breve di cronaca
Un tempo pieno di futuro
Scuola oggi - 04-06-2004
ScuolaOggi ha già pubblicato nei mesi scorsi diversi interventi sul Tempo Pieno, soprattutto di dirigenti scolastici dell'area milanese che nel Tempo Pieno hanno lavorato per molti anni (G.Gandola, A.Fazzone, V.Zedda) o addirittura che ne sono stati tra i fondatori (F.Niccoli), quando la scuola a T.P. era di fatto una scuola "sperimentale" e coincideva con l'innovazione didattica tout court.
Perchè riaprire un dibattito proprio oggi, quando il Tempo Pieno è sotto il "fuoco nemico" della Riforma Moratti che di fatto ne vuole decretare la fine, sostituendolo con un tempo scuola di 40 ore che è ben altra cosa...? Proprio perchè si ritiene che una difesa valida, rigorosa, credibile della scuola a Tempo Pieno non possa prescindere da quelli che ne costituiscono gli aspetti di qualità, i tratti distintivi, che vanno riaffermati con forza e sui quali occorre attestarsi come in trincea. Perchè sia ben chiara la differenza tra le 40 ore della Moratti, tempo scuola segmentato e variabile a "domanda individuale" delle famiglie, e un modello educativo unitario con una forte connotazione culturale e padagogica.
E' in questo senso allora - mettendo al centro gli "elementi di qualità" del Tempo Pieno - che si può trasformare questa battaglia da difensiva (assolutamente necessaria) ad offensiva. Passare cioè all'attacco dicendo con chiarezza qual è la scuola che vogliamo, quali i suoi punti di forza, sul piano non solo sindacale e della difesa degli organici ma anche e soprattutto sul piano pedagogico-didattico e più in generale organizzativo.
In questa prospettiva pubblichiamo, come contributo ad un dibattito che deve continuare, la relazione tenuta da Fabrizio Dacrema (segreteria Cgil scuola nazionale) al recente convegno di Genova "Un tempo pieno di futuro".


UN TEMPO PIENO DI FUTURO

RELAZIONE INTRODUTTIVA di Fabrizio Dacrema

TEMPO PIENO E QUALITA’ DELLA SCUOLA



1969, quartiere Le Vallette di Torino.

Le famiglie operaie occupano le scuole elementari: chiedono il tempo pieno.
Hanno già il doposcuola comunale, quindi, hanno già risolto il problema di dove lasciare i figli al pomeriggio mentre i genitori sono in fabbrica.
Tuttavia, insieme agli insegnanti, lottano per ottenere il tempo pieno, perché sostengono che solo così i bambini non saranno divisi tra coloro che sono costretti a fermarsi al doposcuola e quelli che, invece, possono permettersi di tornare a casa.
Ritengono che solo con il tempo pieno ci sarà un percorso educativo unitario per tutti.
Due anni dopo, nel settembre 1971, a seguito di questa e di molte altre lotte, viene approvata la legge 820 che introduce il tempo pieno: due insegnanti contitolari, 40 ore settimanali, le compresenze.

Autunno 2003, Italia.

La bozza di decreto attuativo della legge 53 nella scuola dell’infanzia e nel primo ciclo di istruzione contiene l’abrogazione dell’art. 130 del Testo Unico delle leggi sulla scuola, l’articolo che ha recepito le norme sul tempo pieno.
Un forte movimento di protesta di insegnanti e genitori si sviluppa in tutte le realtà dove il tempo pieno è diffuso in modo consistente.
Il governo, a fine novembre, di fronte al crescere della protesta, accetta alcuni emendamenti proposti dall’ANCI volti a rendere ancora possibile la copertura di 40 ore settimanali di tempo scuola con personale statale.
Così facendo pensa di aver risolto il problema.
Invece, così non è. Il movimento in difesa del tempo pieno non solo continua, ma addirittura si amplia e si diffonde, realizzando quattro manifestazioni nazionali e una miriade di iniziative nei singoli territori.
Genitori e insegnanti che scendono in piazza vogliono il tempo pieno come modello scolastico di qualità, non il tempo scuola frammentato della Moratti.

