Tocca a noi
Fuoriregistro - 23-03-2004
Dopo la legge sulla laicità in Francia, il problema del velo si ripropone al di qua delle Alpi. Dove il contesto è diverso, dove la religione cattolica è materia d'insegnamento nelle scuole, dove esiste un Concordato tra Stato e Chiesa. Ma dove ancora una volta condizioni diverse rivelano un unico problema: la difficile gestione privata e pubblica delle differenze.
Ai fatti, raccontati nell'articolo che proponiamo, premettiamo parole non nostre, ma necessarie per un confronto aperto e positivo:

*** E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.***




Via la maestra che porta il velo
"Così mette paura ai bambini"

Una donna di origine marocchina doveva cominciare il tirocinio in un nido: "Nessuno può giudicarmi, ho sempre lavorato così"

Le responsabili: "Non è razzismo, ma una questione di stile"



SAMONE (Ivrea) - Una donna di origine
marocchina, Fatima Mouayche, 40 anni, sposa e madre di due bambini, è stata negata la possibilità di frequentare uno stage presso un asilo nido di un paese del canavese perché aveva il capo coperto dal chador, il velo islamico.

E' accaduto a Samone, un centro di poco meno di 800 anime alle porte di Ivrea, dove una cooperativa sociale gestisce "Miele&CriCri", così si chiama la piccola struttura. La motivazione addotta dalla dirigente del piccolo asilo nido, Cristina Ferrari, per respingerla è che "il fourlard con il quale Fatima copre il capo e le fascia il collo potrebbe spaventare i bambini e farli sentire a disagio: non è razzismo, ma una questione di stile".

Il rifiuto di accettare Fatima come educatrice dei propri figli non viene solo dalla responsabile del nido, ma anche, pare, da alcuni genitori dei bambini. Tutto avrebbe potuto immaginare Fatima, quattro mesi fa quando aveva incominciato il corso per educatrice di prima infanzia, insieme ad altre 19 donne italiane, ma certo non che la sua storia finisse in questo modo. Il corso era organizzato dal consorzio "Forum" di Ivrea e tenuto al centro Prat di Banchette (Torino). Mille ore di studio, di cui 500 da svolgere in tirocinio. Per i dirigenti di Forum, e soprattutto per la coordinatrice del corso Lucia Rossetto, Fatima "è stata una delle migliori allieve".

All' inizio di marzo il consorzio Forum si interessa per le ore da far svolgere in stage presso strutture della zona. La cooperativa di "Miele&CriCri", che gestisce un analogo asilo nido anche a Palazzo Canavese, entrambi con poco meno di una ventina di bambini, accetta alcune corsiste per il praticantato, tra cui anche Fatima Mouayche. Ma trascorrono solo pochi giorni, poi la responsabile della cooperativa telefona a Lucia Rassetto, dicendole che deve chiedere a Fatima di sovlgere il suo lavoro senza il chador: Rischia di spaventare i bambini", dice.

Fatima, però, non vuole sentire ragioni: "Ho sempre lavorato portando il velo, nessuno dei miei datori di lavoro si è mai permesso di dirmi nulla. Nessuno ha diritto di giudicare o impormi che cosa debbo o non debbo fare. I miei figli li ho cresciuti portando il velo sul capo e non si sono mai spaventati". La famiglia di Fatima abita ad Ivrea dal 1996, il marito ha un lavoro regolare: "Quello che più mi indigna - dice ancora la donna - è che questa strisciante forma di razzismo venga trasmessa ai bambini. Questi sono gli atteggiamenti che rendono difficile la convivenza tra culture diverse".

(Repubblica, 22 marzo 2004)

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Delia Tasso    - 24-03-2004
Capisco lo sforzo e il travaglio della commissione e il dibattito nato Oltralpe attorno alla questione dei simboli religiosi.

Ma come si fa a invocare che la hijab "spaventa i bambini"?

Tralasciando i contenuti violenti e mercantili del menù di infotainment che le televisioni spiatellano nelle case ogni giorno anche a Banchette, non è venuto in mente agli insegnanti del MIELE&CRI-CRI che sarebbe il caso di esporre i bambini alla diversità fin da subito e senza la mediazione di Licia Colò?

Tramite quale percorso si arriva a certificare simili docenti?



 Anna Pizzuti    - 24-03-2004
Leggendo, immediata un'immagine: quella di suor Teodolinda e della madre superiora dell'asilo di suore che, saltuariamente, frequestavo da bambina. Tutte nere, dal velo all'abito. Con una cresta spagnolesca arricciata, intorno al viso, che tenevano inamidata con un aggeggio a punta sul quale stiravano le pieghe, una per una (come ho avuto modo di vedere, spiando da qualche porta socchiusa).

Nere nere erano queste suore, e facevano parte del nostro universo infantile. Senza che nessuno si ponesse il problema. Ed eravamo bambini di cinquanta anni fa (oddio, cinquanta), senza alcun uso di mondo, senza alcuna immagine negli occhi se non quelle del piccolo mondo (antico ...) nel quale vivevamo o quelle create dalla fantasia lungo le pagine dei libri.

Ora i bambini sono diversi: internet, tv, videogiochi, film: ce lo dice anche il signor B. : diversissimi, uomini fatti ancora prima di nascere, anticipatari della scuola dai due anni in su.

Vedono e conoscono tutto, ma si possono spaventare per un velo nero.

Che strana contraddizione, che ovvia giustificazione del "non siamo razzisti, ma....

