breve di cronaca
L'uomo che sussurrava all'America
L'Unità - 07-06-2004

Una delle ragioni per cui si tende a non parlar male dei defunti è forse che pesa il paragone coi vivi. Con questo ha probabilmente a che fare la gran fortuna del detto per cui la storia tende a ripetersi, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa (purtroppo non è sempre così). Potrebbe anche in qualche modo spiegare perché, malgrado le molte cose che apparentemente accomunano Ronald W. Reagan e George W. Bush, comunque la si rigiri, ne esce molto peggio quest’ultimo.

Per un giudizio storico è presto. Ci vorranno almeno altri 50 anni, dice qualcuno.

Su Reagan, metà America e metà mondo continua a pensarla in modo opposto all’altra metà. Ma intanto è curioso che su 415 storici americani cui recentemente la History News Network della George Mason University ha stato chiesto di dare un giudizio “professionale” sull’amministrazione Bush, 338 la giudichino un fallimento e solo 77 come un successo (e per giunta pare che almeno 8 di questi 77 lo dicessero con sarcasmo). Molti (il 70 per cento di coloro che danno un giudizio negativo) ritengono Bush figlio il peggior presidente di tutta la storia Usa, o per trovarne uno peggiore devono risalire a qualcuno prima di Richard Nixon, a suo tempo la quintessenza del “malfattore” per l’America liberal.

Anche gli storici sono di parte, faziosi, si dirà. Ma su Reagan almeno i giudizi si dividono a metà. E anche coloro che erano più ferocemente critici tendono a prenderlo molto più sul serio. Di destra, ideologizzato, manicheo nella visione del mondo, gaffeur, barzellettaro, retrò. Ma anche il “guerrafondaio” che, dopo aver dichiarato «Impero del Male» il nemico, si guardò bene dal fargli la guerra e si mise invece a trattare il disarmo con Mikhail Gorbaciov.

Uno di cui si disse che, da attore, recitava a copione, e che erano altri a scrivergli il copione, preparargli i discorsi, organizzargli meticolosamente il set. Si è detto che non ci fu forse presidente Usa più manovrato dai suoi collaboratori, specie da quelli che avevano imparato come attirare le sua attenzione, come convincerlo, indirizzarlo in una direzione anziché un’altra, condizionarlo come un burattino, pur lasciandogli la convinzione di essere lui il burattinaio. Tra questi c’erano fanatici, portaborse, manigoldi e sicofanti. Ma al momento giusto seppe anche licenziare i suoi Rumsfeld e Cheney e dare ascolto ai suoi Powell.

Spostò il pendolo della politica economica mondiale in direzione opposta a quella del New Deal di Roosevelt, e ancora se ne pagano le conseguenze. Ma riuscì a dare all’America anche una sensazione di ottimismo sul futuro che invece manca a quella di Bush. Fece leva sulla destra religiosa ultrà per farsi eleggere, ma non si fece teologo supremo. Aveva idee squadrate con l’accetta, ma le carte “di suo pugno” hanno rivelato uno spessore che nemmeno i più accesi osannatori dell’attuale amministrazione osano paragonare a quello di Bush. Fece anche politica, non solo propaganda. E poi poteva contare sul sostegno convinto di una maggioranza di elettori, non di una minoranza, come Bush nel 2000.

Disse che, avendo fatto ben 53 film, sapeva bene come uscire di scena, qualunque fosse la scena. Qualunque sia il giudizio, si può dargli atto di aver interpretato genialmente il suo personaggio, trascinando il pubblico come nessun altro prima o dopo di lui. Sia quelli per cui recitava la parte dell’eroe, sia quelli per cui recitava la parte del cattivo.

