Scuola pubblica gratuita? E invece, quanto mi costi....
Gianni Gandola - 10-03-2004
Anche nel corso di una recente trasmissione televisiva dedicata alla scuola (Ballarò del 2 marzo) è emersa seppure en passant e in modo superficiale e tutt'altro che approfondito, la questione della (presunta) gratuità della scuola dell’obbligo. O meglio, la questione dei finanziamenti alle scuole, dei costi, della provenienza delle risorse economiche a disposizione, ecc.
Al Ministro Moratti, che sosteneva che il governo Berlusconi in questi tre anni avrebbe aumentato i finanziamenti alle scuole statali (e non alle scuole private, che sarebbero invece rimaste al palo), Serena Dandini, presente tra il pubblico nella insolita veste di “mamma”, ricordava che nelle scuole pubbliche i genitori, oltre a quaderni e matite, devono comprarsi pure la carta igienica.
Purtroppo questo corrisponde in larga misura al vero. Va detto con chiarezza che i bilanci delle scuole, le risorse finanziarie loro assegnate, da diverso tempo (quindi dal governo Berlusconi ed oltre) non consentono di far fronte compiutamente alle esigenze di funzionamento da un lato e della cosiddetta offerta formativa dall’altro. Sono insomma del tutto insufficienti, inadeguate, e per questo le scuole da tempo sono costrette a ricorrere ai contributi dei genitori. Ma vediamo in concreto cosa succede nella realtà quotidiana delle "istituzioni scolastiche autonome".

A Milano ormai da parecchi anni le scuole medie chiedono ai genitori - sin dal momento dell’iscrizione alla classe prima - un "contributo spese", una sorta di “tassa di iscrizione” che in senso proprio tassa non può essere considerata in quanto facoltativa e non obbligatoria, ma che essendo generalizzata diventa di fatto una consuetudine diffusa e largamente accettata. Ora questa prassi, almeno da 5-6 anni si è estesa anche alle scuole elementari. Ricordo riunioni di Consiglio di Circolo di un tempo in cui sia io che diversi genitori e docenti scartavamo l’ipotesi di chiedere contributi alle famiglie perché, si diceva, la scuola dell’obbligo deve essere gratuita “per principio”, e quindi deve “pensarci lo Stato” (i genitori-cittadini pagano già le tasse ed hanno diritto ad una scuola statale/servizio pubblico gratuita, secondo il dettato Costituzionale…). Dibattito astratto o "ideologico"? Mah… Sta di fatto che oggi è abitudine consolidata, anche nelle scuole elementari, chiedere alle famiglie un contributo volontario, per far fronte alle spese della scuola. In Consiglio di Istituto si discute semmai sulla quota da stabilire, sull’entità della somma di richiedere, non certo sul “principio”, per forza di cose superato, “finito in soffitta”.
Il “libero contributo” è comprensivo in genere di due voci: assicurazione integrativa alla polizza regionale e contributo per attività e progetti didattici. Si va, nelle scuole della mia zona territoriale (sud-est Milano), dai 15 ai 30 euro richiesti dalle scuole a tutti i genitori, precisandone la “facoltatività” e la destinazione. Se a questi si aggiungono i costi per le uscite didattiche e le gite scolastiche, che costituiscono naturalmente la spesa maggiore, si arriva a 100-150 euro annui per famiglia. Alle scuole medie le cifre sono in genere più alte.

Non solo, ma sono altrettanto diffuse le “feste della scuola” di fine anno, organizzate principalmente dai genitori, durante le quali in forme varie (mercatini, lotterie, giochi, sottoscrizioni) si raccolgono fondi per la scuola. Si parla, per intenderci, di somme raccolte e versate alla scuola di 10-15 milioni di vecchie lire, vale a dire, per dare un'idea di "ordine di grandezza", l'equivalente della media dei finanziamenti assegnati dal Ministero alle scuole elementari negli ultimi anni per l'autonomia e l'offerta formativa.
Come vengono impiegati questi soldi? Nella mia scuola, come in altre, servono principalmente per integrare i costi di alcuni Progetti presenti nel Piano dell’Offerta Formativa (ad es. il “progetto contro la dispersione scolastica” che prevede l’intervento di uno psicologo esterno) o attività di tipo creativo-espressivo gestite da operatori esterni (es. animazione musicale o corporea).
Questi interventi di “esperti esterni” (animazione musicale o teatrale, attività motorie o pre-sportive, ateliers di pittura, ecc.) avvengono nelle scuole elementari da anni. Ora lo stesso decreto attuativo della riforma li prevede esplicitamente all’interno dell’orario scolastico e li colloca precisamente fra le "attività opzionali e facoltative", le famose 99 ore annue "aggiuntive" rispetto l'orario obbligatorio. Queste attività devono essere gratuite, senza costi per le famiglie, si dice nel decreto (art.7, comma 2) e tali interventi possono rientrare in contratti di prestazione d'opera stipulati dalle scuole con esperti "nei limiti delle risorse iscritte nei loro bilanci" (art.7, comma 4). Sì, ma chi paga e con quali fondi? Questo è il punto. In realtà in tutte le scuole è ben chiaro che se si vogliono attuare determinati progetti o attività proposte nel POF, i fondi ordinari a bilancio della scuola (i finanziamenti del Ministero o i contributi dell’ente locale) non sono sufficienti e che quindi è inevitabile il ricorso alle famiglie. Ed è così in quasi tutte le scuole, basterebbe un’indagine accurata per verificare la fondatezza di questa affermazione.

