breve di cronaca
Strategie festive di avvicinamento
Il Manifesto - 15-07-2004
L'Italia non è sicuramente un paese razzista, se non nelle farneticazioni di pochi. Non ha mai avuto il cuore oscuro dell'America segregazionista, anzi spesso ha avuto il cuore aperto di chi ha accolto (penso alle popolazioni del sud) i profughi del Mediterraneo riconoscendoli come simili. Ma la cultura dell'integrazione, del confronto, della contaminazione, quella è proprio difficile da praticare. Soprattutto se significa, come molti pensano, la perdita della gerarchia di un unico punto di vista con cui guardare al mondo. Puntuali allora le polemiche sulla decisione della giunta regionale campana che dà alle scuole la possibilità di introdurre festività non cattoliche nel calendario scolastico. Non si tratta solo di un segnale di disponibilità e apertura nei confronti dei piccoli migranti e delle loro famiglie. E' una scelta di reciproco riconoscimento, un gesto semplice, di inclusione. Perché il riconoscere la festa di una cultura altra, anzi il festeggiare insieme all'altro è scambio di storie e emozioni, «cammino di avvicinamento». Occasione per costruire saperi e valori condivisi e impedire che tra bambini nascano diffidenze e pregiudizi.

E' una scelta che lascia meno sola la scuola su terreni dove bisogna abbandonare pratiche consolidate e guardare al mare aperto. C'è bisogno di audacia, di andare oltre il senso comune, di «rovesciare i tavoli» se si vuole battere il mostro della «tolleranza zero». Perciò ho avuto dubbi sulla scelta della scuola milanese, sulla quale saggezza ha voluto che si tornasse indietro. È vero: c'era il problema, non facile, di come fare in modo che quei ragazzi e soprattutto quelle ragazze proseguissero gli studi in una struttura pubblica e statale. Ma se la società e le istituzioni lasciano sola la scuola nel costruire e praticare la cultura dell'integrazione, che richiede politiche, strategie e investimenti- dove è finita l'esperienza dei mediatori linguistici e culturali? - le strade si restringono. E se imbarazza, anche a sinistra, una battaglia decisa per la laicità della scuola le strade addirittura si sbarrano. Si possono togliere dalle aule i simboli religiosi se qualcuno non li condivide? Una sentenza della Corte costituzionale lo prevede. E allora era l'unica possibile la strada di un'esperienza «isolazionistica» che avrebbe rischiato di riportare all'interno della scuola le stesse divisioni e la stessa visione di una società a «compartimenti stagni» e di consolidare, nella separatezza, differenze e diversità? La sfida più bella e drammatica dell'educare, del far crescere, non sta certo nel prendere atto dell'esistente e nell'accettarlo per com'è (e allora i cristiani con i cristiani, gli islamici con gli islamici...), ma nel tentare di spostare «più avanti» quelli che possono sembrare assetti culturali e sociali immodificabili. Perciò classi di soli uguali, tutti appartenenti a una sola religione, o perché no, a una sola area regionale o a una sola estrazione sociale - lo dico anche nella consapevolezza della difficoltà della situazione - sono una scorciatoia, una rinuncia. Sono scelte che non hanno funzionato - chi non ricorda le classi differenziali?- né per la crescita dei singoli, né per costruire una società più aperta e plurale.

«Nel momento in cui vi parlo, ci sono centomila pazzi incappellati della nostra stessa specie che si dedicano all'uccisione di altri centomila inturbantati... pochissimi di questi animali hanno visto l'animale per cui si scannano». Questo diceva Voltaire. Certo «prima di tutto conoscere». E dove se non a scuola?

Alba Sasso
Segnalato da P.I.

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