Pensieri su don Milani
Francesco Di Lorenzo - 02-02-2002
PER DON LORENZO MILANI


Don Lorenzo Milani avrebbe avuto oggi 77 anni e si sarebbe trovato male. Avrebbe costatato ancora di più la sua inattualità, se si considera inattuale tutto quello che non è conforme al tempo presente e sottoposto al passaggio della moda.

Era un uomo poco incline all’accomodamento e, come accade solo a pochi, faceva seguire le azioni alle parole. Sapeva anche essere duro e scorbutico. Lo era soprattutto con tutti quelli che andavano lassù, alla sua scuola, a curiosare, a chiedere di materie, di metodi e di tecniche, senza chiedersi, invece, “come” bisogna essere per fare scuola.

Ma passa solamente di qua la sua inattualità? Piace pensare che il suo andare controcorrente avrebbe, oggi, contribuito a renderci più lucidi, a smontare la retorica nevrotica di cui sono intessuti i discorsi sulla scuola.

Di sicuro non avrebbe dimenticato che nel nostro Paese si laureano solo otto su cento ragazzi che hanno iniziato la scuola, e che questi otto sono figli di professionisti, insegnanti e categorie vicine. I figli, invece, di quelli che Don Milani chiamava “i poveri” e che oggi possiamo chiamare marginali o in qualsiasi altro modo, alla laurea non ci arriveranno mai. Anzi pian piano non vorranno neanche più arrivarci.

Sono passati quasi vent’anni dall’inizio degli anni ottanta, allora Don Lorenzo Milani era morto da poco più di dieci, ed imperversava una finta retorica modernista che ci ha portato fin qui. La sua spinta, quella che avrebbe portato una schiera di persone non destinate naturalmente alla laurea per censo/classe, si era già esaurita. E’ continuata solo la sua dimenticanza. Ma non da parte di tutti. Molti di quelli che lo hanno regolarmente commemorato, hanno perpetrato contemporaneamente la dimenticanza del suo spirito. Alcuni anonimi insegnanti, invece, lo ricordano in ogni momento del loro lavoro. Perché? Semplice! Hanno un ritornello fisso nelle orecchie: “ In Africa, in Asia, nell’America Latina, nel Mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano di essere fatti uguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità” .

E non mi sembra poco, attualmente.




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 Brenno    - 05-02-2002
Cagate. Perché i vari Sandri, Gianni avrebbero fatto meglio ad imparare un mestiere ed andare a lavorare invece che perdere tempo sui banchi a sentire le cazzate preantiglobal del prete. Lavorare di zappa, duro. E invece no, è stato meglio farci invadere dagli extracomunitari clandestini, meglio la tegano loro la zappa... per prima o poi tirarcela addosso!

 Gabriella Del Duca    - 10-02-2002
Il pensiero di Don Milani morde la coscienza e in questi anni ha, probabilmente, lasciato una traccia negli atteggiamenti diffusi degli insegnanti, in un loro apparente adeguarsi ad un modello di società civile dove la scuola deve fare gli individui uguali. Dico apparente perché è ancora molto forte e radicata, forse in un angolo privato della propria visione del mondo, l'idea che la cultura sia affare di pochi, che abbia un connotato sociale pesante come un destino e dichiarato come uno stigma. Un'idea che si trasmette anche contro tutte le buone intenzioni e arriva inappellabile come un giudizio a quelli che la ispirano, i ragazzi, i giovani appunto. Se così non fosse bisognerebbe chiedersi che ne è stato di quel quaranta per cento che la scuola ha espulso in questi anni, come mai sul loro destino non è stata mai fatta un'inchiesta, come mai neanche il sindacato ha elaborato dei dati in questo senso. Come mai, in Italia, l'insuccesso scolastico è attribuibile solo ed esclusivamente agli alunni e in subordine alle famiglie, come mai così pochi insegnanti si interrogano sulla qualità della relazione che stabiliscono, sul loro modo di fare scuola, come mai è ancora il pietismo l'ingrediente più usato ogni volta che si affronta la situazione problematica di un alunno, e si fatica a vedere, invece, questa situazione problematica un segnale, una risorsa per il rinnovamento.