Non tutti se ne resero conto. L’Europa confuse genere di film. Credette di assistere ad una commedia, con protagonista un guitto suonato. Risero delle sue gaffes, delle sue ingenuità da parvenu della politica, di quelli che apparivano come sintomi di senilità precoce. La sinistra gli diede sprezzantemente del Rambo, del cowboy. Lo si vide come una reincarnazione del Dottor Stranamore. Non ci accorgemmmo di quanto l’America era affascinata dal suo ottimismo contagioso, aveva imparato ad amarlo e rispettarlo - anche la parte d’America inorridita dalla sua ascesa al potere - aveva scoperto in lui il più popolare e simpatico dei propri presidenti. Che molti, già allora, ridevano non alle sue figuracce, ma alle sue barzellette. Ma cosa ci trovavano gli americani in uno così? Una volta qualcuno glie lo chiese brutalmente. «Vi mettereste a ridere se vi dicessi che in me forse vedono uno qualunque di loro?», rispose.

Come in tutte le grandi battute c’era un elemento artificioso, di retorica, ma anche qualcosa di vero. Riuscì effettivamente a recitare alla perfezione il ruolo dell’uomo qualunque, dell’americano medio. Spesso meglio che quello dell’eroe e del comandante supremo. Forse perché lo era davvero, sin dall’infanzia da figlio di un commerciante di scarpe alcolizzato, in ambientazione da set di «Morte di un commesso viaggiatore». O forse perché nessun pubblico al mondo, più di quello americano, si immedesima in quello che viene proiettato sul grande o sul piccolo schermo (basta essere stati anche solo una volta in un cinema in Usa, a seguire la rumorosa reazione, spesso partecipazione, alla vicenda, l’interazione tra film e spettatori; o aver osservato con un minimo di attenzione come si muovono, camminano, mangiano, parlano, muovono labbra e muscoli facciali: con posa, accento, ritmo e persino calma ostentati, esattamente come nei film).

Era stato Lenin a dire che anche una cuoca deve poter dirigere lo Stato. Fu Reagan a farlo davvero, recitando il ruolo del “cuoco”, del “vicino di casa”, dell’uomo semplice in cui molti potevano in qualche modo riconoscersi, che si trova per caso alla Casa Bianca.

Una delle storielle che più amava raccontare parla di due ragazzini che i genitori portano dallo psichiatra. L’uno è pessimista nero, l’altro iperottimista. Vorrebbero che il medico corregga gli estremi, tiri su il morale del pessimista, renda l’ottimista più cosciente delle difficoltà della vita. Lo psichiatra prova a rinchiudere il pessimista in una stanza piena di magnifici giocattoli, l’ottimista in una stalla maleodorante colma di sterco. Torna e trova il pessimista in lacrime: non ha nemmeno toccato i giocattoli, per paura di romperli. L’ottimista invece è allegro a spalare la merda. «Con tutto questo sterco, da qualche parte ci deve pure essere un pony», gli spiega. Quell’ottimismo finì per contagiare anche l’America di Clinton. La differenza è che nell’America di Bush pare non esserci più materia da contagio di ottimismo.

Siegmund Ginzberg


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 Pierangelo Indolfi    - 07-06-2004
da il manifesto - 06 Giugno 2004

