breve di cronaca
RIPASSI : La liberté e l'égalité di Letizia Moratti
Il Riformista - 09-03-2004
La Moratti non è la Falcucci, però riceve il trattamento standard: in Italia goliardia e politica garantiscono a ogni ministro della pubblica istruzione la trasformazione in una hate-figure, da disprezzare pubblicamente durante la stagione autunno-inverno del movimento, in quanto affossatore della scuola pubblica italiana, che invece andrebbe salvata perché come è noto tutto il mondo ce l'invidia.
Al netto della demagogia (per informazioni sugli slogan più fasulli rivolgersi agli uffici della Cgil), la Moratti e chi le si oppone hanno invece entrambi un merito storico: quello di aver acceso finalmente una discussione pubblica sulla scuola.

Prima o poi doveva accadere. Il grande compromesso all'italiana, che aveva consentito di far convivere dentro lo scheletro di una scuola originariamente gentiliana ma sostanzialmente concordataria, fascismo e liberalismo, clericalismo e stato etico, hegelismo e comunismo, e da ultimo perfino sessantottismo e ingraismo, ha ridotto le prestazioni dei nostri studenti a livelli che non reggono più alcuna competizione internazionale. Anche per la scuola, come per il debito pubblico e la corruzione politica, la caduta del muro di Berlino ha dunque suonato la campana.

Ci siamo arrivati tardi, ma la scelta è ristretta a due modelli: quello francese, in cui lo stato eroga l'istruzione, trasmette il sapere repubblicano da una generazione all'altra, centralizza e uniforma perfino l'architettura degli edifici scolastici, e ­ dunque ­ proibisce velo, croci e kippà; e quello anglosassone, nel quale lo stato fornisce strumenti e fissa regole a progetti pedagogici in concorrenza tra di loro, laici e confessionali, statali e non statali (il caso limite è Berkeley e Stanford, un'università pubblica e una privata a poche miglia l'una dall'altra che competono fino all'ultimo professore e all'ultima pubblicazione). La riforma Berlinguer sceglieva il primo modello, aggiornandolo ai tempi; la riforma Moratti sceglie il secondo. E, per quanto il dibattito su quale modello sia migliore è del tutto legittimo (meglio di un liceo francese non c'è nulla, meglio di un college americano nemmeno), anche noi preferiamo il secondo.

L'inclinazione della sinistra classica per il sistema statalista non ha però solo motivazioni ideologiche, o di difesa corporativa del vasto ceto scolastico (che pure c'è: siamo il paese col maggior numero di insegnanti e di bidelli per studente, senza apparenti benefici). Dietro si agita qualcosa di più complesso e nobile: un'idea dell'uguaglianza, contro la quale la polemica deve farsi accorta e rispettosa. Tale idea postula che più è uniforme l'istruzione impartita, più le differenze di classe e familiari degli studenti si ridurranno, annullando così il gap iniziale tra chi nasce con la camicia e chi no. Questa idea ha un difetto pratico: tende a impedire l'emergere delle eccellenze. Ma soprattutto non sembra essere la soluzione più funzionale e moderna al problema dell'uguaglianza.

In una società senza tv, senza internet, senza cd e dvd, in una società dove c'era ancora la fame in Puglia e la malaria nel Lazio, la scuola poteva assolvere a una funzione di riequilibrio sociale e culturale, un po' come la leva. Ma oggi i nostri figli frequentano classi dove tutti i compagni hanno più o meno gli stessi stili di vita, lo stesso reddito, indossano le stesse scarpe e cantano le stesse canzoni (in inglese). Fornire a questi ragazzi uniformi un insegnamento uniforme, radicalizza l'unica diseguaglianza che ancora c'è tra loro: quella innata del talento, dell'indole, dell'attitudine. La scuola italiana non la cura, né se ne cura.

Talenti e percorsi individuali o sono coltivati per fortuna (un buon maestro), o per censo (estati all'estero), o finiscono persi. Oggi sarebbe più egualitario dare a ogni studente italiano un istitutore privato che dare a tutti lo stesso insegnante pubblico. Il problema della sinistra moderna è capire che, più di un secolo dopo la sua nascita, la via all'uguaglianza passa attraverso la libertà. Esiste, sì, una cosa chiamata società; ma è fatta di individui.

Più differenza oggi è più uguaglianza.

Lette così, certe polemiche sul tempo pieno assumono un'altra luce: che male c'è se diventa più un doposcuola facoltativo che un prolungamento dell'orario scolastico, fatto di scelte della famiglia e del ragazzo? In prospettiva, una scuola siffatta avrebbe bisogno di meno piante organiche, e questo spiega la resistenza sindacale.

Potrebbe risultare troppo debole nel fronteggiare i rischi del multiculturalismo. Potrebbe chiedere alle famiglie più di quando esse siano disposte a dare. Potrebbe anche non funzionare. Però di questo si tratta. Se la Moratti ci mette tutti di fronte a temi di questa portata, vuol dire che è un buon ministro.