Ma non basta. E’ vero quanto diceva la Dandini: oltre ai “piani nobili” dei progetti e delle attività didattiche i genitori sopportano spesso i costi di materiali vari. Non solo quaderni e pennarelli, com’è da sempre, ma spesso anche carta igienica, scottex e prodotti igienici vari che una volta forniva l’ente locale.
Se poi vogliamo considerare le “spese di funzionamento” delle scuole, basti ricordare ad es. che le spese di pulizia dovrebbero essere a carico del Comune, che le copre per buona parte ma non completamente (una parte resta a carico del bilancio della scuola). Così come le spese telefoniche, che costituiscono un’uscita considerevole per gli istituti: per legge dovrebbero essere a carico del Comune. A Milano, dopo una lunga e faticosa vertenza sindacale, si è giunti ad una Convenzione secondo la quale il Comune si fa carico di una (dicasi una) linea telefonica per scuola autonoma, quando a rigore dovrebbe farsi carico delle spese telefoniche in generale (quindi di tutte le linee telefoniche, fax, modem in uso negli istituti scolastici).
Per non parlare della Tassa rifiuti solidi urbani, sulla quale da anni c’è un contenzioso ancora irrisolto (il Comune vorrebbe far pagare questa gabella alle scuole, le scuole non intendono pagarla se non ricevono finanziamenti specifici da parte dello Stato per questa voce di bilancio) e la questione è tutt’altro che risolta. Si parla, nel caso della Tarsu, di cartelle arretrate o recenti che ammontano a parecchi milioni di lire, sicuramente onerose per le scuole…
Non diciamo poi degli arredi per le aule e i locali scolastici (dai banchi alle sedie della mensa, agli attrezzi per le palestre alle suppellettili varie), sempre di competenza dell'ente locale, che lasciano spesso, per usare un eufemismo, a desiderare.
Ora ci si è messa perfino l’ASL di Milano che pone a carico delle scuole perfino il materiale di pronto soccorso…! E’ datata 14 luglio 2003 una comunicazione ai Capi d’Istituto del Servizio di medicina preventiva dell'ASL Città di Milano che ha per oggetto la dotazione di farmaci e presìdi sanitari nelle scuole. In essa sostanzialmente si comunica "l'impossibilità per l'ASL di farsene carico" (sic). Sì, proprio così: "spetta alle scuole - si dice - l'approvvigionamento dei presìdi o farmaci giudicati necessari per il primo intervento sanitario per alunni e personale". Si allega quindi un elenco con il materiale necessario (disinfettante tipo acqua ossigenata, ghiaccio per traumi, garze, cerotti, bende, forbici, ammoniaca, termometro). In altri termini: il materiale, peraltro già scarso, di cui erano in qualche modo dotate le sale mediche presso le scuole, dovrà essere acquistato dalle scuole stesse e non sarà più di competenza ASL.

Insomma il quadro che ne esce è abbastanza complesso e sconcertante. Un dato comunque è certo: non è possibile dire che la scuola pubblica di Stato è (del tutto) gratuita, in quanto è dimostrato che i genitori concorrono ampiamente alle spese delle scuole. Questo allora vuol dire che i finanziamenti dello Stato alle stesse – sia per il funzionamento amministrativo e didattico sia per l’offerta formativa - non sono affatto sufficienti. Non è corretto allora dipingere una situazione idilliaca nella scuola di base, quasi fosse il Paese delle meraviglie (Internet, inglese, le attività opzionali, gli esperti esterni, ecc.) quando spesso mancano materiali essenziali e quando senza l’apporto generoso e consapevole dei genitori tante cose non si potrebbero fare.
L'on. Valentina Aprea, già dirigente scolastica in provincia di Milano ed ora sottosegretario del MIUR, queste cose le sa (o le dovrebbe sapere) benissimo. Non sarebbe il caso di metterne al corrente anche il Ministro Moratti, onde evitarle figure imbarazzanti, non consone al ruolo istituzionale che ricopre?


Gianni Gandola
Dirigente scolastico
Scuola Oggi


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