CONTRORDINE
La valigetta del presidente
ALESSANDRO ROBECCHI


George Bush che si paragona a Roosvelt non è poi molto sorprendente, anche Little Tony credeva di essere Elvis. Per il resto, bella la cerimonia, bene che nessuno si è fatto male, buono il menu tutto tricolore, un po' impagliate le ragazze, Lòura, come dicono i tg, e Veronica, the queen of Brianza. Alla fine, tanto casino per niente: solo l'incontro tra i due candidati perdenti alle proprie rispettive elezioni. Mancata la guerriglia evocata da Silvio, le cronache cercano di individuare nei dettagli l'immensa potenza dello sgradito ospite. La Cadillac iperblindata, la scorta, le tecnologie che interrompono le comunicazioni radio, tutte cose che separano l'uomo più potente del mondo dal comune mortale (molto mortale, se è irakeno). E poi, naturalmente, c'è la valigetta nucleare. Una ventiquattrore che consente al presidente di lanciare un attacco atomico in ogni momento, in pratica di distruggere buona parte del pianeta. La porta, a stretto contatto con il presidente, Paul Montanus, maggiore dei marines, che è naturalmente autorizzato a fulminare con un colpo di Beretta calibro nove chiunque tenti di fregargli la valigia. A Termini, a Malpensa, e in buona parte delle stazioni e degli aeroporti del paese farebbe una strage. E' proprio così, sapete bene cos'è un'escalation. Uno stronzo si tiene in macchina un cacciavite per la rissa. Uno molto stronzo gira con la pistola in tasca per la sparatoria. E il più stronzo di tutti ha una valigia per distruggere il mondo. Abbonda l'aneddotica: quella volta che Clinton si dimenticò la valigetta, quella volta che Reagan se la portò in udienza dal Papa, eccetera, eccetera. Gossip e radiazioni. Non ci spiegano, i giornali (di botto, chissà perché, l'aneddotica si arresta, le notizie scarseggiano), verso chi o che cosa sono puntati i missili che George W. Bush comanda con il joystick dalla valigetta nucleare che tiene sempre a portata di mano.
Uno che cade dalla bicicletta, che perde conoscenza mangiando un salatino, che si sceglie Dick Cheney come vice, potrebbe anche fare una cazzata grossa, prima o poi. Siamo umani dopotutto, e tra un paio di milioni di anni lo saranno anche i Bush. Dunque? Corea? Iraq? Afghanistan? Verso chi è puntata "l'arma fine di mondo"? Non si sa o non si dice: lo zelo dei raccontatori di curiosità & aneddoti si arresta come impietrito. Eppure qualche notazione verrebbe spontanea (e se George ricomincia a bere?). Ma visto che si chiacchiera tanto di scontro di civiltà e guerre di religione, la cosa più inquietante mi sembra un'altra. In un mondo che è un bailamme di fedi in ebollizione, chi tiene in mano l'interruttore del disastro planetario? Un membro particolarmente ottuso e fondamentalista dei cristiani rinati, che su scala planetaria rappresenta una setta piuttosto minuscola. Fatte le debite proporzioni, è come se San Marino, o Andorra, o Montecarlo, avessero la bomba atomica e la capacità di distruggere il mondo. E' una banale questione di precauzione: lasciare il bottone dell'apocalisse in mano a uno che interpreta la Bibbia alla lettera e che dall'apocalisse è chiaramente affascinato, non è una cosa particolarmente astuta. E visto che spesso si usano le infuocate parole degli imam per giustificare la crociata cristiana in atto, sarebbe bene ogni tanto ricordarsi anche delle prediche dei reverendi americani. Per esempio, quel Tim LaHaye, un pastore della Moral Maiority che ha fatto i soldi con il nuovo filone del thriller biblico, in testa alle classifiche americane. Roba tipo: «...le parole del Signore fanno scoppiare il sangue dalle loro vene, la loro carne si squaglia, gli occhi liquefatti e le lingue disintegrate». Bello, eh? Direi che basta, per dare un'idea della setta isterica che si sta mangiando i neuroni dell'America. E che ha un figliuolo prediletto che è l'uomo più potente di tutti. E che ha una valigetta per finire il mondo.

