L'Europa immaginaria di Moratti, Berlusconi e Confindustria
Pino Patroncini - 29-03-2004
Nella trasmissione di “Porta a Porta” di alcune settimane fa abbiamo visto il Ministro Moratti e il premier Berlusconi rifugiarsi dietro l’aggettivo “europeo” ogni qual volta non erano in grado di rispondere ad una obiezione. Come se, essendo la cosa europea, qualsiasi intervento sul sistema scolastico dovesse andare bene. In questa logica Europa diventa la parolina magica che apre tutte le porte.

UN’EUROPA DA CARTOLINA

Se non che l’idea di scuola europea dell'accoppiata ministeriale più che alla realtà assomiglia tanto a quelle immagini stereotipate dell’Italia che si hanno all’estero, quelle in cui un improbabile gondoliere veneziano canta altrettanto improbabili canzoni napoletane. Nella loro idea di Europa infatti convivono senza contraddizione la segmentalità centralista della scuola francese con l’autonomia aziendale delle scuole inglesi, gli orari spezzati delle elementari spagnole con gli orari brevi delle scuole finlandesi. Naturalmente di questa Europa da cartolina si prende solo ciò che serve senza curarsi di quanto le singole caratteristiche di un sistema scolastico siano legate alla logica, per non dire alla storia, di quel sistema: per esempio, glielo ha spiegato qualcuno alla Moratti che d’inverno in Finlandia alle tre del pomeriggio è già buio e che questo forse c'entra con gli orari scolastici brevi?!
Ma la visione dei nostri governanti è talmente parziale che neppure laddove si potrebbero trarre utili e comuni indicazioni le si traggono. Il caso in questione riguarda il disegno di scuola secondaria superiore che esce dalla legge 53 ed in particolare la costruzione di un sistema dell’istruzione e della formazione professionale che un’interpretazione devoluzionista del nuovo titolo quinto della costituzione vuole affidato totalmente alle regioni. Tanto totalmente che persino nella fase attuale, di passaggio al nuovo sistema, mentre per i licei si è proceduto ad una definizione nazionale del sistema, ancora in fieri, per l’altro settore si è demandato tutto alle direzioni scolastiche e alle amministrazioni regionali, preoccupandosi appena di stabilire gli standard minimi, ma solo a posteriori, abbassando cioè lo standard al livello più basso realizzato, giusto per evitare che qualche regione si possa trovare al di sotto dello standard..

MINISTERI NAZIONALI: IMPEGNO O DISIMPEGNO?

Assai poco europeo il metodo adottato: infatti in tutti i paesi europei gli obiettivi della formazione professionale sono fissati a livello centrale, solo in Germania, Spagna e Francia c’è una partecipazione, non una devoluzione, regionale. Anzi il caso più paradossale da questo punto di vista è costituito proprio dalla Germania dove, mentre l’istruzione generale è regionale la formazione professionale è “nazionale”.
Per ciò che riguarda la definizione dei curricoli e i programmi solo i Paesi Bassi (che lasciano tutta la responsabilità alla scuola) vedono un totale disimpegno del Ministero. In quasi tutti i paesi però c’è anche uno spazio lasciato alla scuola, tranne che in Grecia, in Belgio e in Germania, dove questo ruolo è lasciato regione. Ovunque tranne Italia, Paesi Bassi e Portogallo c’è un ruolo dei sindacati e delle associazioni imprenditoriali e in Gran Bretagna e Danimarca anche delle singole aziende. Anche la durata dei corsi è stabilita ovunque a livello centrale, con alcune flessibilità regionali (Germania, Spagna), locali (paesi scandinavi) o di scuola (Austria, Portogallo, Gran Bretagna). Infine anche la definizione delle professioni riconosciute è tutta gestita a livello centrale quasi sempre insieme a sindacati e imprenditori: fanno eccezione Belgio, Grecia, Spagna, Italia, Portogallo.

SEPARAZIONE O INTEGRAZIONE?

