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Shara
Sentieri selvaggi - 05-04-2004

Il cinema che genera di Kawase Naomi



CANNES
– Si consegna alla rigenerazione e alla forza di vita del cinema di Kawase Naomi, l’atto conclusivo del 56.mo Festival di Cannes 2003. “Shara”, nell’economia di questo Concorso, rappresenta davvero il momento estremo di un filmare che stia nelle cose del mondo, in quella verità del divenire che si fa vita di momento in momento. Va alla radice dell’esistere, dissodando il terreno diaristico del cinema di questa straordinaria regista giapponese per far emergere la fragranza di un terreno su cui seminare la propria esistenza.

Naomi Kawase, del resto, non ha mai perso di vista la necessità del suo filmare, basato da sempre sul bisogno di scoprire se stessa attraverso lo sguardo, ridefinire i perimetri della sua biografia esattamente come i parametri di una messa in immagini che non è mai rappresentazione ma sempre riappropriazione. “Shara” elabora il tutto e lo rimette in gioco nel segno della generazione, rilanciando la sostanza di una filmografia sinora appartenuta alla ricerca d’identità.

Dopo una serie di film come “Suzaku” (Camera d’Or a Cannes nel ’97), “Mange kyo”, "Hotaru” e “Kya Ka Ra Ba A”, questo terzo lungometraggio della Kawase è il racconto di una rinascita, in cui la regista giapponese rimette in circolo tutti i temi del suo cinema: l’identità, la creazione, il rapporto empatico con la natura e quello introspettivo con gli esistenti, la generazione e le generazioni... Il set è Nara, antica città natale della regista, che Naomi rivisita con lo stupore dello sguardo di una bambina che si riscopre antica: “Nara ha più di 1000 anni di storia e, anche se si è trasformata materialmente con il tempo, il suo cuore non ha mai cessato di battere; la sua ricchezza, fatta di tante vite che si sono succedute nel corso della storia, è ancora intatta”, spiega la regista.

Il succedersi delle vite, appunto... “Shara” pulsa di questa sequenza vitale, che assomma le biografie nella narrazione di quel miracolo che è l’esistenza. La trama parla di una famiglia che, nel giorno della festa del dio Jizo, ha visto misteriosamente scomparire uno dei suoi due gemelli. Il passare degli anni trova Shu, il sopravvissuto dei due, ancora adolescente, disperso nella morsa del vuoto lasciato dal fratello scomparso, interrotto nella sua definizione mentre la famiglia è in attesa di un nuovo bambino. L’evento a venire è la traccia di una pulsione rigenerativa che attraversa tutto il film, scritto nella trasparenza di un mondo che si scopre vivo di immagine in immagine, di suono in suono...

Il senso del divenire è la materia concreta di “Shara”, la vibrazione più intima di un film che assomma la sospensione dell’attesa alle risonanze di una continuità dell’esistere antica come l’umanità: e, anche se la Kawase ha girato il film in continuità narrativa (“per essere più vicina alla realtà della storia”), in “Shara” non sembra esserci prima né dopo, ma il perpetuo presente di un esistere che risuona similmente di esseri divini e umani. Il film ha l’energia di una sospensione quasi ipnotica, eppure mai astratta dalla realtà dei viventi: le emozioni vi hanno il loro peso, ma si alleggeriscono nella proiezione di un mondo in cui la continuità con la vita è necessaria ed essenziale. L’esplosione vitalistica della sequenza dell’antica festa di Basara, riflesso d’identità per la popolazione di Nara, apre il film alla rigenerazione e prelude alla scena del parto (di cui è protagonista non a caso la stessa Kawase).

Solo ora, con la (ri)nascita del fratello, il giovane Shu può ritrovare se stesso. Mentre il cinema di Kawase Naomi, che ora può essere “madre”, si consegna definitivamente al segno della generazione.

Massimo Causo


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