Una riforma di basso profilo
Alessandro Ameli - 26-03-2004
Con la riforma Moratti, a partire da settembre, si esce da una lunga fase di transizione, durata più di trent’anni nel corso della quale vi è stata una riforma della scuola media, due della scuola elementare e un’infinità di sperimentazioni e si entra in un’altra.

Stavolta la trasformazione della scuola non si limita a operazioni di maquillage sulle discipline, sugli ordinamenti o sulle metodologie didattiche e di valutazione, come è accaduto in passato; la nuova riforma attacca le fondamenta del sistema e lo destruttura. Gli obiettivi non dichiarati, sono in realtà chiarissimi: riduzione del personale docente, si parla del 20% nei prossimi 6 anni, e progressivo disinvestimento dello Stato nell’istruzione. Tutto ciò accompagnato dalla retorica presuntuosa di voler perseguire un innalzamento del livello di qualità degli apprendimenti dei nostri giovani.

Gli strumenti dell’azione politica riformatrice sono un forte impulso all’autonomia organizzativa delle scuole, l’accentramento degli strumenti di valutazione e di controllo, lo sviluppo di un canale parallelo di formazione professionale. Questi strumenti serviranno a far funzionare i meccanismi di riduzione delle discipline obbligatorie, vero asse portante della riforma, e la introduzione delle materie opzionali facoltative, cuore nuovo del sistema. L’obiettivo primario, cioè la riduzione del personale docente, è legato direttamente al minor numero di materie obbligatorie e, nella scuola media, anche alla eliminazione di alcune di esse.

Nella fase di transizione a fare da cuscinetto, per poter gestire gli esuberi di docenti, sono inventate le materie opzionali.

Laddove però vi sia disattenzione sociale e disinteresse delle famiglie verso tempi lunghi di istruzione il meccanismo agirà immediatamente. Garanzie sulla stabilità degli organici sono limitate al 2004-2005. L’introduzione delle materie cuscinetto determinerà una situazione fortemente diversificata sul territorio nazionale, con tempi scuola a macchia di leopardo: le famiglie che non scelgono saranno l’alibi per l’Amministrazione. Ma le materie opzionali avranno un altro effetto dirompente e ben studiato, metteranno infatti i docenti in una condizione di sudditanza verso le famiglie.

Materie opzionali affidate a docenti non graditi non saranno scelte e per quegli stessi docenti la bocciatura sociale diverrà devastante, condannati all’esubero, saranno costretti a trasferimenti d’ufficio oppure ad accettare un maggior numero di classi per riempire la propria cattedra di materie obbligatorie, anche superando gli attuali limiti contrattuali. Per essi quindi maggiore disagio, maggiore demotivazione, competizione negativa e condanna a comportamenti compiacenti nei confronti degli studenti, frantumate autorità e ruolo professionale. Al controllo esterno delle famiglie sui docenti la riforma ne prevede altri sul fronte interno. Non a caso oggi l’attenzione di molti politici è all’idea che si debba procedere, il ministro Moratti lo ha annunciato senza mezzi termini, ad una diversificazione della retribuzione in base al merito, la cosiddetta carriera: un ulteriore strumento nelle mani della dirigenza scolastica per governare, più facilmente, le scuole autonome e ridurre al rango di servi sciocchi i docenti.

Intanto questa riforma incassa appena, lo ha detto lo stesso ministro, il 53% dei consensi degli Italiani, nonostante le continue presenze televisive senza contraddittorio. Gilda si è distinta fin dall’inizio per aver indicato la necessità di una larga condivisione politica, sociale e culturale.

Di fronte ad un’Italia divisa in due sulla riforma è lecito domandarsi che accadrà se cambia governo, si ricomincerà daccapo? Negli anni passati si diceva che la scuola italiana era nel guado, adesso siamo nella palude, fino al collo.

Roma, 24 marzo 2004

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 olindo    - 31-03-2004
Esimio collega, sottolineare che Gilda aveva detto qualcosa di diverso è poco importante, forse sarebbe opportuno dire tutti la stessa cosa per tentare di ottenere qulcosa.