In memoria
redazione - 11-07-2004

Ci vorrebbe una targa

La Loggia massonica Propaganda 2 - divenuta poi celebre con la sigla P2 - assurse agli onori della cronaca solo dopo la prima metà di marzo del 1981. Il 17 di quel mese la Guardia di Finanza aveva eseguito una serie di perquisizioni a tappeto in una villa aretina dal nome esotico (Wanda) - appartenente ad un certo Gelli Licio - e nelle sedi di alcune società facenti capo al medesimo soggetto: la Giole e la Socam di Castiglion Fibocchi. I finanzieri avevano agito su disposizione e mandato della Procura di Milano coordinata dai sostituti procuratori Giuliano Turone e Gherardo Colombo che intendevano far luce sulla bancarotta (e sugli "intrallazzi") di Michele Sindona.

L'omicidio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli - avvenuto a Milano due anni prima - è strettamente legato al rifiuto opposto dal liquidatore della Banca Privata Italiana ad una richiesta proveniente dal mondo della P2 e dei "palazzinari". Per il suo coraggio ha pagato con la vita. Per questo la "sua" Milano dovrebbe ripagarlo con una targa.



dal Corriere della Sera:

L’avvocato dell’Italia che ha il coraggio di dire no

L'11 luglio del 1979, durante la cena di Ambrosoli con gli amici di via Terraggio, c'era il sollievo di chi finalmente s'era tolto un peso. Dopo tre giorni di onesta calma e forte del dettaglio, aveva finito di spiegare ai giudici americani i contorti imbrogli di Sindona. La mattina dopo gli sarebbe solo restato, a lui, il commissario liquidatore della banca Privata Italiana, di firmare la sua testimonianza.
E quella sera allora con gli amici in casa, per vedere in tv l’incontro di boxe tra i massimi Righetti e Zanon. Riaccompagnati gli ospiti poi gli toccò di rincasare solo sulla sua Alfetta blu, che c’erano ancora pochi minuti a mezzanotte. «Lei è Giorgio Ambrosoli?». Ebbe il tempo di rispondere sì e arrivarono i colpi di pistola. Inutile il girarsi; si trovò crollato sul marciapiede ma con le gambe dentro l’auto, incredulo a rantolare sulla camicia intrisa di sangue e la carne smembrata sopra il cuore. Morì e c’erano l’indomani le foto sui giornali di quel viso stempiato, da persona per bene. Lo stesso che il 14 luglio nella chiesa di San Vittore avevano negli occhi i figlioletti che guardavano muti a terra e il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi. Tra i primi ad arrivare si tolse cupo gli occhiali e, discreto lombardo, scelse le ultime file, impietrito. Del governo Andreotti nessuno... Verso l’una del giorno prima quando al telefono un giornalista gli chiede una dichiarazione, Sindona dall’hotel Pierre di New York intanto fa le smorfie, s’irrita, tronca il discorso. Male e menzogna oltre certe misure pervertono la mente, riducono a marionette. Il Sindona che si muove a scatti, in arcaica farsa, è già quello del falso rapimento inventato appena un mese dopo. E poi a ripensarci non si riuscirà a prendere sul serio, neppure il caffè al cianuro di cui anni dopo morrà, come in una recita sventata. Non è più il Sindona che, freddo, ancora sperava da Ambrosoli una firmetta. Sarebbe bastato che l'avvocato non si opponesse «a un accordo tendente a provocare un intervento pubblico per sanare i debiti di Sindona». E a Roma si sarebbe trovato chi poteva aiutare. Come del resto già stava aiutando chi faceva perdere, per ministeri, la documentazione per la sua richiesta di estradizione. Era la Roma della P2, dei parenti in Vaticano, dei palazzinari, del delitto Pecorelli e soprattutto del «se po’ fa» democristiano. In essa Sindona confidava, prima che della cosa s’incaricasse un killer. Certo non era la Roma laica, di La Malfa, il ministro del Tesoro, che confortato da Cuccia, bloccò l'aumento di capitale Finanbro e rovinò la catena di sant'antonio di Sindona. E neanche era quella di Baffi, costretto sempre nel 1979, a marzo, davanti ai giudici urlanti e quindi «all'atto più avvilente» della sua vita, firmare la lettera di sospensione di Sarcinelli in carcere.
Se si è leali alla sua memoria, nel ricordare adesso Ambrosoli si dovrà pur dire anche questo. In quella storia cupa e purtroppo italianissima non ci fu solo Sindona o l’agire leale da persone per bene di Ugo La Malfa e del governatore Baffi. Sindona lui recitò certo la farsa grottesca del suo male. Come spiegava lo stesso Ambrosoli «il primo dei suoi tre errori è che si è creduto un gran finanziere internazionale». Ma supplì pure alle carenze di nozioni e morale, con amicizie e interessi combinati, che trovarono delle sponde anche in quel romano «si può fare». Poi processati i romani illustri risulteranno infine innocenti e per la legge lo sono anche. Ma, siano palazzinari o decrepiti dc o banchieri, si perpetuano: materia colloidale tepida, celebratrice del «se po’ fa». Per il gran lombardo Ambrosoli invece non si poteva fare e basta. E a uomini così l’Italia deve il suo meglio. Perciò una targa che ce lo ricordi là dove morì proprio ci vorrebbe.

Geminello Alvi

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