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 Anna Pizzuti    - 09-03-2004
Intervento inviato nel forum del sitowww.il riformista.it

Ho letto e riletto l'articolo di Ripassi per convincermi che fosse stato scritto da una persona di sinistra. Di quella sinistra che, spero, tornerà al governo tra due anni. Scrivo spero, ma con la tentazione di scrivere “speravo”. Dopo la lettura.

Di segnali ne avevo avuti. Dal documento del buonsenso all’articolo di D’Alema che, tranquillamente, dichiarava che, della riforma, avrebbe salvato, tornato al governo l’Ulivo, il doppio canale.

Al documento avevo tentato anche una risposta

All’articolo presente vorrei rispondere direttamente, chiedendo ospitalità nel forum de Il Riformista, sperando, con un po’ di presunzione, di aprire un dibattito che, se me ne date il permesso, riporterei anche sulla rivista Fuoriregistro, della cui redazione faccio parte.

Passo all’analisi dell’articolo.

la Moratti e chi le si oppone hanno invece entrambi un merito storico: quello di aver
acceso finalmente una discussione pubblica sulla scuola. Prima o poi doveva accadere.


Se chi scrive ha seguito le vicende della riforma fin dall’inizio, dovrebbe sapere che il dibattito la Moratti non lo ha aperto affatto. Che se fosse stato per lei, avrebbe tenuto tutto – come del resto ha tentato di fare – chiuso nelle segrete stanze del ministero, deciso da non si sa nemmeno chi e pubblicato nelle cerimonie blindate o sottoforma di slogan e spot velinari costati migliaia di euro alla comunità ed alla scuola stessa ed incassati da qualche casa editrice amica degli amici.
Il dibattito l’hanno aperto le persone che si oppongono, da dentro la scuola, e – spesso e purtroppo – oltre e senza il sindacato. Che solo nell’ultimo anno si è reso conto veramente di cosa stesse accadendo.

Anche per la scuola, come per il debito pubblico e la corruzione politica, la caduta del muro di Berlino ha dunque suonato la campana.

Faccio notare che fin dal primo momento, da parte del governo, è stata seguita la linea di dimostrare che la scuola italiana era alla frutta. E che solo una riforma (la LORO) riforma, l’avrebbe salvata. Dal luglio del 2001 (prima uscita del ministro, al meeting di Comunione e liberazione) ad oggi, è stato un susseguirsi di dimostrazioni, più o meno scientifiche, del fallimento della scuola italiana. Che certo non è – in alcuni casi – un modello, ma che, sicuramente, non è sicuramente destinataria di suoni di campana, se ancora ci crediamo.
Mi sono presa, in buona compagnia, per fortuna, l’accusa di conservatorismo, per aver ricordato, nelle discussioni di questi anni, l’esistenza della Costituzione e – da lì a scendere – di tutto l’insieme dei principi e dei modelli che io, anche qui in buona compagnia, sempre per fortuna, da persona di sinistra, ma soprattutto da insegnante, avevo difeso. Pensare che a rivolgere la stessa accusa a chi oggi si batte contro questa riforma, frutto di questo governo siano persone di sinistra, mi fa provare un grande senso di impotenza. E mi fa rispondere, magari pretestuosamente, magari adottando la stessa superficialità dell’estensore dell’articolo, che ben venga questa congerie di modelli, per quanto raffarzonati; siamo scuola pubblica, e non ancora scuola a pensiero e modello unico. O è questo che si vuole?

La riforma Berlinguer sceglieva il primo modello, aggiornandolo ai tempi; la riforma Moratti sceglie il secondo. E, per quanto il dibattito su quale modello sia migliore è del tutto legittimo (meglio di un liceo francese non c'è nulla, meglio di un college americano nemmeno), anche noi preferiamo il secondo

Questa affermazione intreccia tante e tali piani di “non riflessione” e non conoscenza diretta, che richiederebbe, da sola, pagine di commento. Berlinguer, con tutti i suoi limiti, ha introdotto l’autonomia. Ma qui viene assimilato allo statalismo. La Moratti ha – deliberatamente – trasformato l’autonomia in deregulation. Anche finta. Risulta al signor Ripassi che, a partire dall’anno prossimo vengono imposti nelle elementari e nelle medie, dei programmi (detti, eufemisticamente “indicazioni) che non sono stati discussi da nessuno, dico nessuno, non tanto della scuola, quanto nemmeno degli organismi che, in un paese civile e normale si dovrebbero occupare di scuola?