A 35 anni di distanza, il confronto tra queste due vicende mette in luce come la lotta per il tempo pieno ha sempre significato rivendicazione di una scuola pubblica di qualità.
Frutto di una stagione di lotte democratiche che ha cambiato il volto del nostro paese, oltre che della passione civile e professionale di tanti insegnanti, l’esperienza del tempo pieno non è mai stata riducibile alla esigenza di una maggiore quantità di tempo scuola, ma ha sempre posto al centro i temi della qualità della scuola.
Di qui la sua forza e la sua persistente capacità di consenso, di cui abbiamo avuto prova anche con il movimento che si è sviluppato in questo anno scolastico: genitori e insegnanti, sindacati e partiti, soggetti sociali e enti locali.
Il movimento è partito inizialmente per difendere il tempo pieno, ora pone il problema dell’intero sistema formativo, dall’asilo nido all’università.
Il movimento che è partito dalla difesa del tempo pieno ha compreso che l’unica possibilità per il nostro paese per evitare l’incombente declino economico, sociale e civile è rappresentata dalla scelta di investire prioritariamente in direzione dell’innovazione, della ricerca, dell’istruzione e della formazione.
È questa la scossa, auspicata dal Presidente della Repubblica, di cui ha bisogno il nostro paese per riprendere la strada dello sviluppo.
Una prospettiva che la CGIL ha da tempo indicato in alternativa alle politiche inique e fallimentari del governo di centrodestra e che ora incontra nuove opportunità nella ritrovata intesa unitaria dei sindacati confederali e nel nuovo corso della Confindustria.
Una prospettiva che deve concretizzarsi in programmi con scelte chiare e certe di investimento prioritario nel sistema formativo per assicurare a tutti una solida formazione culturale di base, risorsa essenziale per la democrazia e lo sviluppo.

UN MODELLO DI SCUOLA E DI SOCIETA’

Partire dal tempo pieno significa per pensare alla scuola del futuro significa inevitabilmente connettere un modello di scuola a un modello di società.
L’esperienza del tempo pieno è portatrice di un’idea di scuola pubblica inclusiva, finalizzata a portare tutti ai più alti livelli possibile di istruzione e di formazione.
È l’idea di scuola pubblica della Costituzione, cui è affidato un ruolo essenziale nell’assolvimento del compito della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli” che limitano la libertà e l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione dei cittadini.
È ’idea del modello sociale europeo che vuole tenere assieme diritti e sviluppo economico, che scommette sulla società della conoscenza, ponendosi con la conferenza di Lisbona nel 2000 l’obiettivo dell’85% dei diplomati entro il 2010.
Un modello di società opposto al neoliberismo populista dell’attuale governo che, infatti, continua nell’opera di demolizione della scuola pubblica attraverso l’attuazione della legge 53.
Arriva ora il decreto che abolisce l’obbligo scolastico.
Al suo posto un diritto - dovere che riesce a fare tornare indietro il paese rispetto a una questione per la quale eravamo già il fanalino di coda dei paesi sviluppati, l’obbligo scolastico ovvero la durata del percorso scolastico da garantire ad ogni cittadino.
Altro che obbligo a 18 anni, come è stato affermato con una insopportabile falsificazione della realtà, con il nuovo decreto si arretra anche rispetto al timido innalzamento a 15 anni realizzato nella precedente legislatura.
L’attenuazione dell’obbligo scolastico, previsto dalla Costituzione, sostituito con il diritto – dovere all’istruzione e alla formazione, ha l’unico significato di permettere dopo la terza media di inserirsi in un canale di formazione professionale o addirittura in un apprendistato senza vincoli di formazione esterna al posto di lavoro.
Percorsi entrambi palesemente inadeguati all’obiettivo di garantire sufficienti basi culturali sia per la cittadinanza attiva che per il lavoro qualificato. Un diritto dovere in cui il diritto è sempre più indebolito dal progressivo impoverimento della scuola pubblica e il dovere è sempre più scaricato sulle famiglie, le quali vi faranno inevitabilmente fronte sulla base delle disuguali appartenenze socio-culturali.
Il familismo della legge 53 non ha nulla a che fare con la valorizzazione positiva del rapporto tra scuola e genitori, è, invece, il risultato della scuola pubblica che si ritrae e che, di conseguenza, alimenta un familismo privo di valori, in cui si riaffermano modelli adultistici e proprietari nel rapporto genitori – figli.
La scuola della personalizzazione è una scuola che si rassegna davanti alle disuguaglianze di partenza, che rinuncia a rimuovere quegli ostacoli di cui parla l’art. 3 della Costituzione, è una scuola che si limita a rilevare i diversi destini sociali, indirizzando e incanalando precocemente i più “bisognosi”, così li ha definiti il Ministro, in un canale professionale inferiore e subalterno, finalizzato a un precoce avviamento a quella moltitudine di lavori precari prospettato dalla legge 30.
Una scelta iniqua socialmente e inadeguata alle esigenze di un’economia che, se vuole tornare ad essere competitiva, deve puntare sull’intelligenza e le più alte competenze di tutte le persone che lavorano.
Questa è la sfida che abbiamo di fronte: scommettere sull’intelligenza e il sapere di tutti.
Il governo di centro destra ha già scelto di puntare solo su una parte, la più forte e privilegiata: per questo indebolisce e impoverisce la scuola pubblica Noi siamo convinti che questa scelta sia antidemocratica, iniqua socialmente e perdente anche dal punto di vista dello sviluppo economico.
Spetta, quindi, a noi mettere in campo le idee per cambiare la scuola, in modo da farla diventare effettivamente di tutti e di ognuno.
Per questo abbiamo scelto di partire dal tempo pieno, un modello scolastico che ha dato prova di saper promuovere il successo scolastico di tutti e di saper valorizzare le diverse intelligenze.

