Un ficcanaso dalla parte dei vinti
red - 15-09-2004
Da L' Unità


Un ficcanaso con lo sguardo innocente. Non perché sia lui, Enzo Baldoni, a raccontarsi così sul suo diario on line, quel Bloghdad che lasciava introdurre da Graham Greene per spiegare che razza di cronache i suoi lettori si sarebbero trovati davanti: «Ho scritto quello che ho visto, non ho preso parte all’azione - anche un’opinione è una sorta di azione». Partito per Baghdad per rispondere alla «solita vocina tra la panza e la coratella», a leggerlo sulle sue pagine Baldoni è l’esatto contrario del rambo assetato di gloria e avventura che qualcuno in questi giorni ha cercato di contrabbandare, liquidandolo come un ostaggio di serie B, uno «che se l’è andata a cercare». Piuttosto il contrario: in Iraq Enzo sembra entrare in punta di piedi, per cogliere il lato meno visto, meno logorato dallo stillicidio dell’informazione quotidiana che si ferma più spesso alla cronaca dei fatti, al sangue, agli spari, e non ha tempo per il resto. Baldoni spedisce frammenti d’umanità, immagini, l’altra faccia della guerra, con la preoccupazione di sbirciare nel baratro e riportare a casa la pelle.
Pacifista, contrario alla guerra certo. Un collezionista di stati d’animo. Le parole sono ancora le sue. Uno che non sa stare fermo, che non riesce a stare in finestra, dicono di lui gli altri, quelli che lo hanno conosciuto. «Aveva lo sguardo di chi vuol capire da sé, senza essere indottrinato da nessun altro», è il ricordo di Stefania Rumor, caporedattore di Linus, la rivista con la quale Enzo Baldoni collaborava da una ventina d’anni, traducendo le strisce di Doonesbury e spedendo di quando in quando i suoi reportage dai punti più disparati della terra. Il Chiapas, il Messico, Timor Est, la Birmania, la Colombia, luoghi dove si imbatte in figure quasi leggendarie, il subcomandante Marcos, il leader timorese Xanana Gusmao. «Incontrare rivoluzionari in giro per il mondo - scriveva sul suo blog con una punta d’ironia - diventa una droga». I suoi reportage escono su Diario, Specchio, Repubblica.

Cinquantasei anni portati con leggerezza, umbro di nascita e milanese d’adozione, una moglie e due figli di 21 e 24 anni, quei ragazzi apparsi in tv a chiedere con gentilezza la sua liberazione, il sorriso sulle labbra così simile al suo. Sul suo sito internet Baldoni elenca la sua variegata carriera di collezionista di situazioni, uno che ha fatto «il muratore in Belgio, lo scaricatore alle Halles, il fotografo di nera a Sesto San Giovanni, il professore di ginnastica, l’interprete e il tecnico di laboratorio». Al giornalismo Enzo Baldoni ci arriva per caso, non è quello il suo mestiere ufficiale, che lo vuole pubblicitario per uno studio, «Le Balene» fondato in proprio nonostante lo avessero chiesto «numerose e note agenzie». «Il più grosso creativo d’Italia», si definiva, scherzando sulla sua statura d’omone grande e grosso e sulla sua pancia. Creativo lo era davvero, però, le sue idee piacevano, come quella di mostrare l’efficacia di un rasoio per pelli sensibili mettendolo alla prova su palloncini coperti di schiuma da barba. Un lavoro che faceva con passione, ma che non era tutto. Dice il suo socio Marco Andolfato, Enzo «era un irregolare anche in questo, sfuggiva a qualsiasi inquadratura».

Freelance per caso, si potrebbe dire, o per la necessità di scrivere, di sentire i tasti sotto le dita e tramutare una cronaca di guerra in una realtà comprensibile, perché fatta di uomini a tre dimensioni. Di questo suo bisogno parlava sul suo blog, più che dell’adrenalina da pompare nelle vene per sentirsi vivo, descrivendosi un giornalista «sempliciotto» al confronto con gli inviati veri, quelli che lavorano da professionisti e raccontano la guerra che si vede sui Tg. Un reporter d’assalto in costume da bagno rosso nella piscina deserta dell’hotel Palestine - paradossalmente specchio della guerra che imperversa fuori - dove un cameriere gli offre un mazzolino di fiori quasi per compensarlo di tanta solitudine. Un fotografo che affronta il reparto grandi ustionati nell’ospedale della Croce rossa di Baghdad, per ritrovarsi con le lacrime agli occhi davanti ad una bimba che gli ricorda sua figlia Gabriella da piccina. Uno che senza sapere esattamente come, anche qui quasi per caso, perché laggiù qualcuno chiede aiuto, si ritrova in un convoglio per Najaf dopo aver domandato al suo autista-interprete, quel Ghareen che ha condiviso la sua sorte, se per caso non fosse matto a proporgli un’impresa tanto assurda.

Un camion di aiuti, più che uno scoop, questo l’obiettivo del viaggio, come in futuro sarebbero stati i piedi di Mohammed, la protesi promessa ad un ragazzo ferito da una cannonata mentre portava la moglie a partorire. E la curiosità di capire, anche Al Sadr - «sarebbe bello riuscire a intervistarlo» - e i suoi uomini pronti a morire. «Qualcuno pensa che io sia un mezzo rambo che ama provare emozioni forti, vedere la gente morire e respirare l’odore della guerra come Benjamin Willard l’odore del napalm la mattina in “Apocalipse now” - aveva detto una volta -. Invece sono lontano mille miglia da questa mentalità, molto sempolicemnte sono curioso. Voglio capire che cosa spinge persone normalissime ad imbracciare un mitra». Era questo il succo della storia, pensare di avere davanti comunque esseri umani. «Benevolo verso tutti e verso tutto», anche troppo buono, lo descrivono. È lui a sventolare la bandiera della Croce rossa nei vicoli di Najaf per aprire la strada, camminando a piedi davanti a tutti, al convoglio bloccato dai combattimenti, come raccontano i colleghi.

Quel suo sorriso aperto sembrava potesse essere il suo passepartout anche con i suoi sequestratori. Gli era servito in Colombia, quando rapito dalle Farc riuscì a intervistare un capo della guerriglia e a ritornare a casa. Allora riuscì a far breccia nell’umanità dei guerriglieri che aveva davanti, uomini anche loro. Stavolta non è andata così.

Marina Mastroluca

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