Anche la separazione netta che la legge 53 traccia tra il percorso liceale, scolastico e il percorso professionale non ha eguali in Europa. Innanzi tutto in Europa persino la ripartizione tra parte pratica e parte generale negli insegnamenti viene stabilita ovunque a livello nazionale, anche se anche alle scuole viene dato qua e là un certo spazio (Gran Bretagna, Paesi Bassi, Scandinavia).
Inoltre in tutta la formazione professionale la scuola ha un ruolo ben definito, soprattutto per quel che riguarda la parte generale. In Austria nel termine apprendistato si iscrive un vero e proprio percorso di alternanza scuola lavoro. Anche in Germania ad assolvere a questo compito è l’alternanza scuola lavoro, il cosiddetto sistema duale, e la scuola è scuola a tutti gli effetti: c’è persino l’educazione fisica. In Belgio sia la formazione in alternanza che l’apprendistato prevedono corsi presso appositi centri di formazione o pubblici o riconosciuti. Ma si applicano anche contratti di formazione lavoro solo dopo i 18 anni e prima dei 25 che però prevedono 256 ore di studio nelle scuole o nei centri. In Danimarca i corsi sono in alternanza e si svolgono presso le scuole. Nei Paesi Bassi l’apprendistato è praticamente un sistema duale la cui parte teorica si svolge o presso scuole o presso appositi centri. Nel Regno Unito e in Irlanda non esiste neppure una precisa distinzione tra scuole e formazione professionale: l’ampia autonomia che pervade il sistema non lascia spazio a logiche di sistema separato.

ISTRUZIONE PROFESSIONALE E FORMAZIONE PROFESSIONALE

Anche l’idea di fare dell’istruzione e della formazione professionale un tutto unico non ha corrispondenze in Europa. Il “doppione” istruzione professionale e formazione professionale è tutt’altro che un’anomalia solo italiana e se magari altrove non è istituzionalizzato, esiste di fatto.
In Inghilterra per esempio esiste una precisa distinzione tra la formazione “vocational”, affidata alla scuole o a ai corsi scolastici post-obbligatori, e il “training” affidato a programmi sviluppati da enti locali o da associazioni industriali, camere di commercio, comitati appositi ecc. Lo stesso con poche differenze per Scozia, Galles, Irlanda del Nord e anche per l’Irlanda. Nei Paesi Bassi a fianco di un apprendistato duale, esiste l’istruzione professionale vera e propria, prevalentemente serale.
In Germania di fatto la scuola professionale a tempo pieno assomiglia alla nostra istruzione professionale, mentre la formazione in alternanza potrebbe essere assimilata di più alla formazione professionale. Lo stesso vale per la Danimarca. In Francia i Licei Professionali di Stato hanno il grosso dell’utenza giovanile nel settore professionale: essi dipendono dal Ministero dell’educazione, tranne quelli agricoli che dipendono dal ministero dell’agricoltura e della pesca. Esistono però anche dei Centri di formazione per apprendisti, pubblici o privati ma controllati dal ministero. In Grecia esistono addirittura un liceo tecnico-professionale, una scuola tecnico-professionale e gli istituti di formazione professionale. In Portogallo l’istruzione professionale è nata solo nel 1989 ma coesiste con una formazione iniziale che si occupa di apprendistato (25% di cultura 45% di tecnologia presso i centri di formazione e 30% di pratica in azienda), di preapprendistato ( per chi non ha finito l’obbligo) e con i programmi di inserimento giovanile.

OBBLIGO SCOLASTICO E OBBLIGO FORMATIVO.

Ma la cosa più rilevante dal punto di vista sociale e pedagogico in cui noi sicuramente differiamo è proprio la sequenza tra scuola e formazione professionale. L’obbligo scolastico è fino a 16 anni in quasi tutti i paesi europei , tranne Grecia, Austria, Irlanda e Lussemburgo dove è a 15 anni. Fino a quell’età i ragazzi hanno una formazione sostanzialmente omogenea. Fanno eccezione solo Germania, Paesi Bassi e Austria: questa precocità non significa però l’immissione diretta nella formazione professionale, ma piuttosto la frequenza di una scuola media dedicata. Per esempio, in Germania a una semplice enunciazione il curriculum di Hauptschule e di un Gymnasium differiscono solo perché nel primo vi è tecnologia o economia e orientamento professionale , nel secondo politica e una lingua straniera in più . Varia probabilmente la qualità e l’intensità dei vari insegnamenti.
Insomma, salvo alcune limitate eccezioni per i ragazzi più deboli, come in Francia dove vi sono corsi speciali all’ultimo anno del college (15 anni) o in Belgio dove gli alunni possono passare nei corsi in alternanza a 15 anni anziché a 16 purchè siano regolari negli studi, in 10 paesi dell’UE fino a 16 anni e in altri quattro fino a 15 non si parla di formazione professionale.
L’Italia è l’unico paese europeo che l’innesti a 14 anni!