 Pierangelo Indolfi    - 08-06-2004
da il manifesto - 08 Giugno 2004

RONALD REAGAN
Il cowboy che cavalcò i missili
di Luciana Castellina

Un «grande presidente», realizzò un radicale cambiamento nella politica e nell'economia. Inventò «l'impero del male», fece anche il possibile per realizzarlo
Pershing e Cruise sono i simboli del reganismo, insieme alla reaganomics, un'idea del mondo senza se e senza ma: «Noi siamo 200 milioni - diceva il 40° presidente degli Stati uniti - loro sono 5 miliardi. Vogliono avere quello che abbiamo. Non glielo permetteremo». Sta qui la sua attualità. Ma il movimento pacifista degli anni Ottanta, oggi è cresciuto in qualità e quantità. Reaganomics vuol dire attacco al welfare, guerra aperta ai sindacati, deregulation e precarietà di massa
LUCIANA CASTELLINA
Mi è difficile ricordare Reagan senza che riappaia l'immagine sbalordita del ragazzino di «Back to the future» che, catapultato per magia nel passato degli anni `50, a chi gli dice chi è il presidente degli Stati uniti non riesce a credere si tratti davvero di Ronald, l'attore di serie B della sua infanzia. Eppure, fu proprio il fatto di non provenire né dalla casta militare - uscita malconcia dopo la disfatta nel Vietnam - né da quella dei politici di professione - cui si imputava l'inaspettato impoverimento dell'America, alle prese con una recessione perdurante che evocava storie da grande depressione - quel che aveva consentito il successo del 40° presidente degli Stati Uniti: egli è stato infatti il precursore dell'ondata «antipartitica» che ha poi via via investito quasi tutto il resto del mondo. Cosa di meglio che ricorrere al vecchio, sempre vivo mito del West, ai suoi generosi, coraggiosi e sempre vincenti cowboys, per curare la sindrome del pessimismo che alla fine degli anni `70 aveva colpito l'orgogliosa società americana? Scrisse Noam Chomsky che il compito che era stato affidato a Reagan «era di sorridere, di leggere dal `gobbo' con voce piacevole, dire un paio di battute, e di far sentire l'uditorio a suo agio. La sua sola qualifica per gestire la presidenza era che egli sapeva come leggere le righe scritte per lui dai ricchi e potenti. Per otto anni il governo ha virtualmente funzionato senza una effettiva guida dell'esecutivo». Nel lancio dei leader politici (come dei prodotti per il supermarket) le virtù mediatiche contano assai più della sostanza, ma non c'è dubbio che nel caso di Ronald Reagan l'operazione è riuscita ai demiurghi di Wall Street nel migliore dei modi. Perché Reagan è stato un grande presidente, nel senso che ha segnato un'epoca, ha cambiato la struttura delle nostre società, i valori e le idee. Il suo vero genio fu di reintrodurre nella politica l'ideologia, proprio quando i democratici (e la sinistra in Europa) cercavano di liberarsene. E così riuscì a dare la valenza di una missione religiosa, reclutando diavolo (l'«impero del male») e santi (lo «juppie» - young upper professional). Ha buon gioco il piccolo Bush, quando nel commemorarlo dice: «Ci ha liberato dalla tirannide», perché persino ai poveracci che vivevano di welfare è riuscito a far sentire come un'intollerabile intrusione nella loro vita privata l'intervento dello stato. Margaret Tatcher - che il movimento pacifista immortalò in un manifesto fra le sue braccia come Rossella O'Hara-Vivien Leigh in quelle di Rhett Butler-Clark Gable, sotto la scritta «Via col vento» - sebbene sia stata oltreoceano più che la sua partner il suo battistrada, non riuscì mai ad acquisire lo stesso carisma. Non solo perché la vecchia Europa aveva altri anticorpi, ma perché non era un cowboy. La fortuna che il nuovo Vangelo ebbe anche nel vecchio continente non sarebbe forse mai stata possibile senza che alla lucida distruzione del «vecchio» - entro cui furono racchiuse tutte le conquiste del movimento operaio - operata dal premier britannico, non vi si fosse aggiunta la componente hollywoodiana.

