breve di cronaca
Scuola dell’obbligo, ovvero le sette favole di Letizia Moratti
Unità - 24-05-2004

1. Sabato mattina, in una seconda liceo. «A professore’! È vero che saremo obbligati a venire a scuola fino a 18 anni?». Il tono polemico della domanda sottolineava - dal punto di vista del ragazzo che me l'ha posta - l'inaccettabilità di un destino ai suoi occhi decisamente insopportabile. Punti di vista; e quello di un quindicenne - si sa - non sempre coincide con il nostro, soprattutto quando si tratta di discutere di valori civili, sociali e politici; che, purtroppo, molto spesso si fanno propri nel tempo, con gli anni. Ho risposto come dovrebbe rispondere chi, di mestiere, oltre ad insegnare la letteratura, dovrebbe stimolare la riflessione sul mondo che ci circonda. Ma ho trovato in quella domanda la conferma di quanto l'ascolto di telegiornali e notiziari e la rapida lettura dei titoli dei principali giornali mi avevano fatto pensare.

2. Se le riforme si attuassero a colpi di bugie e di mistificazioni, quella della Moratti sarebbe in vigore già da tempo. Complici la maggior parte dei mezzi di un'informazione quasi completamente piegata alla propaganda del Governo; e la sconcertante imperturbabilità di un Ministro che - nel giorno di un imponente sciopero del pubblico impiego che ha visto una massiccia partecipazione degli insegnanti anche per protestare contro la riforma, e ad una settimana dall'ennesima manifestazione dei coordinamenti in difesa della scuola pubblica - ottiene l'approvazione preliminare in Consiglio dei Ministri di due decreti attuativi di quella riforma. «A scuola fino a 18 anni»; «Innalzamento dell'obbligo a 18 anni» sono stati i titoli più ricorrenti per descrivere il contenuto del primo dei due decreti e che riportavano le soddisfatte dichiarazioni del Ministro. Alla prima affermazione non si può rispondere che con un «Embè? ». Alla seconda si può rispondere solo dicendo che è una bugia. Tanto più macroscopica quando si osservi come solo incidentalmente è stato notato che nel decreto la parola «obbligo» è stata sostituita con «diritto dovere».

3.La Moratti ci ha abituati ad una alchimistica operazione di svecchiamento della lingua: la scuola non è più materna, elementare e media, ma dell'infanzia e primaria. Avremo dei tutor che si occuperanno di compilare un portfolio. Un re-styling linguistico che da una parte dice la furia con la quale il Ministro si è applicato a controriformare la scuola, illudendosi che nuove etichette garantiscano una migliore sostanza e polverizzando quanto più ha potuto ciò che è stato fatto di buono; dall'altra denuncia un'ostinata volontà di imporre alla scuola una finta modernità, imprenditoriale-bancaria-manageriale. Ma sostituire obbligo scolastico con diritto-dovere è qualcosa che va ben oltre l'operazione di facciata. È la sovrapposizione di un concetto preciso ad un altro altrettanto preciso. È la volontà di individuare concetti diversi da quelli sui quali finora si è basato il sistema dell'istruzione. Che erano concetti preziosi e nobili, dettati dalla nostra Costituzione. E che questo Governo imprudente ed impudente modifica, rettifica - quando non calpesta - con allarmante disinvoltura. Sotto gli occhi di tutti e confidando su un'informazione irreggimentata e su una limitata capacità di indignazione. Che comunque, quando si manifesta, viene allegramente ignorata.

4.Ho lavorato per 4 anni in una scuola media (io la chiamo ancora così) in una zona a rischio alla periferia di Roma. Mi è capitato diverse volte di segnalare ai servizi sociali o alla forza pubblica l'assenza prolungata di ragazzi sotto i 15 anni. Sì, perché con la legge 9/2000 Berlinguer aveva innalzato fino a quell'età l'obbligo scolastico (ristabilito dal decreto della Moratti a 13 anni). Abbiamo lavorato insieme, sulle famiglie e sui ragazzi, che quasi sempre erano assenti per assenza dei genitori; o per accudire fratelli piccolissimi; o per fare le donnine di casa o i meccanici; o per stare buttati in mezzo ad una strada a non far niente. O a farsi male. Li abbiamo ricondotti a scuola, li abbiamo obbligati a stare a scuola: una condizione migliore di qualunque lavoro precoce; ore sottratte a destini precostituiti di degrado, di incultura. La coercizione a volte è dignità di esistere conformemente alla propria età. Il diritto-dovere è la formula suggestiva di una finta libertà che sottrae allo Stato una delle sue funzioni fondamentali: garantire a tutti il servizio pubblico dell'istruzione. E farsi tutore di pari opportunità per tutti i cittadini.

5. La Moratti - loquace quando si tratta di celebrare la sua personalissima mitologia di una riforma la cui spiegazione risulta talvolta ancor più avvilente della scabra dicitura degli articoli dei decreti che la sanciscono - ha detto di aver modificato la parola obbligo «per far capire che è un diritto delle famiglie pretendere il servizio». Grazie per la dritta, ma c'eravamo già arrivati: è bastato, ripeto, leggere la Costituzione, che è fonte assai più autorevole della falsa premura populistica di un Ministro che non è riuscita a dimostrare nemmeno una volta altrettanta premura e altrettanto zelo nell'ascoltare la voce di quelle famiglie delle quali dice di preoccuparsi. Che sostiene di ascoltare. Ma che per lei sono referenti validi solo quando non parlano, quando si bevono silenziosamente le sue bugie al miele.