Leggendo, inoltre, mi sono confermata in un dubbio vago ed incerto, provato di fronte alle leggi francesi: ma la vera laicità è quella che toglie o quella che ammette?

 ilaria ricciotti    - 24-03-2004
Questa storia è un'altra gravissima forma di intolleranza verso il diverso. E' un'altra goccia che sta per far traboccare un vaso ormai stracolmo di atteggiamenti poco umani ed intelligenti.
E' scandaloso.

 bruna    - 28-03-2004
Certo che il velo non spaventa nessun bambino! Al massimo può stimolare qualche curiosità a cui non sarebbe difficile rispondere. Il problema è che l'islam non è una religione: è molto, molto di più. E non mi pare che gli islamici stiano dimostrando molta amicizia nei confronti del mondo occidentale. I colleghi scandalizzati dalle perplessità della direttrice assumerebbero lo stesso comportamento nei confronti di un/una collega che si presentasse a scuola con il fez in testa?
Mi piace il titolo che è stato dato a questo articolo: "tocca a noi". Certo. Tocca a noi essere prudenti, aspettare un pochino prima di abbracciare come fratelli coloro che portano il simbolo di un "sistema" (politico-religioso) che dove può, nei paesi dove governa, vieta la nostra religione, non accetta nessuna apertura e non mostra alcun desiderio di integrazione: nè sul loro territorio, nè sul nostro. Tocca a noi essere cauti anche nell'affidare l'educazione dei nostri figli a persone che attraverso un simbolo confermano la loro appartenenza ad una cultura che, spero, sia poco condivisa. Sto pensando, ad esempio, al ruolo della donna nella cultura islamica. Da ex sessantottina (mai pentita), battagliera attivista del femminismo, mi sento sull'orlo di un colpo apoplettico al pensiero che i miei figli possano avere come modello, fin dalla prima infanzia, la figura della donna islamica. Niente di personale contro la giovane sposa madre di due figli ( a proposito: è la prima, la seconda, la terza o la quarta moglie?) ma credo che le riserve della direttrice abbiamo legittimo fondamento. Abbiamo già commesso troppi errori per eccesso di buonismo e tolleranza. Leggere le cronache per verificare. Almeno sulla scuola stiamo attenti.

 Amelia Goffi    - 28-03-2004
I pasticci che riusciamo a combinare! Purtroppo sulle spalle di gente innocente, offesa da atteggiamenti chiaramente razzisti, ma che per legge razzisti non sono perché non c’è legge che li definisca. Nessuno ha stabilito, qui da noi, come invece è successo in Francia, che non si possono esibire pubblicamente simboli religiosi, e la nostra Costituzione ci definisce uguali nei diritti all’interno delle singole diversità: ma siccome è imbarazzante scontrarsi contro i propri principi di libertà, si inalberano motivazioni chiaramente assurde, spesso ridicole se non fossero tragiche, per negare di fatto ciò che non può essere preteso di diritto.
Sono d’accordo con l’intervento di Anna Pizzuti: nell’immaginario di un bimbo colpisce decisamente di più una schiera di suore nere, rigide e severe negli abiti ma spesso anche negli atteggiamenti (e ci sono ancora! Ancora i nostri piccoli le incontrano e ne sono accuditi nelle scuole dell’infanzia, non sono esperienze antiche!) piuttosto che un sorriso circondato da un velo.
L’Italia non ha una religione di stato, secondo il diritto, ma ne è ricolma fin nelle pieghe più nascoste nella pratica. La nostra cultura locale, più ancora che quella occidentale comune, è costruita intorno ai valori ed alla pratica della religione cattolica.
Ma qui sta il punto, a mio parere: un conto è riconoscere ed apprezzare i VALORI sottesi alle scelte di vita della nostra società, un altro discorso è IDENTIFICARLI CON LE FORME ESTERIORI DEL CULTO, che sono solo espressioni esteriori, e come tali, a mio avviso, poco significative. Il problema è quello della paura della contaminazione culturale, così rimarcata da certe parti della Chiesa, che si vede sfuggire il monopolio della gestione culturale della nostra società.
Per questo motivo parlavo di pasticci: pasticci normativi, di scelte politiche non fatte che esasperano i problemi legati al confronto. Dovrebbe essere chiaro ed evidente che vanno rispettati i diritti di tutti i cittadini: è l’accettazione ed il riconoscimento dei diritti della persona, io credo, la possibile strada unificante delle varie diversità.
I valori comuni possono essere trovati proprio all’interno dei diritti fondamentali di ciascuno.
Ed allora sarà possibile accettare anche un velo, un abito, un turbante, senza sconvolgimenti nazionali.

 piero    - 29-03-2004
Se le cose stessero così...

Se le cose stessero così sarebbe tutto giusto.
Peccato che viviamo in un paese dove a chi scrive prima di riflettere, e , specialmente, prima di controllare la veridicità di ciò che dice, può cavarsela, se condannato, con un piccolo trafiletto pubblicato in calce alla 34° pagina.

Mettiamo che, come si sussurra il paese, la cooperativa avesse respinto la maestra perché chiedeva 15 minuti d'intervallo "per pregare" ogni ora e che la scuola non disponesse di qualcuno per sorvegliare i bambini nel frattempo (alla materna sono piuttosto piccoli. Mettiamo che la stessa maestra del velo non abbia rilasciato dichiarazioni...

Sarò scettico ma sono certo che i professionisti del giornalismo avrebbero comunque preferito, anche sapendolo, pubblicare lo scoop della maestra cui è contestato il velo; tanto più che, male che vada, se condannati (ammesso che la cooperativa che gestisce la scuola abbia i mezzi per far loro causa, può cavarsela, se condannato, con un piccolo trafiletto pubblicato in calce alla 34° pagina.