Dignità disabitata
Vincenzo Andraous - 06-07-2004
I video di morte ormai si sprecano, c’è un mercato sottobanco che vende più del grande magazzino di turno, è quello dell’imbecillità sub-umana.
I fotogrammi deflagrano il lamento del morto vivente, innalzando a preghiera la presenza ingombrante di una religione presa a calci in bocca.
Si crepa di pistola, di fucile, di bombe, ma anche e soprattutto di deliri di onnipotenza, da destra e da sinistra, da nord come da sud,
Si muore in barba ai sentimenti, alla giustizia, all’amore lacerato e negato.
Si cade in Sudan, in Cecenia, in Palestina, in Israele, in Irak.
A Bagdad come ad Abu Grahib ci si annienta vestiti per bene e denudati di ogni dignità.
Persino dell’ultima volontà di un perdono.
I video della vergogna privi di applausi, lanciano sequele innominabili di strali, ci colpiscono con la vicinanza degli uomini ridotti a pezzetti di carne putrida, e ognuno di noi che ascolta, che osserva, rimane indietro, in tutta sicurezza, a fare smorfie di disgusto.
E ancora si inciampa, si sbatte il viso sul duro, e quelli dietro passano sopra agli altri stesi…..come zerbini, per giungere primi al palazzo dell’ammasso cerebrale, dove tutto ha un senso, una ragione, una spiegazione, perfino l’indifferenza travestita da iper-attenzione.
Giornali, televisioni, circoli elitari, in politichese ci inondano di proposte, di possibilità, di occasioni e di necessità, ognuno con le sue carte truccate, ciascuno con la sua buona impostura, fin’anche la compassione.
La ragione sta a Dio oppure al carro armato di ultima generazione? Da Bush o dal popolo sovrano disatteso?
La salvezza di chi opprime e di chi muore dove sta allora? In chi s’avventura per sentieri sconosciuti privo di bussole e di santi a cui votarsi?
Quando un video con la pubblicità sul prossimo cadavere inonda le nostre case, mi piacerebbe che in sussulto di giustizia, di solidarietà costruttiva, di coraggio nella gratuità, quella quotidiana, si mettessero da parte le liturgie drammaturgiche sulle nefandezze della guerra, di tutte le guerre, delle armi, sui potenti e saggi che non sono, e finalmente, a scaglioni di uno, cinque, dieci milioni di persone in pace, sotto il primo strato di lingua, perché sul serio viventi la prossimità della pace, si partisse per una vacanza davvero auspicata e concordata con i liberanti, i liberatori, con gli oppressi e con quanti non sanno che domani saranno morti.
Qualcuno potrebbe pensare maliziosamente: questo c’è l’ha con il movimento pacifista, questo provoca, questo non sa quel che dice.
Invece mi piacerebbe veramente assistere a un’ingerenza umanitaria, invasiva e pervasiva, composta da milioni di testardi occupanti con bandiere multicolore, con cartelli multilingue, tutti con le mani bianche e con lo sguardo in alto, a parlare di pace con il corpo e con il cuore, ma con il ferro e il fuoco alle spalle.
Mi piacerebbe che avvenisse davvero questa invasione di utopia, questa “violenza verbale introduttiva”, che non consegnerà più morti alla terra, se non qualche diseducante lattina vuota di Cocacola abbandonata ai bordi delle strade.


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