6. Il secondo decreto introduce l'alternanza «scuola-lavoro»: al sistema liceale farà da alternativa una scuola professionale che consentirà agli studenti (o meglio, ai lavoratori precoci) di acquisire esperienze direttamente sui posti di lavoro: «consegna a costo zero di lavoratori minorenni in cerca di diploma», come ha osservato Alba Sasso. Un avviamento al mestiere che - nobilitato dalla stravagante invenzione delle passerelle, che consentirebbero (nel fantasioso mondo-Moratti) la reversibilità della scelta dalla formazione professionale al sistema liceale, avrà come conseguenza certa la disgregazione degli istituti tecnici professionali con la relativa perdita di occupazione. E di istruzione. E, conseguenza ancora più grave, con la definitiva preclusione per chi è nato in condizioni di svantaggio di ogni speranza di riscatto e di miglioramento. Perché è ovvio quali siano i predestinati fruitori di questa formidabile innovazione. Ma, in fondo, i mestieri qualcuno dovrà pur farli, no?

7. Caos e bugie. Non ci sono i soldi per attuare la riforma. Ma i decreti continuano ad essere approvati, anche se la copertura delle spese era prevista dalla legge delega come condizione indispensabile per la riforma. Tutto cambia, è rivoluzione. Ma poi è lo stesso ministro che si affretta a dire che «tutto rimane come prima»: lo ha detto per il tempo pieno alle elementari, che però sarà cancellato; lo dice oggi per l'obbligo scolastico, cancellato anch'esso. Le parole assumono diverse valenze, a seconda del contesto, delle situazioni. L'incompetenza, la mistificazione, l'aggiramento dell'ostacolo, lo slogan. Non ascoltare mai. È penoso per un'insegnante assistere a questa speculazione, a questo degrado utilitaristico. Perché la scuola è il luogo dove si impara, tutti insieme; cercando di non lasciare indietro. Cercando di capire. Nell'aula non ci sono ricchi e poveri, belli e brutti. Ci sono persone giovani che stanno facendo una cosa importante per la loro vita: stanno cercando di crescere imparando. E non importa se domani saranno medici, idraulici, docenti universitari o casalinghe. Quanto guadagneranno e cosa sapranno fare. Stanno avendo la loro occasione di uguaglianza. E di onestà intellettuale. Stanno provando a rifiutare la scorciatoia, l'approssimazione, la superficialità, l'improvvisazione. Non sempre ci si riesce. Ma si prova, tutti insieme, a capire. È questo il principale obiettivo della scuola pubblica ed è su questo che bisognerebbe lavorare per rendere la nostra scuola migliore, molto più di quanto sia. Tre anni di Moratti hanno reso il lavoro molto più difficile.

Marina Boscaino
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 Emanuela Cerutti    - 24-05-2004
Interessante l'osservazione finale di Tuttoscuola nel secondo paragrafo del capitolo "Il nuovo diritto-dovere recupera l'obbligo abrogato". Il primo paragrafo, descrittivo, titola "Un decreto fatto e tre in fase consultiva: la riforma prende corpo". Ma con quale sottile retropensiero, pare chiedersi la news?.


E ora la scelta più difficile, il secondo ciclo

Il Governo probabilmente spera di chiudere la fase consultiva per l'inizio del prossimo anno scolastico. Teoricamente i tempi tecnici per farlo ci sono ma qualche problema, proprio sui due schemi di decreto approvati venerdiì potrebbe sorgere in sede di Conferenza unificata, dove le Regioni faranno sentire il proprio peso e forse la propria divergenza di linea, come già sta succedendo per l'altro schema di decreto sul servizio nazionale di valutazione.
La dilatazione dei tempi potrebbe essere anche favorita dall'attesa della decisione della Corte Costituzionale sul ricorso proposto dal Presidente del Consiglio dei Ministri contro la legge della Regione Emilia Romagna 30 giugno 2003, n.12: l'udienza pubblica è fissata per il prossimo 22 giugno.
A decreti approvati e formalmente emanati, il ministro Moratti dovrà compiere la scelta più difficile per definire il secondo ciclo di istruzione (sistema dei licei) e il sistema di istruzione e formazione professionale, sciogliendo il difficile nodo della collocazione, nell'uno o nell'altro sistema, degli istituti tecnici e professionali.
E forse non sarebbe stato sbagliato che questa scelta avesse preceduto la definizione del diritto-dovere e dell'alternanza scuola-lavoro.
Potrebbe essere stata la voglia di vantare risultati concreti, da spendere eventualmente in campagna elettorale, ad aver portato ad invertire il percorso. Si è scelto insomma di disciplinare il principio del diritto-dovere senza conoscere le reali situazioni in cui i giovani andranno ad esercitare tale diritto.