I PUNTI DI FORZA DELL’ESPERIENZA DEL TEMPO PIENO

Vediamo insieme quali sono i suoi punti di forza.

Innanzi tutto l’idea di obbligo scolastico come garanzia di un percorso formativo comune a tutti finalizzato ad assicurare a ogni cittadino un comune patrimonio culturale di base.
Per il professor Bertagna l’obbligo scolastico ha un significato reclusivo, nell’esperienza del tempo pieno, invece, il tempo scuola obbligatorio per tutti ha significato superare il modello del doposcuola, fatto di una scuola minima per tutti, cui si aggiunge un tempo facoltativo pomeridiano per i più “bisognosi”.
La superiorità del tempo pieno sul doposcuola nelle sue diverse varianti, spezzatino della Moratti compreso, sta, infatti, nell’unitarietà della progettazione di un tempo scolastico arricchito e diversificato per tutti.
Nell’esperienza del tempo pieno è forte la consapevolezza che educazione e apprendimento sono fatti sociali, imparare assieme non è una necessità da ridurre al minimo, ma una opportunità che arricchisce tutti, attraverso lo scambio, il confronto e la valorizzazione dei diversi punti di vista.
La differenziazione dei percorsi nel tempo pieno è finalizzata a individualizzarli affinché tutti possano raggiungere i più elevati traguardi formativi.
Una logica ripresa e sviluppata dall’autonomia scolastica.

La tensione a superare la divisione e la gerarchia tra i saperi è un altro degli aspetti che caratterizzano le migliori esperienze di tempo pieno, non a caso definito inizialmente come “tempo integrato”.
Saperi astratti e conoscenze operative sono intrecciate nella progettazione unitaria e nella didattica dei laboratori. A tutte le discipline viene attribuita pari dignità culturale e a tutti gli insegnanti pari dignità professionale.
In questo quadro tutte le diverse intelligenze e motivazioni possono essere valorizzate.

