La scoperta del mistero
Vincenzo Andraous - 22-03-2004
Il Santo Padre nel Suo messaggio per la XIX Giornata Mondiale della Gioventù ha più volte richiamato l’attenzione sulla nostra incapacità a chiederci finalmente “vogliamo vedere Gesù?”. Vogliamo cercarlo e vederlo davvero o solamente incontrarlo per una comoda convenzione?
Ho inteso così quelle Sue parole; scandagliare la nostra coscienza, il nostro intuito, la nostra creatività, la nostra curiosità.
Non ho dovuto fare molta fatica per ricordare lo stupore beato di quei greci a domandare, tanto meno ho avuto difficoltà a fare mio quell’invito: conoscere Gesù per riuscire veramente a conoscere noi stessi.
Pensandoci bene mi è venuto in mente che potrebbe risultare un quesito da porre e fin’anche opporre in qualsiasi famiglia, scuola e quindi società, senza per questo correre il rischio di incappare nel peccato di voler per forza dire qualcosa di nuovo.
Noi camminiamo la nostra vita, chi a testa bassa, chi con il viso in alto, tutti protesi allo scambio relazionale e delle idee, e, in forza di ciò, abbiamo la convinzione che non c’è nulla da dare che già non ci sia. Eppure è conoscendo carico e somma di quella Croce che nasce la voglia dell’interrogativo e della volontà di crescere insieme.
Vorrei essere capace di disegnare il suono di questo messaggio datoci, di come esplicita fortezza e credibilità sufficiente per frapporsi alle etichette e agli stereotipi fuori dall’uscio di ognuno di noi che ascolta, di ciascuno di noi così bene aperto alla critica…. eppure resistente alla partecipazione fattiva del miglioramento, perché ciò ci costringe a essere tutti coinvolti, nessuno escluso.
Questo fardello è di tutti, e non è possibile scaricarla sulle sole generazioni del presente, quali unici ostacoli fragili delle mercificazioni, di quei “modelli” che favoriscono proiezioni infantili e aspettative fasulle.
“Vogliamo vedere Gesù” è un grido silenzioso e quotidiano, è sinonimo di movimento per aprire al nuovo, esso ha il compito di limitare il disagio, il malessere di quest’epoca frammentata e dilacerata, questo malessere ospitato disabitando la nostra fede.
Il Papa con questo tema dettato sottovoce ha voluto tracciare il comando e dovere a contrapporsi con autorevolezza a ogni ideologia ipocrita, interessata a mascherare colpe, oppure miopie insensibili alle ragioni stesse della vita.
Dunque come colmare quel vuoto interiore, come orientarci e sentirci vicini a noi stessi in pienezza di vita?
Domande che incalzano incessantemente, incalzano soprattutto quella persona consapevole che la propria azione morale è decisione e scelta del suo intimo, è risposta personale ad una situazione, ad un bisogno intimo, di cui PERO’ sente di far parte.
Checchè se ne dica non siamo navigatori solitari, e allora la stessa azione morale è sempre secondo coscienza e solidaristicamente “a corpo mistico”.
Ma perché le parole sottolineate dal Pontefice abbiano un accesso davvero leale, occorre stare in relazione con noi stessi per sentirci impegnati ad agire, nella maniera e nella misura che ci consentiamo.
Ecco perché ritengo importante quella domanda-affermativa: “Vogliamo vedere Gesù”, essa è importante nella misura in cui ci educa e ci accompagna alla scoperta del mistero senza per questo avere timore di non individuarne il senso.
Ciò è insegnamento a pregare e sperare con responsabilità, in quanto scelta e responsabilità formano la più alta delle libertà.
La libertà di credere in Gesù.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Roberta    - 28-03-2004
Non riesco a capire il perchè della presenza di questo articolo in questa rivista, ma forse sono io che non conosco ancora bene Didaweb. Non è per la chiara matrice confessionale che mi stupisco, ma per il fatto che non si parli di scuola.

 Emanuela    - 28-03-2004
"Pensandoci bene mi è venuto in mente che potrebbe risultare un quesito da porre e fin’anche opporre in qualsiasi famiglia, scuola e quindi società", afferma Vincenzo, che più avanti parla di "modelli" e di "quest’epoca frammentata e dilacerata".
Tocca a noi, abbiamo pensato il giorno dopo, ragionando sul difficile problema della laicità.
In qualche modo una riflessione sul significato e sul ruolo della religione, in ogni sua forma, dentro una società laica e multietnica , può aiutarci a capire quali siano i modi migliori per una convivenza equilibrata, in cui ci sia spazio per il singolo ma rispetto per l'insieme democratico che vogliamo costruire.
Personalmente condivido la volontà di "contrapporsi con autorevolezza a ogni ideologia ipocrita, interessata a mascherare colpe, oppure miopie insensibili alle ragioni stesse della vita", ma la costruisco dal basso e mi pare che i passaggi diventino più semplici, più immediatamente riconoscibili da tutti. E me ne assumo le responsabilità.
Non ho bisogno e non credo la società abbia bisogno di filtri che si frappongono tra l'esperienza umana del limite e il desiderio di felicità (che in soldoni è l'orizzonte finale di tutti i nosrti sforzi, comunque la giriamo): e non lo credo soprattutto quando questi filtri diventano poi barriere o nuove bandiere.
Su questo sarebbe bello confrontarsi, come singoli e come educatori, su questa necessità di assoluti che alla fine paradossalmente fagocitano e mettono a rischio lo stesso vivere comune.