Il potere mediatico del reaganismo è stato tanto forte che si esercita ancor oggi. Non solo su Berlusconi. Anche su tutti i bravi democratici, persino di sinistra, che hanno scritto i «coccodrilli» pubblicati in questi giorni. A leggerli sembra che davvero l'America lasciata nel 1988 in eredità da Reagan fosse un paese risanato. Il povero Bush padre che gli succedette si trovò a far fronte al più grave deficit pubblico che la storia ricordi, per via della riduzione fiscale e della contemporanea impennata della spesa militare; a un debito internazionale che si avvicinava al 20% del pil; a una bilancia commerciale del tutto scompensata; a un tasso di disoccupazione minore del 10%, ma solo grazie alla moltiplicazione del lavoro nero, precario e pagato come nel terzo mondo e allo sconsiderato sviluppo dell'industria bellica; a un deterioramento gravissimo delle infrastrutture, innanzitutto quelle educative e sanitarie (una mortalità infantile che collocava nel 1987 gli Usa al 22° posto tra le nazioni, ma al 43° in relazione alle minoranze etniche); a una montagna di misure protezioniste; a un'ingiustizia fiscale senza precedenti; a un allargamento della disuguaglianza.

Un «miracolo», ottenuto come risultato di una battaglia frontale coi sindacati, sterminati come una tribù indiana e il cui primo atto fu il lunghissimo braccio di ferro con i controllori di volo, che lasciò per un tempo infinito paralizzata l'America e si concluse con il licenziamento di 11.000 addetti (il replay fu la crociata di Thatcher contro i suoi minatori). In quest'epoca sono venuti alla luce gli accordi sindacali, chiamati «accordi di concessione», aventi per oggetto la riduzione concordata del salario, anche fino al 17%, come avvenne per il primo della serie, quello dei conducenti, presi alla gola, dei treni suburbani del New Jersey. Le cose tutt'oggi non sono molto cambiate, solo che ora se ne parla meno. In realtà la grande invenzione della reaganomics, la «supply side», la famosa «economia dell'offerta» - che lo stesso George Stigler, pur appartenente alla scuola di Chicago ebbe a definire, con grande imbarazzo della Casa bianca, un «trucco» - non ha funzionato. Ne è derivato il mostro della «recessione inflattiva» prolungata che conosciamo. Ma ci ha lasciato in eredità concetti come flessibilità, deregulation, privatizzazioni.

Oltre ad aver messo in piedi il più efficace apparato di agit-prop della storia americana, Reagan è stato anche il più prolifero inventore di «operazioni coperte» - le guerre clandestine («a bassa intensità») - che durante la sua presidenza hanno raggiunto un livello senza precedenti: quella dei contras in Nicaragua e poi le operazioni in Salvador e Honduras che gli consentirono via via di sabotare la lunga serie di accordi di Esquipulas con cui si era tentato, dopo anni drammatici ed eroici, di trovare un compromesso per il Centro America. Gli «interventi umanitari», che hanno poi avuto grande successo, sono una sua invenzione: l'invasione di Grenada, nel 1983, una intricatissina storia con la quale la Casa bianca, tramite il fedele Michael Ledeen (spesso tuttora ospite del salotto di Vespa) tentò di coinvolgere anche l'Internazionale socialista e personalmente Willy Brandt, tirando fuori dagli archivi sottratti alla minuscola isola delle Grenadine (e tuttora in custodia a Washington) - accusata di minacciare gli Stati uniti per via di un aeroporto costruito da cubani (doveva servire ai charter dei turisti) - le prove del legame segreto fra il New Joel Movement, la formazione socialista al governo, Fidel e la Spd. Umanitario, e dunque non soggetto alle regole della convivenza internazionale, fu considerato anche il bombardamento della Libia, nel 1986.

