Una linea di febbre
Giuseppe Aragno - 23-07-2004

Una linea di febbre, un freddo strano, che ti fa stringere nelle spalle mentre avvampa il caldo di luglio, un tremito impercettibile ma insistente del labbro inferiore che rivela emozioni celate in fondo all'animo, un palpito ripetuto del cuore dentro il petto, un filo d'aria cercato per non soffocare, mentre tranquillamente respira chi ti sta vicino, ed è inspiegabile che una ricchezza d'ossigeno si accompagni ad una pesantissima sensazione di soffocamento.
Che ti accade? domandi a te stesso.
Stati d'animo, menti, ma sai che c'è ben altro. E' che stai diventando un corpo estraneo al mondo dentro il quale vivi.
Sei stanco della quotidiana autobomba che non puoi difendere e non sai odiare, ti dà fastidio la pantomima dei muri - Berlino, Palestina, ovunque un ghetto, ovunque mattoni o parole che stringono, serrano, separano - provi disgusto per i macellai della pace - la fame, la siccità, il mercato senza regole che detta le regole della politica - e per i macelli provocati dalla guerra in nome della pace. Non è più tollerabile la ragnatela di menzogne e di artifici che pretende di chiamarsi ancora informazione.

Pochi giorni fa un amico della tua giovinezza, Bobby Fisher, artista degli scacchi, è finito in galera a Tokyo: ce lo hanno cacciato i giapponesi su mandato statunitense.
Bobby Fisher, certo, proprio lui, cittadino USA in esilio, sangue ebreo nelle vene ma, s'intende, antisemita, come chiunque consideri Sharon un nazista di seconda scelta. Fisher - ricordi? - quello che ti fece sognare quando sfidava i russi in una guerra che non fece morti.
E' finito in manette Bobby Fisher per aver giocato nel 1992 una partita in Jugoslavia, accettando un invito di Milosevic. Una partita a scacchi come segno di dissenso, un guanto di sfida dell'intelligenza all'idiozia del potere: voi mentite, io vi ignoro.
Questo paga Fisher, intollerabile spirito libero, e lo sa: l'avessero arrestato a Cuba, i benpensanti si sarebbero levati in sua difesa. Ma non si difende un giocatore che in una sola partita sbaglia tutte le mosse: non solo si fa arrestare a Tokio dai democratici States, ma da tempo ha inteso dirla chiara: l'11 settembre ce lo siamo voluto. Certo, è quanto tutti sanno. Però non lo dice nessuno: ce lo siamo procurato. Ci serviva.
Il filosofo greco ce l'aveva detto: è la guerra la legge della vita: se tu sei acqua, io mi faccio fuoco e, se scegli di essere fuoco, io mi trasformo in acqua.

E' questo, Fisher, questo è scacco matto.



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 ilaria ricciotti    - 23-07-2004
Carissimo Giuseppe, a volte, mentre cammino e mi alimento della incontaminata natura che mi circonda, guardando il cielo, gli alberi, il mare, ed il sole che sta per addormentarsi, mi pongo tante domande. Domande esistenziali, personali, sociali. Domande sul perchè sono segnate quelle svastiche sulle mura che mi affiancano, sul perchè la strada è imbrattata di bottiglie rotte , che sull'asfalto nero e bollente sembrano lucenti cristalli e non segnali di un forte disagio. Mi chiedo perchè. Penso come posso, nel mio piccolo, intervenire, fare, agire, prima che certe brutture lievitino a dismisura. Ed allora la mia mente brulica di idee, di propositi, di interventi.
Forse, incosciamente, mi ribello a non voler ammettere che spesso anch'io non capisco più questo mondo e ciò che stanno compiendo molti dei suoi abitanti. Ma, nonostante tutto, continuo a credere, ad agire, a cercare come Diogene l'uomo, quello vero, senza croste, con i suoi difetti, ma anche con le sue numerose virtù.