Il tempo pieno è poi la scuola dei tempi distesi, condizione indispensabile per la qualità della didattica e dell’apprendimento.
Attenzione ai diversi stili di apprendimento, processi di insegnamento-apprendimento interattivi, diversificati e ricchi di stimoli, in una parola motivanti, sono possibili solo attraverso una equilibrata e distesa successione dei diversi momenti e attività della giornata educativa.
Al contrario i tempi scolastici compressi impediscono le didattiche che valorizzano la ricerca, l’operatività, la capacità di risolvere problemi, favorendo le pratiche didattiche trasmissive e nozionistiche.
Per questo la scuola minima di 27 ore, non solo riduce il patrimonio di conoscenze che la scuola può fare apprendere, inglese e informatica comprese, ma è destinata ad aumentare i tassi di insuccesso scolastico, perché impone didattiche meno motivanti e più selettive.

Il tempo pieno introduce la pluralità degli insegnanti, coppia o gruppo docente, regolata dal principio della corresponsabilità.
Un principio essenziale per la progettazione unitaria di modelli di organizzazione didattica in grado di garantire agli alunni:  più opportunità cognitive attraverso la suddivisione delle competenze in aree o ambiti disciplinari;  più opportunità relazionali attraverso una pluralità di figure di riferimento paritarie e corresponsabili;  coordinamento e raccordo tra i vari interventi attraverso la comune programmazione;  possibilità di percorsi formativi individualizzati (classi aperte, articolazione di gruppi a diversa composizione, laboratori, …), possibili attraverso l’utilizzo delle compresenze degli insegnanti, finalizzati a valorizzare i diversi interessi e stili cognitivi.

La scuola a tempo pieno si è poi caratterizzata come una scuola aperta al territorio, proprio perché nasce come risposta di qualità ai bisogni sociali e formativi di un determinato contesto.
Spesso le scuole a tempo pieno hanno sviluppato progetti educativi di valorizzazione delle risorse del territorio e si sono aperte alla partecipazione delle famiglie e della cittadinanza diventando luoghi di convivialità e aggregazione.
Un rapporto positivo che ha favorito la scelta di molti enti locali di investire nelle scuole a tempo pieno e che spiega la loro scesa in campo in difesa di questa esperienza.

UN MOVIMENTO PER LA QUALITA’ DELLA SCUOLA PUBBLICA

Per queste ragioni il tempo pieno deve avere un futuro.
Tempi distesi, integrazione dei saperi, unitarietà del progetto, flessibilità dell’organizzazione didattica, cooperazione e corresponsabilità degli insegnanti, apertura al territorio sono fattori di qualità sono linee guida di un cambiamento positivo dell’intero sistema scolastico italiano, come è già avvenuto con la riforma della scuola elementare del ’90 e in molti altri processi di innovazione. Era quindi inevitabile che contro la volontà del governo di abolire il tempo pieno scendesse in campo la “meglio scuola”, insegnanti che non potevano accettare che si chiamasse riforma la cancellazione delle migliori esperienze professionali, genitori che non si sono fatti ingannare dal supermarket scolastico promesso da Berlusconi, una società civile preoccupata per il futuro di un paese il cui governo demolisce la scuola pubblica.
Una madre nel corso di una delle tante manifestazioni contro il decreto Moratti ha lucidamente posto la questione che più ha rappresentato la spinta e la forza di aggregazione del movimento.
Alla domanda di un giornalista che le chiedeva perché era scesa in piazza ha risposto: “Fino ad oggi ci hanno spiegato che i nostri figli saranno più precari di noi e forse anche più poveri e questo ci preoccupa, ora, con la controriforma della Moratti, apprendiamo che saranno anche più ignoranti e questo lo consideriamo inaccettabile!”.
Questo nesso tra diritto alla conoscenza e futuro del paese è la ragione che ha permesso al movimento di andare oltre il mondo della scuola e di ampliare le alleanze, realizzando un vasto e articolato schieramento unitario per il ritiro del decreto, che ha ottenuto importanti risultati e che continuerà la mobilitazione fino al raggiungimento dell’obiettivo.
Il governo non ha intenzione di modificare il suo progetto, né potrebbe farlo, visto che la riduzione della spesa nella scuola è un aspetto strategico del suo programma in cui la riduzione delle risorse per il welfare è un passaggio obbligato per la realizzare una consistente riduzione fiscale a favore dei ceti medio alti.
Tuttavia la forza del movimento ha messo in difficoltà il governo, ha dovuto cedere su diversi punti, non mancano finte aperture al dialogo, cui corrispondono reali tentativi di forzare la situazione per imporre la controriforma.
Il Ministro, oltre l’ottimismo di facciata, non è tranquillo, come dimostrano alcuni scatti di nervi sotto forma si note ministeriali (si veda l’ultima sull’adozione dei libri di testo), il cui unico scopo è quello di intimidire le scuole che intendono legittimamente avvalersi delle prerogative dell’autonomia scolastica e della libertà di insegnamento.
Il Ministro ha ragione di preoccuparsi, nelle scuole c’è un deficit di consenso diffuso che non può essere recuperato in modo autoritario, a colpi di decreti, note e minacce.
Non solo, i risultati ottenuti dalle lotte di questi mesi, in merito a organici e spazi nella normativa applicativa, permettono alle scuole per il prossimo anno scolastico di non arretrare nel fare scuola quotidiano.
Inoltre, le riforme che abbiamo sostenuto e voluto negli anni scorsi, autonomia scolastica e contrattualizzazione del rapporto di lavoro, offrono a tutte le scuole la possibilità di difendere la qualità dell’offerta formativa, non realizzando nel fare scuola concreto le trasformazioni negative previste dalla controriforma.