Ma l'epoca di Reagan è stata soprattutto l'epoca in cui è davvero tornata la paura che una guerra grande, frontale e fatale, potesse scoppiare. Sono stati gli anni in cui dalla guerra fredda si è rischiato di passare a quella calda, l'epoca della installazione dei Pershing e dei Cruise in tutti i nostri paesi, dello Scudo spaziale che avrebbe annullato, proteggendo l'America, il condizionamento della deterrenza. Gli anni di Comiso, di Greenham Common, delle gigantesche mobilitazioni pacifiste in Germania, Olanda, Gran Bretagna, Grecia, Spagna. Il pacifismo europeo attuale è nato allora, o meglio, fu il movimento pacifista che per la prima volta, ben più efficacemente di quanto non avessero mai fatto le istituzioni, consentì alla società civile di scoprire la dimensione europea. Contro la maggior parte dei governi. L'Italia, anche allora, fu il fiore all'occhiello: a Williamsburg, dove nel luglio '83 fu definitivamente decisa l'installazione dei missili annunciata nel `79, Fanfani, presidente del consiglio già dimissionario, arrivò addirittura in anticipo per sancire uno speciale, privilegiato legame con Reagan. Poche settimane dopo il suo successore Bettino Craxi incaricò il ministro della difesa Lagorio di farci picchiare selvaggiamente davanti ai cancelli dell'aereoporto del Magliocco dove, ingenuamente, sperimentavamo per la prima volta le tattiche non violente dei pacifisti inglesi per bloccare coi nostri corpi l'arrivo dei convogli militari. Il sussulto di orgoglio di Sigonella poteva aver luogo solo in un quadro generale di fedeltà a Washington.

Se quei missili non furono sparati e poi si arrivò alla firma di alcuni (ma solo di alcuni, ed ora denunciati da Bush) accordi di disarmo, non fu comunque merito di Reagan, come ora in morte si sta dicendo. Fu soprattutto grazie allo straordinario coraggio di Michail Gorbaciov, un uomo che di errori ne ha fatti (e continua a farne) tanti, ma cui la storia dovrà rendere giustizia per la spregiudicatezza e la lungimiranza con cui agì. Fu merito anche di quel movimento pacifista europeo che riuscì a sabotare il tentativo reaganiano di reclutare alleati fra i giovani dell'est europeo, stabilendo una miriade di rapporti coi semiclandestini gruppi di pacifisti che operavano oltre la cortina di ferro, in nome di un'ipotesi di democratizzazione dei loro paesi che non passasse attraverso la guerra ma attraverso la pacifica via del disarmo unilaterale, nella prospettiva di un'«Europa senza missili dall'Atlantico agli Urali», di «patti da sottoscrivere non con gli amici ma con i nemici», come dicevamo allora.

La guerra non ci fu, ma certo quella installazione di missili ha prodotto, anziché una democratizzazione del blocco sovietico, il costosissimo disfacimento che sappiamo. E in America è stata per un verso puro oppio per l'economia, per l'altro accelerazione della micidiale logica che presiede tutt'ora alla politica del paese: supplire con la forza delle armi alla perdita di egemonia e di potere economico. «Noi siamo 200 milioni, loro sono cinque miliardi. Vogliono avere quello che abbiamo. Non glielo permetteremo». Questa frase di Ronald Reagan non mi è mai più uscita di mente.

 Pierangelo Indolfi    - 08-06-2004
sempre da il manifesto - 08 Giugno 2004

Scheda
Ronnie, un attore modesto nasconde meglio se stesso
di ROBERTO SILVESTRI

Alto, prestante, capelli scuri. Ma non abbastanza alto, prestante, scuro. Tranne quando dichiarò: «Vietnam? Basta vergognarcene: abbiamo fatto bene a andarci per salvare il mondo dal socialismo». Ecco perché qualcuno scrive oggi: «è stato il più grande». Reagan ben rappresenta la ferocia capitalistica, e senza neppure uno straccio di prova a carico. La voracità dell'occidente moderno, ricco e obeso, contro tutto e tutti, perfino contro lo stato se osa porre regole, far domande o inchieste. Siate disposti a qualunque bassezza morale, tortura o genocidio purché gli affari continuino a andare per il verso giusto... Mascalzone? Sì, ma col senso dell'umorismo.

