiosi di sinistra in una condizione di oggettiva difficoltà: nel clima in cui viviamo, con la gente sconcertata e impaurita da una quotidiana violenza politica, non è facile prendere le distanze da un “giusto dei popoli” e riuscire a motivare una posizione che - lo so - si presta all’accusa di estremismo.
Lo capisco. Penso però che occorra farlo, che si debba conservare la lucidità necessaria per parare il colpo e domandare, senza alcun intento polemico, a se stessi, prima che ad altri, se per queste vie non passi il revisionismo; chiederselo, come lo chiedo a me, provando a capire se la scelta di intitolare una strada a Miccoli ed una a Perlasca, non celi l’ennesima operazione bipartisan, per usare una parola alla moda, dietro la quale fa capolino la rimozione. Così, in tempi non meno difficili, fu rimossa la CGL di Enrico Russo, che, rifiutato un posto di ministro, morì “dimenticato” in un ospizio per i poveri; così probabilmente si cancellò, grande o piccola che fosse, l’anima politica delle Quattro Giornate, così si ignorano vent’anni di antifascismo, come se la nascita del regime non coincidesse anche a Napoli con l’inizio della resistenza.
Allora come oggi tutto sembra muoversi in nome di interessi immediati, di una pacificazione invocata da un realismo più realista del re, da sedicenti riformisti, architetti della politica degli schieramenti, di fronte ai quali le scelte ideali rischiano di scadere al rango di opzioni e la storia diventa, ahimè, un ostacolo da aggirare. Rimozione - e qui bisognerebbe discutere con grande onestà intellettuale - consentita da una sinistra che, invece di far conti chiari con la propria storia, emendadola da antichi errori e rivendicandone con orgoglio lotte, valori e ideali, lascia che passi il veleno mortale che ci cancella.
Per questo mi domando e domando: perché Perlasca e non Russo o Zvab?


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 gp    - 09-10-2004
Non so a quale soggetto tu alluda - caro Giuseppe - ma una via Carlo Cafiero o Errico Malatesta a Napoli (e non solo) la vedrei.

 Pierluigi Nannetti    - 11-10-2004
Interessante la ricostruzione della storia di Federico Zvab, che non conoscevo tra i protagonisti delle giornate di Napoli. Hai fatto bene a ricordarlo. Altrettanto interessante é ricordare che a Napoli, ed io credo non solo a Napoli, i comunisti fossero legati al ricordo del Partito e del Sindacato come era prima del fascismo: CGL e Partito Comunista d'Italia (sez. dell'Internazionale). Nessun elemento (né *italiana* la Confederazione del lavoro, né *italiano* il Partito), che potesse esaltare qualche forma di nazionalismo e relegare in secondo piano il carattere internazionalista del comunismo. Aveva ancora radici ben solide il riferimento alle origini di Livorno 1921 e alla corrente che faceva capo a Bordiga. Togliatti ebbe un gran da fare per eliminarne l'influenza e credo che provò anche ad offrire allo stesso Bordiga una posizione di primo piano nel "partito nuovo", che si apprestava a costruire. Solo dopo il deciso diniego dello stesso Bordiga, cominciò una campagna di denigrazione personale dello stesso in perfetto stile "stalinista", senza la quale, tuttavia, sarebbe stato molto più difficile raggiungere quei risultati, che ottenne in pochissimo tempo.

 Grazia Perrone    - 12-10-2004
La "campagna di denigrazione in perfetto stile stalinista" - tanto per citare il commento precedente - ha inizio molto tempo prima del 1944 e precisamente negli anni '30 quando Bordiga viene accusato (con le stesse, malevoli, insinuazioni rivolte al vecchio Malatesta che morirà, in regime di "arresti domiciliari", nel 1933) di godere di una eccessiva libertà". In altre parole di non essere in carcere.