IN DIFESA DELL’AUTONOMIA E DELLA CONTRATTAZIONE

Il governo, infatti, per realizzare il suo progetto regressivo sta compiendo numerose illegittimità, ha forzato la stessa legge delega introducendo nel decreto delegato aspetti non previsti dalla legge 53/03, ha invaso le prerogative dell’autonomia scolastica tutelate dalla Costituzione, ha violato gli spazi di competenza della contrattazione.
Per questo, insieme a CISL e UIL scuola, abbiamo presentato ricorso, in via incidentale, alla Corte Costituzionale e abbiamo diffidato il Ministro dall’attuare le numerose parti del decreto in contrasto con il contratto nazionale di lavoro.
Occorre fare molta attenzione, questa è una fase molto delicata, il governo spera di far leva sulla disinformazione per imporre il suo disegno, facendo passare come obbligatorio anche quello che, già oggi, anche in assenza delle sentenze della Corte Costituzionale, obbligatorio non è.
Le scuole devono avere ben chiaro gli spazi in cui si possono muovere, nel pieno rispetto della legalità, senza ricorrere all’obiezione di coscienza o alla disobbedienza civile.
Le istituzioni scolastiche autonome possono deliberare di:  fondare il curricolo sull’unitarietà dell’offerta formativa, senza divisioni interne tra quote orarie obbligatorie e facoltative/opzionali;  adottare strumenti didattici alternativi ai libri di testo conformi alle Indicazioni Nazionali;  confermare la responsabilità di tutti gli insegnanti per lo svolgimento delle attività ricomprese nella cosiddetta funzione tutoriale (tutoraggio, orientamento, documentazione, rapporto con le famiglie, coordinamento dell’attività didattica) e di affidare ai Consigli di classe – interclasse - team docente, nella loro collegialità, la progettazione e l’attuazione delle sopraddette attività Le scuole che assumono queste decisioni compiono scelte legittime, nell’ambito delle prerogative loro attribuite dall’autonomia scolastica e nel rispetto del contratto nazionale di lavoro.
Inoltre, il Ministro deve avere chiaro che l’assegnazione della funzione tutoriale ad una parte degli insegnanti si configura in ogni caso come violazione del contratto nazionale di lavoro, in relazione a quanto in esso previsto in materia di profilo professionale del docente, orario di lavoro, riconoscimenti professionali e retributivi.
Ora, come abbiamo già detto, il Ministro sta muovendosi in modo piuttosto confuso.
Allora è il caso di dire con chiarezza al Ministro che, se intende procedere unilateralmente, se vuole la prova di forza, non ci tireremo indietro, ovunque si verificheranno prevaricazioni dell’autonomia scolastica, della libertà di insegnamento e del contratto di lavoro, la CGIL Scuola interverrà.
Per questo chiediamo al Ministro di fermarsi, di evitare forzature e prevaricazioni, per evitare confitti, ricorsi e contenziosi scuola per scuola.