Ma questo è il minimo. E’ la visone complessiva che è drammatica. Nel documento del buonsenso questo mi colpiva e scandalizzava: che tutti i partecipanti a quel tavolo, incantati dai luoghi comuni sulla tecnologia e la società cosiddetta avanzata, dessero per scontato che la scuola possa essere tranquillamente svuotata del proprio ruolo. Non per farla esplodere come la villa di Zabrinsky Point, il che potrebbe essere anche un bene, perché porterebbe ad una ricostruzione dalle fondamenta, ma semplicemente per subordinarla a questo bel modello di società che abbiamo di fronte.
Che anche persone di sinistra scambiassero poi il familismo amorale e becero che l’opposizione (quella vera) sta facendo rimangiare al ministro, per quella che una volta era l’autonomia e la libertà è, per me, veramente troppo.

Dietro si agita qualcosa di più complesso e nobile: un'idea dell'uguaglianza, contro la quale la polemica deve farsi accorta e rispettosa. Tale idea postula che più è uniforme l'istruzione impartita, più le differenze di classe e familiari degli studenti si ridurranno, annullando così il gap iniziale tra chi nasce con la camicia e chi no. Questa idea ha un difetto pratico: tende a impedire l'emergere delle eccellenze. Ma soprattutto non sembra essere la soluzione più funzionale e moderna al problema dell'uguaglianza.

E meno male che la polemica deve essere accorta e rispettosa. Come quella che si potrebbe fare contro un vecchio rimbambito? Magari di nome Don Dilani? Mi viene il sospetto che il signor Ripassi abbia partecipato alla stesura del documento Bertagna, il primo, quello che con perfetta ipocrisia iniziava con la frase di Don Milani “Non c’è niente di più ingiusto che fare parti eguali tra diseguali” per giustificare il doppio canale e la negazione dell’istruzione alla fascia più debole della popolazione. Ma c’è il problema delle eccellenze, viene detto (cautamente e rispettosamente) Benissimo.

Per quanto mi riguarda di alunni eccellenti, per fortuna, ne ho avuti. E li ho valorizzati senza piani personalizzati e altre darwiniane divisioni dei destini. Semplicemente aspettandomi da loro il massimo, di fronte al massimo che davo io. A tutti. E qui, al signor Ripassi, faccio io una domanda: ma quale è la soluzione moderna? Quella che dalla scuola Moratti porta, dritto dritto, alla legge Biagi? O meglio, quella che fa il percorso contrario?

E comunque, rassicuro il signor Ripassi: la scuola che fanno quelli che aspettano con ansia che i problemi spariscano – si disperdano direi – ope legis e che chi è nato per zappare vada, finalmente, a zappare è già così. Non bisognava aspettare la Moratti.

Fornire a questi ragazzi uniformi un insegnamento uniforme, radicalizza l'unica diseguaglianza che ancora c'è tra loro: quella innata del talento, dell'indole, dell'attitudine. La scuola italiana non la cura, né se ne cura. Talenti e percorsi individuali o sono coltivati per fortuna (un buon maestro), o per censo (estati all'estero), o finiscono persi. Oggi sarebbe più egualitario dare a ogni studente italiano un istitutore privato che dare a tutti lo stesso insegnante pubblico.

Intanto, stando al rapporto Eurispes – se il signor Ripassi ne sa qualcosa – queste classi così ricche stanno scomparendo. O si trovano, appunto, nelle scuole private. Esagero, naturalmente, ma nemmeno è possibile ridurre una situazione complessa ad una immagine così stereotipata. Non rimpiango affatto la società di cinquanta anni fa, ma non accetto che quella di oggi, quella che appunto rende uniformi, come Ripassi afferma senza scandalizzarsi, venga data per scontata e considerata modello unico.

Il problema della sinistra moderna è capire che, più di un secolo dopo la sua nascita, la via all'uguaglianza passa attraverso la libertà. Esiste, sì, una cosa chiamata società; ma è fatta di individui. Più differenza oggi è più uguaglianza.

Fin dall’inizio della vicenda della riforma, ho avuto la sensazione che ad essere scoppiato fosse il linguaggio. Il che si è sostanziato nello scollegamento netto tra significato e significante. La trappola che ha tratto in inganno i buonsensisti. Ora capisco perché. La stessa malattia. Ripassi scambia eguaglianza per omologazione. Non mi meraviglierebbe che, se mai leggerà questo intervento, mi darà della “comunista”.

Vorrei concludere invitando i riformisti a percepire il messaggio più serio che la scuola sta lanciando, ed a farlo proprio. Non si tratta solo di slogan. Sono riflessioni e, perché no, anche riscoperte dalle quali ripartire. L’indisponibilità, di molti gruppi, a farsi mettere il cappello, presuppone una nuova capacità di ascolto. Il riesame di questa scuola, con i suoi difetti e pregi, può essere fatto solo passandola attraverso questo vaglio. Adeguarsi alla finta modernità sulla scuola, significa non dare garanzie su nessuno degli altri temi. E non vorrei che alla fine di tutto ci ritrovassimo non solo con la legge delega, ma anche con una totale delega alla legge.