Giorgio Amendola (cfr. Intervista sull'antifascismo - Laterza editrice, 1976) scrive una pagina illuminante (la n. 118) su come era considerato Amadeo Bordiga nel gruppo dei "politici" (di stretta osservanza stalinista) a Ponza che ripropongo senza commento: "L'episodio che bisogna citare è che Bordiga aveva l'autorizzazione di fare dei lavori di costruzione all'isola di Ponza. Ricordo la mia vergogna quando, incontrando Bordiga che camminava tra due agenti (ma ... non godeva di una libertà ... ecccessiva? nota mia) mi accorsi che stava per abbracciarmi, perché mi conosceva da ragazzo. Non volevo fare uno scandalo, dare un pretesto alla polizia fascista, ma quell'abbraccio, di fronte allo sguardo inorridito dei compagni, mi turbò profondamente. Gli risposi dandogli del Lei, chiesi notizie di mio zio, e interruppi bruscamente il colloquio. Corsi a riferire subito ai compagni che non ero stato io a ricercare quell'incontro, ma che lo avevo subito. E in questo episodio non c'era soltanto il mio zelo di militante comunista neofita che voleva dimostrare la sua disciplina. C'era anche il fatto che io personalmente ero schifato dalla visione di un Bordiga che veniva a fare i suoi affari economici, a costruire villette nell'isola di Ponza, mentre c'era quel po' po' di dramma in Italia e in Europa
Per quanto riguarda, poi, i violenti contrasti in seno al Partito Comunista napoletano nel periodo che va dall'insurrezione al marzo 1944 che portò alla costituzione di due opposte federazioni comuniste denominate (dalle vie in cui ebbero sede) di "San Potito" e di "Montesanto") è possibile rinvenirne traccia negli atti del V Congresso del PCI (Roma, 1945). Nella relazione con la quale il nuovo (e autoproclamato) gruppo dirigente napoletano (Eugenio Reale, Velio Spano, Salvatore Cacciapuoti, e Clemente Miglietta) è costretto ad ammettere che (testuale) (...)"la presenza di due organizzazioni che si richiamavano entrambe al partito comunista disorientò le masse e paralizzò per oltre un mese l'attività del nostro partito costringendolo ad un'opera minuta di persuasione.

In cosa si sia concretata quest'opera di "minuta persuasione in quei mesi cruciali non è difficile da immaginare.

Quando Togliatti sbarcò a Salerno la figura di Amadeo Bordiga era già stata, ampiamente screditata (e non solo a Napoli e in Campania) dai "professionisti della politica" guidati dal missus del Centro romano: Matteo Marroni.

Non sono così ingenua da credere che agisse da ... libero battitore.

 Pierluigi Nannetti    - 12-10-2004
Cara Grazia, hai perfettamente ragione. E' vero quello che dici, ma io mi riferivo in particolare alla campagna successiva al 1943, ancora più scandalosa. Non so se hai qualche documentazione (secondo me sarebbe molto interessante farla circolare) del tentativo di coinvolgere Bordiga nell'operazione togliattiana, offrendogli posti di prestigio nel cosiddetto "partito nuovo". La cosa, ad esempio, riuscì con Fortichiari, ma non ebbe alcun successo con Bordiga e, solo in seguito al suo netto rifiuto, la campagna di denigrazione riprese ancora più violenta. Io non ho nessun documento, solo alcuni ricordi personali di persone, che hanno conosciuto Bordiga, ma che adesso sono morte. Il tuo cognome infine (scusami questo accenno personale) mi ricorda qualcuno che, tra i fuorusciti all'estero nel periodo fascista, difendeva le tesi della Sinistra Comunista. Mi pare si chiamasse Ottorino.

 guglielmo scotti napoli    - 02-05-2009
Enrico Russo era veramente un grande uomo!!
Negli anni 60 e fino alla sua morte fù abbandonato da quasi tutti i suoi "compagni" e più nessuno si è mai curato di
scrivere qualche riga sulle sue verità e sulle lotte che fece
per i lavoratori del sud.


guglielmo scotti-pronipote di enrico russo.

 nino cavaliere    - 13-10-2011
Carissimo professore,
ai più, il nome e la figura politica del compagno Zvab è sconosciuta.
No a studiosi ed appassionati del movimento socialista e della CGIL.
Io, indegno discente del grande Gaetano Arfè ne sono un cultore, fin tanto che insieme ad alcuni compagni socialisti, tra cui Filippo Caria abbiamo fatto richiesta al Comune di Napoli e forse ottenuto che venisse attribuita una strada al grande Federico.
Inoltre, come Istituto di Studi Socialisti Gaetano Arfè stiamo organizzando la presentazione del libro dello stesso Zvab Il prezzo della libertà.
Nino Cavaliere