LA PARTITA E’ APERTA

Il prossimo sarà un anno scolastico decisivo per l’attuazione della legge 53 e quanto avverrà nelle scuole avrà un ruolo di grande rilevanza.
La mobilitazione politica generale per fermare la Moratti continuerà, la partita, quindi, rimane aperta.
Però, se le scuole non utilizzeranno gli spazi decisionali esistenti per difendere gli aspetti qualitativi del fare scuola quotidiano, la partita comincerà a chiudersi a favore del governo e il movimento comincerà a indebolirsi.
Per questa ragione sosterremo a tutti i livelli le scuole impegnate in difesa dell’autonomia scolastica e l’attività delle RSU per una contrattazione di scuola rispettosa del contratto nazionale di lavoro.
Alla fine dell’anno scolastico 2004/05 si dovrà effettuare la verifica della prima attuazione del decreto legislativo per apportare eventuali modifiche, come lo stesso decreto prevede entro 18 mesi dalla sua approvazione.
L’orientamento che esprimeranno le scuole attraverso l’uso responsabile e professionale delle prerogative dell’autonomia scolastica sarà un test fondamentale per decretare il fallimento della controriforma.
Sulle questioni dell’unitarietà dell’offerta formativa contro i modelli frammentati previsti dal decreto, della corresponsabilità del gruppo docente contro la figura del tutor, la partita può e deve essere vinta sul campo.
È, inoltre, inaccettabile il tentativo di far passare come obbligatorie le Indicazioni Nazionali, un documento che è stato elaborato da commissioni segrete e non pluraliste, di dubbio fondamento scientifico e culturale (si veda il parere espresso CUN), invasivo delle prerogative dell’autonomia didattica delle scuole e della libertà di insegnamento, non privo di aspetti decisamente oscurantisti, come il caso Darwin ha messo in luce, aperto a tentazioni integraliste, come è emerso in occasione dell’accordo per i nuovi programmi di religione cattolica nella secondaria di primo grado.
Non dimentichiamo, a questo proposito, che la legge 53 sostiene che la scuola pubblica deve promuovere la formazione spirituale e morale, “anche ispirata ai principi della Costituzione”.
Tutto questo ci allarma, come persone di scuola e come cittadini.
L’autonomia culturale della scuola pubblica è un bene fondamentale della Repubblica, indispensabile per l’accoglienza, l’integrazione e il dialogo tra le diverse culture.
La scuola pubblica deve ispirarsi ai valori comuni che sono alla base del patto costituzionale e nei valori sottesi ai suoi programmi di studio devono potersi riconoscere tutti i cittadini.
Per questo consideriamo queste Indicazioni Nazionali inaccettabili.
Questo documento, introdotto illegittimamente come allegato, in via transitoria e in attesa di un nuovo documento approvato secondo la procedura legittima, non ha mai abrogato i programmi, né può avere la pretesa di sostituirsi ad essi in modo obbligatorio.
Tutto ciò ora è ancora più evidente, dopo che il Ministro, istituendo la Commissione presieduta da Rita Levi Montalcini, ha già dato avvio al cambiamento delle Indicazioni Nazionali.
Aperta la breccia su Darwin, ora l’obiettivo è l’istituzione di commissioni pubbliche e pluraliste che elaborino proposte riguardanti tutti i curricoli nazionali su cui realizzare una vasta consultazione democratica nella scuola e nel paese.
Per questo assume grande rilievo il fatto che molte scuole stanno assumendo l’orientamento di continuare a fare riferimento ai Programmi vigenti e di non adottare i libri di testo conformi alle Indicazioni.

