L’Università e la ricerca
On. Piera Capitelli - 11-03-2004
Non è solo un problema di risorse finanziarie e di adeguamento contrattuale

Questo Governo e questa maggioranza parlamentare stanno togliendo e tagliando risorse, mezzi e speranze a tutti coloro che da anni si impegnano e dedicheranno (si spera) il loro cuore e cervello per la ricerca, il sapere e il benessere di tutti.

L’evento inusuale di questi ultimi mesi in Italia non è solo contraddistinto dall’ostinazione a non voler vedere cosa sta succedendo intorno a noi, ma anche dal coro unanime di protesta di tutti i soggetti del mondo della Ricerca e dell’Università. Rettori, professori, ricercatori, studenti e famiglie anche con motivazioni e con declinazioni di protesta differenti, contestano totalmente le politiche attuali.

Non passa un giorno che non vi sia dissenso e una protesta, ma il punto fondamentale e che tale rivendicazione non deve essere intesa semplicemente contro il Governo o contro un ministro: la protesta è invece alimentata dalla preoccupazione per il proprio futuro e per quello del nostro Paese.

Non è una rivendicazione che inveisce con posizioni minacciose, anzi l’immagine più appropriata sarebbe quella delle mani tra i capelli con lo sguardo stupito.

Ma per chi vede questi eventi da lontano, potrebbe anche apparire che tutto questo frastuono sia derivato semplicemente dalla richiesta di più soldi e dal sistemarsi ‘perché si tiene famiglia’.

Non è assolutamente così.

Forse è la prima volta che appare in modo così chiaro come il problema dei fondi e delle condizioni lavorative siano la superficie di problemi ancora più gravi.

A titolo personale e istituzionale non posso che continuare ad oppormi a queste politiche di intervento, e nel contempo proporre e condividere tutti assieme politiche e argomenti che affermino più sapere, più cultura diffusa ovunque e per tutti, nessuno escluso.

Un passo ulteriore di questa condivisione è relativa ad affrontare i giudizi che vengono ossessivamente ripetuti dagli esponenti della maggioranza parlamentare. E questi sono solo primi e timidi spunti su argomenti che stranamente sembrano trovare orecchie sensibili, ma è il momento di smetterla di parlare attraverso logiche semplificanti e prevaricatrici verso le opinioni altrui.

Il merito: Va avanti e riceve il premio solo chi se lo merita!!!

Bene! Ma la ricerca e lo studio non costituiscono soltanto un’attività individuale. Il merito è del singolo che coopera assieme ai suoi colleghi, ad altre istituzioni a con altre figure lavorative che magari non praticano direttamente le attività di ricerca. Il tempo del mago solitario o del chimico del settecento non esiste quasi più neanche nelle favole.

Certamente ogni attività lavorativa deve ed è sempre stata sottoposta a giudizio, ma dovrebbe essere oramai chiaro che le valutazioni sono propositive e migliorative. E se poi si parla della ricerca e dello studio nella scienza, il metodo dei tentativi e degli errori e della verifica delle ipotesi impone la saggezza della generosità. Va avanti quel Paese che si può permettere di sbagliare e riprovare a perseguire lo studio per il bene di tutti.

Sia dato il merito e onore a coloro che conseguono obiettivi ritenuti urgenti e valevoli e siano date ancora più risorse a coloro che dichiarano di avere problemi (di studio, di risorse, di gestione).

Chi sta studiando l’Aids e l’influenza hanno o no il merito? Eppure l’Aids non è stato debellato. In una borsa azionaria tutti gli enti di ricerca per il raffreddore dovrebbero essere chiusi per il basso rendimento!!!!

La ricerca di base ha logiche ben più complesse del merito individuale espresso attraverso uno schema di rilevazione di un numero imprecisato di scritti e di esperimenti, secondo semplici rapporti di produttività. La ricerca di base deve avere in un paese tecnologicamente sviluppato, non il lusso, ma la necessità di sbagliare e la tranquillità dei tempi lunghi.

La Flessibilità è certamente un ottimo stimolo per migliorare la professionalità dei singoli e per adeguare le organizzazioni e gli enti a gestire il cambiamento e a sostenere la complessità dei saperi e delle richieste per una loro proficua e necessaria diffusione.

Ma si confonde il termine flessibilità con quello di precarizzazione visto come semplice impoverimento di diritti contrattuali e salariali del lavoratore. Poi si fa anche intendere che la flessibilità delle Università e degli Enti di ricerca, possa essere attuata anche attraverso la riduzione dei filoni di ricerca o l’accorpamento amministrativo e gestionale.

Appare una flessibilità intesa come taglio e risparmio su qualcosa che è considerato e si lascia intendere che sia un peso per la società e per il povero cittadino che paga le tasse!


L’università e il mondo della ricerca deve essere precario, perché deve essere flessibile, quindi produttivo!

Niente di più sbagliato e insidioso. Le piccole piante dei giardini sono flessibili e sottoposte alla pioggia e ai venti: si piegano, e cambiano continuamente forma, ma RIMANGONO BEN SALDE ALLE PROPRIE RADICI.

Condividiamo tutti il merito e la flessibilità per le idee, per le scoperte, e per la pluralità dei modi gestire le università e gli enti di ricerca.

Condividiamo tutti la necessità dell’apertura ai nuovi problemi e alle richieste evocati dall’esigenza della conoscenza e del benessere per tutti. E proprio perché queste esigenze aumentano sempre più che occorrono lavoratori tutelati e amministrazioni solide, ma dinamiche nel perseguire il bene di tutti.

Pseudo problema: Ma non vi è il pericolo di gestioni non trasparenti e di posizioni di rendita non propriamente etiche?

La soluzione è quella che dovrebbe essere comunemente accettata anche in tutte le altre attività lavorative: un reclutamento con un finanziamento equo e con un periodo formazione chiaro e certo.

Il resto è demagogia di una visione microeconomica considerata già vecchia e ridicola da coloro che stanno assumendo assetti tecnologici e scientifici più avanzati dei nostri, grazie anche ai nostri valevoli emigranti ricercatori, e studiosi che stanno dando tanto lustro e onore ... a loro; non certo al nostro Paese.

La solidarietà, e la certezza di potersi dedicare allo studio e alla ricerca, è e sarà sempre un patrimonio per il nostro Paese.


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