Però il kolossal che ha recitato Ronald Reagan da «presidente degli Stati uniti» (dopo 66 film interpretanti grigiamente ma non indegnamente tra il `37 e il `65, Killers il più bello e il suo più odiato) è stato l'unico suo grande successo da attore maschile protagonista.

Certo, ha richiesto 15 anni di preparazione, un budget che nessuna compagnia potrebbe più permettersi, ma non mandò all'aria Hollywood e dintorni, anzi li ha resi più potenti e «unici». Solo lui ne è stato così sfiancato da passare gli ultimi 10 anni di vita da vegetale. Ne valeva la pena.

Il film era: «distruggere il comunismo con ogni mezzo necessario». La parte molto impegnativa. Per farlo non bastava un uomo politico. Ci voleva un attore capace di incorporare più ruoli, anche non benissimo: il fanatico religioso fondamentalista cristiano che preferirebbe l'apocalisse al trionfo del socialismo nel mondo; l'occhio gelido del giocatore d'azzardo (per il bluff riuscito dello «Scudo Spaziale»); l'«eroe» dei nostri tempi (aveva salvato ben 26 persone quando era bagnino, nel 1926, come quasi tutti i bagnini di questo mondo fanno); un volto sorridente da adorabile criminale (l'affare Iran-Contras, con soldi pubblici trafugati per traffici di droga, armi e squadroni di fascisti anti-sandinisti); il radiocronista sportivo dalle metafore ardite e dalla parlantina seducente (lo aveva fatto per i Chicago Cubsa e i Chicago White Sox); il cuore da leader studentesco estremista (al liceo e alla Northwestern University). E poi il sindacalista convincente e anti-rossi (Actors Guild), l'ex passionario rooseveltiano riciclato in liberista assoluto, il collaborazionista (moderato) della caccia alle streghe; l'ipnotizzatore di Gorbaciov e il patriota manovrabile dalla Cia. Bush senior lo portò per mano alla Casa bianca rallentando a arte la liberazione degli ostaggi in Iran e sconfiggendo «illegalmente» Carter, come poi il figlio farà in Florida.

Però buon senso, credibilità, moderazione, semplicità, amore per l'astrologia (Linda Goodman, l'unica cosa che divise con Marilyn e Cary Grant) e per i cani (Muffin), erano tratti caratteriali e comportamentali da miscelare con ben altro. Le qualità recitative che Reagan aveva perfezionato nei suoi ruoli hollywoodiani (sempre un po' meno galante di Herbert Marshall, meno egemone di Gary Cooper, meno esotico di Tyrone Power, meno «casual» di Spencer Tracy, meno politicamente consapevole di John Garfield, meno cinico di William Holden, meno sciolto di Don Ameche...) per la Warner Bros («lui è il nostro Gregory Peck», dichiarò Jack Warner esagerando non poco), dovevano coniugarsi, per la prima volta, con la ferocia e la follia, coi sintomi dell'arte predatoria globale e vincente. Quando Michael Jackson rifiutò una sua proposta, Reagan ci rimase male. «Con tutto quello che abbiamo fatto per voi». Per noi, per i neri?!! «Ma no, per voi ricchi....».

Finalmente Reagan poteva illuminare il suo volto con il ghigno che piace, con l'ombra della malvagità. Sadico, «estremo», ambiguo come chi gli aveva sempre strappato sempre le parti migliori: James Cagney (due remakes orridi, da ruoli smessi) o Humphrey Bogart (che gli soffiò Casablanca). Per non parlare di Errol Flynn di cui fu sempre comprimario. Film brutti. Ma Reagan ne era consapevole. La Wb non voleva «che fossero belli, ma pronti il giovedì». Ecco perché il vero Regan è in L'età inquieta, 1947 di Peter Godfrey. E c'è pure Shirley Temple, attrice e politica.