PER UNA PROPOSTA ALTERNATIVA

Queste scelte delle scuole rappresentano un passaggio essenziale per arrivare alla cancellazione della controriforma Moratti e per mettere in campo una alternativa alla politica scolastica del governo.
È ormai tempo, di fronte al fallimento delle politiche del governo, di avviare un percorso politico che ci porti a definire la scuola che vogliamo al posto di quella della Moratti.
Le forze politiche impegnate a costruire un’alternativa di governo per il paese, in merito alla scuola, devono partire dall’ascolto del movimento che si è espresso in questi mesi.
Nuove proposte di riforma non possono più venire dall’alto, questo è stato un limite che ha segnato anche i processi di riforma della precedente legislatura e che li ha indeboliti.
Occorre, quindi, promuovere riforme che valorizzino e sviluppino le migliori esperienze orientate in senso inclusivo, sostenendo l’iniziativa delle scuole autonome.
Occorre un ampio processo di confronto e di consultazione delle scuole e del paese al fine di arrivare a proposte di riforma dotate del consenso necessario per essere attuate.
Tuttavia vi sono alcune scelte che devono essere realizzate al più presto possibile e sostenute da adeguati investimenti per evitare il prevalere di un immobilismo altrettanto rischioso per le sorti della nostra scuola pubblica.
Ne indichiamo alcune che possono immediatamente migliorare in senso inclusivo il nostro sistema scolastico:  la generalizzazione quantitativa e qualitativa della scuola dell’infanzia;  l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni attraverso un biennio della secondaria superiore obbligatorio, unitario e orientativo;  riconferma della possibilità e sviluppo dei modelli di tempo pieno e prolungato, valorizzazione e sostegno dei percorsi unitari di base, delle esperienze di continuità e di curricolo verticale, a partire dall’opportunità offerta dalla consistente diffusione degli istituti comprensivi;  valorizzazione e sviluppo delle esperienze di integrazione tra scuola e formazione professionale;  valorizzazione dell’autonomia scolastica e del nuovo ruolo delle Regioni e degli enti locali nella programmazione dell’offerta formativa.
È poi necessario approfondire le tematiche connesse alla qualità del fare scuola che sono stati messi in campo dalla mobilitazione partita in difesa del tempo pieno.
Questo convegno, insieme a quello che si è recentemente tenuto a Paestum sulla scuola media, si pone l’obiettivo mettere a fuoco e sviluppare orientamenti, indirizzi, prime proposte per la definizione di un disegno alternativo al decreto Moratti per il percorso di base, partendo dalla consapevolezza che si tratta di diffondere, generalizzare e sviluppare esperienze di qualità già oggi diffuse nell’attuale scuola dell’infanzia, elementare e media.
Per queste ragioni oggi saranno approfondite le tematiche relative ai saperi e al curricolo, al tempo scuola, alla continuità verticale e orizzontale, ai modelli di organizzazione didattica e professionale, alla collegialità e corresponsabilità del gruppo docente, alla professionalità docente.
La giornata di oggi segna naturalmente un inizio che vedrà una continuità di elaborazione sulle tematiche specifiche affrontate dal convegno attraverso gruppi di lavoro territoriali per arrivare ad una maggiore precisazione delle proposte che saranno alla base di un successivo appuntamento da collocare nella prima metà del prossimo anno scolastico.
Non possiamo più limitarci a dire ciò che non vogliamo, se abbiamo proposte alternative siamo più forti oggi nella critica e saremo pronti domani a cancellare la controriforma per costruire la scuola che noi vogliamo.
Anche i ragazzi di Barbiana, in “Lettere a una professoressa” hanno unito a quella critica radicale alla scuola la loro proposta. Scrivono: “Vi proponiamo tre riforme: 1) non bocciare; 2) agli svogliati basta dargli uno scopo; 3) a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno”.

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