Le risposte in un sapere condiviso
Pierangelo Indolfi - 24-07-2004
Segnalo dal Manifesto

A SCUOLA DI EVOLUZIONE
di ENZO MAZZI


La riforma della scuola è tutta giocata sulla privatizzazione del sapere. Per la signora Moratti non esiste un sapere condiviso. E' la vecchia storia della conoscenza e della verità come assoluti. E l'assoluto, come si sa già fin da Aristotele e dal suo principio di non-contraddizione, non è condivisibile ma solo trasmissibile, travasabile. Un assoluto condiviso non è più assoluto, è re-lativo. La condivisione sottopone la conoscenza alla creatività e ai limiti delle re-lazioni. Questi dogmatismi la ministra dell'istruzione non se li leva dalla propria testa. La sua riforma è semmai una sorta di estremizzazione di una cultura che tutt'ora domina la conoscenza e la sua comunicazione. Prendiamo ad esempio il dibattito su «evoluzionismo o creazionismo?», risuscitato da un'improvvida esclusione, poi rientrata, della teoria evoluzionistica dai programmi della scuola dell'obbligo. Si è creata una opportuna sollevazione contro l'esclusione, ma non si è affrontato il nodo del rapporto fra scienza-storia-cultura-religioni né del grosso problema delle metodologie pedagogiche di trasmissione o meglio di condivisione della cultura. La nostra cultura è settoriale, parcelizzata, carente di una visione complessiva. Ed è così frantumata che viene trasmessa ai giovani. Inoltre i programmi scolastici propongono contenuti da travasare trascurando i soggetti. E le esperienze che tentano di uscire da un tale incasellamento sono oscurate.

Meglio che discorsi astratti vale forse la pena riferire una di queste esperienze, che ritengo tuttora assai valida, nata nell'area sociale in cui vivo e di cui sono partecipe, in ambito educativo estrascolastico, e poi assunta da varie scuole con ottimi risultati.

I gruppi che in successione, per vari anni, hanno portato avanti la ricerca sull'origine del mondo e della vita erano composti da bambini fra gli 8 e gli 11 anni. Sempre più pressanti si fanno, in questa fascia di età le richieste di spiegazioni sull'origine delle cose e dei fenomeni; richieste di fronte alle quali noi educatori ci troviamo spesso a mal partito a causa di una certa impreparazione a livello culturale e non di rado anche pedagogico. Non si può e non si deve certo pretendere che gli educatori siano scienziati e che abbiano una competenza approfondita nel campo delle manifestazioni religiose. Dovrebbero possedere però il senso della complessità delle conquiste della scienza, del suo valore e dei suoi limiti, essere persone in costante ricerca. A livello religioso inoltre si può e si deve chiedere agli educatori la capacità di andare oltre la loro eventuale visione di fede o la loro appartenenza confessionale e di esprimere una visione laica, non confessionale né ideologica della multiforme esperienza religiosa dell'umanità.

Il problema però non deriva solo dalla impreparazione culturale, esiste anche una necessità di preparazione pedagogica. Il bambino pone molte domande ma non possiede ancora gli strumenti intellettivi per comprendere risposte che si pongono sul piano della razionalità, dell'astrazione, del simbolo, dell'analogia. Egli tende a tradurre in immagini materiali e fantastiche quindi ad assolutizzare le risposte razionali, i simboli concettuali, le analogie teologiche, le ricostruzioni tipiche della realtà. Il bambino non è un recipiente vuoto, è un mondo di sentimenti, modi espressivi e relazionali. Per questo non basta una mentalità scientifica o una corretta impostazione culturale-religiosa: ci vuole anche un rispetto pedagogico. Le risposte vanno trovate insieme a lui.

Queste profonde convinzioni, questi orientamenti di carattere generale abbiamo cercato di applicarli ai problemi che ci ponevano i bambini sull'origine delle cose e dell'uomo. Il nostro tentativo è stato di rendere il più corretto possibile, dal punto di vista culturale e pedagogico, l'avvicinamento sia alla teoria evoluzionistica sia ai miti cosmogonici, compresi i miti contenuti nella Bibbia. Presentando sia le ricostruzioni scientifiche che quelle mitiche come tappe della incessante ricerca umana, provvisorie, re-lative, complementari e tutte essenziali.

I momenti principali di un'esperienza educativa durata molti anni sono stati a un certo punto tradotti e sintetizzati in forma di breve racconto, intitolato originariamente «Il seme e il fiore» dal testo di Rodari, con tre personaggi: la bambina, il nonno, lo scienziato. Metafora allusiva di un percorso educativo teso a valorizzare i soggetti, le relazioni e il rapporto con la realtà della natura, del cosmo e dell'ultrasensibile, è stato pubblicato nel `97 dalla Libreria Editrice Fiorentina col titolo Miti Scienza Vangelo: ai bambini curiosi e agli adulti che cercano.

«Il seme e il fiore» si conclude con un'esperienza di interiorità o se si vuole di spiritualità laica a contatto con l'esperienza sia dello Yoga sia del Vangelo, definita «il telescopio interiore»: vedere la realtà immedesimandosi in essa, diventare in qualche modo, come suggerisce la pratica yoga, un uccello, una montagna, la luna, un arco che si tende per scoccare la freccia della conoscenza, oppure sentirsi partecipi, come indicano alcune esperienze religiose fra cui il Vangelo, di tutte le gioie e le pene del mondo. Percepirsi non più una solitudine spersa nello spazio infinito, avida di dominare e possedere tutto, ma «essere» l'universo intero: in una parola divenire creatori.

Ma sono tante nel panorama educativo e scolastico le ricerche che vanno nel senso di questa esperienza. E tanti sono gli insegnanti e i genitori che da anni sperimentano strade nuove adeguate al processo di transizione. Avvertiamo sempre più l'urgenza di superare la cultura contrappositiva, ereditata da una «modernità dimezzata», per far avanzare la cultura della convergenza e complemetarietà fra i poli dell'esistenza umana: mente/corpo, razionalità/sentimenti, scienza/religione. Purtroppo però le sperimentazioni, che sono l'anima della trasformazione, soffrono di isolamento e frammentazione. E soprattutto sono disattese da molti maestri del pensiero e dai dottori dell'anima, innamorati delle proprie assolutizzazioni mentali. Non basta invocare Darwin o per altro verso la rivelazione divina. Bisogna invocare anche ad esempio un Giordano Bruno, il filosofo della convergenza e della fusione degli opposti, e richiamare le streghe, detentrici della saggezza naturale. I roghi ci hanno regalato una modernità dimezzata, dominata da una mente che impazzisce sotto il peso distruttivo della propria insostenibile onnipotenza. Forse occorre far rivivere le ceneri dei roghi, sia a livello culturale che educativo.


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