REALTÀ, IMMAGINAZIONE E DESIDERI

Ci vuole perciò una bella faccia tosta a definire una cosa simile modello europeo. Ma sono solo l’ignoranza della realtà e l’arroganza del potere a far parlare di modello europeo per una riforma che di europeo non ha niente?
Evidentemente no. Il fatto è che in Europa le spinte che registriamo in Italia, mutatis mutandis, sono assai diffuse ovunque. Sicchè in Portogallo la destra al potere vuole approvare una legge che riduce l’obbligo da 9 a 6 anni e in cui la formazione professionale ne surroghi il mancato assolvimento, in Spagna la destra appena battuta alle elezioni ha lasciato in eredità una legge che separa i ragazzini in diversi indirizzi scolastici a 11 anni a seconda del merito scolastico, in Francia si vogliono regionalizzare le scuole e introdurre più rigide separazioni di orientamento nella scuola media. In tutta Europa dunque esistono persone, partiti, governi che sperano di risolvere il problemi sia della dispersione scolastica che del mercato del lavoro con la segregazione scolastica e sociale, offrendo scuole di serie B e destini di serie B.
Non importa se l’Ocse con la sua inchiesta Pisa ha sconsigliato questa strada ai paesi europei indicando il modello sorprendentemente negativo della Germania che questa segregazione precoce la applica da sempre, e quello positivo della Finlandia dove la scuola è unitaria e non selettiva fino a 16 anni.
Questa è l’Europa desiderata e immaginata da alcuni settori politici e sociali italiani ed europei. Nel recente convegno sulla Formazione Professionale organizzato dalla Cgil Scuola a Roma, Claudio Gentili della Confindustria ha detto espressamente che il futuro modello europeo (non quello attuale) sarà questo, che la farà finita con il mito della scuola unitaria fino a 16 anni. E se queste cose le pensa e dice Gentili che è persona colta e progressista, possiamo ben pensare come possa intenderle chi crede che l’inglese si possa imparare guardando la televisione mentre si mangia in mensa.
Non è nuova questa abitudine della Confindustria di confondere la realtà con i propri desideri: sei anni fa sette confindustrie europee misero a confronto i rispettivi sistemi scolastici per stabilire quale fosse il modello europeo e anziché fare la media dei fenomeni più diffusi arrivarono a stabilire che il modello di riferimento era quello inglese perché era l’unico in cui i docenti potessero essere valutati e licenziati.
Ma per fortuna la realtà è un po’ diversa da quella desiderata da tutti questi signori e oltre ai loro desideri ci sono i desideri di milioni di insegnanti, genitori e studenti che in Italia e in tutta Europa si danno da fare perché le cose vadano un po’ diversamente.



interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 ilaria ricciotti    - 29-03-2004
Chi ha in mano il potere non deve mai dimenticare come lo ha acquisito, chi glielo ha conferito e come deve esercitarlo. Dall'articolo letto e dai tanti interventi fatti su Fuoriregistro emerge evidente, tranne qualche eccezione, che il potere dei nostri governanti è esercitato esclusivamente ad immagine e somiglianza di se stessi e non in nome di chi li ha votati. In questo lor signori, che invitano noi italiani a lavorare di più, dimenticano spesso, troppo spesso, che se loro occupano quelle comode poltrone lo debbono proprio a coloro che, in molti casi, si sono pentiti di averli eletti. Ma, non è mai troppo tardi per cambiarli.
Siamo stanchi di tanta arroganza, di tanto cinismo, di tanto malessere, di tante chiacchiere, di tante etichette, di tanto apparire, di tanto schernire, di tanti atteggiamenti irrispettosi, di tante bugie, di tanto ristagno, di tante incertezze, di tanta delusione, di tante imposizioni, di tanti veti, di ascoltare quotidianamente esternazioni omologate nell' espressione e nei contenuti, di volti privi di espressione e di tante altre cose. Siamo stanchi di non contare più nulla e di essere accompagnati verso il vuoto.

 Carlo Cervi    - 05-04-2004
E allora bisogna ricordarsene al momento buono, cioè nella cabina elettorale, rimandando così a casa chi, alla faccia della democrazia, chiede il 51% per poter finalmente spadroneggiare senza nemmeno più la foglia di fico della maggioranza composta da più partiti.
Carlo