Lucciole
Alessandro Giorni - 08-03-2004
Ai colleghi docenti a tempo determinato
A chi si sente coinvolto, come cittadino, nel futuro del proprio paese

Care Colleghe e cari Colleghi,


"Noi siam come le lucciole viviamo nelle tenebre"....

....cosi melodiava una canzone popolare di qualche decennio addietro, canzone popolare che, nella semplicità del suo verseggiare, rispecchiava e rispecchia una condizione umana più intima e radicata.
Oggi, questa condizione è rintracciabile nelle condizioni lavorative dei docenti a tempo determinato.
Da un lato, provvedimenti improvvidi sul versante burocatico-amministrativo, unitamente alle malagestione politica del passaggio da un sistema di formazione e reclutamento ad uno (ancora incompleto) nuovo, hanno condotto a calpestare il diritto su cui si erano basate le scelte di molti di noi, e quindi a ledere i diritti dei singoli cittadini. Sempre quei provvedimenti stanno portando chi per un attimo sentitosi nuovo amato e rispettato dallo Stato, nella medesima condizione di diritto calpestato e diritti lesi verranno presto a trovarsi.
Lo Stato italiano, da questo punto di vista, agisce con la meccanicità, la cecità, la coercitività di un tribunale kafkiano.
Dall¹altro lato, altrettanto improvvidi provvedimenti hanno già trasformato la Scuola Pubblica in un simulacro di se stessa. Vale forse la pena ricordarli: licenziabilità dei docenti in caso di esubero e mancata riconversione; riconduzione, nella formazione delle classi, a minimo molto elevato di alunni e a 18 ore minime obbligatorie anche in caso di soprannumerarietà; conferimento di ore di supplenza ai docenti a tempo indeterminato. Altri ce ne vengono incontro: il docente tutor alle scuole elementari (stentiamo a cambiare nome rifiutandoci inconsciamente di scrivere primarie, orario flessibile, stile supermercato del conoscere, con le ore pomeridiane in offerta formativa basata su concetti che di didattico poco hanno, e quant¹altro ancora le Riforme attuali si propongono di introdurre nella Scuola, come il peso assolutamente sproporzionato conferito agli organi rappresentativi dei genitori e ai dirigenti scolastici, a fronte di uno svuotamento delle funzioni degli organi collegiali, in primis del consiglio di classe.
In tutto questo, noi docenti precari viviamo nelle tenebre. Le tenebre sono quelle mediatiche: poche volte, se non quando ci presentiamo in piazza ­anche metaforicamente- con il coltello fra i denti, veniamo presi in considerazione dai mass-media. Le tenebre sono quelle della scure ministeriale, che organizza ristrutturazioni d¹organico dove in modo evidente il numero di persone che verrà cancellato dalla Scuola ­ di qualunque ordine e grado ­ viene considerato come una variabile insignificante, a dir poco.
Ma soprattutto, le tenebre sono quelle che noi per primi ci creiamo.
Perché? Come lucciole, brilliamo ad intermittenza, cioè solo quando si approssima un problema che ci riguarda da vicino, da molto vicino, e quando esso ci è già addosso. Si riaprono le graduatorie, e scopriamo che abbiamo una posizione meno vantaggiosa: allora si accende la lucciola della protesta. Si parla di precariato, un emendamento non viene approvato, e allora si accendono le lucciole di una parte (o dell¹altra, che è uguale). E così via.
Queste belle luci, care colleghe e cari colleghi, non sortono miglior effetto di una fiaccolata sulla neve, o di un lampo nella notte: spenta la luce, ritorna il buio. A quanto pare, l¹italico male di tirare a campare ci pervade, come categoria, così profondamente, che la precarietà è la condizione necessaria ed indispensabile persino delle nostre stesse manifestazioni di protesta in difesa dei nostri diritti. Certo, ci sono molti di noi che si danno da fare, che si rimboccano le maniche, che si adoperano sovente senza ricevere nemmeno un ringraziamento, e che spesso vengono da noi stessi tempestati di telefonate, fax, oggi forse email, al momento in cui il tribunale kafkiano si rimette in moto per stritolarci ancora un po¹.
Ma tutti gli altri?
A fronte di una riforma scolastica priva di fondamenti pedagogici e didattici, a fronte di un riassetto complessivo del sistema educativo (dagli asili all¹università) falsamente liberista e profondamente regressivo e in odore di classismo, quale ruolo, quale posizione decidiamo di assumere, decide di assumere anzi ciascuno di noi, costantemente, ogni giorno, nella propria azione di persona che educa il futuro del proprio paese?
Vogliamo veramente credere che l¹intermittente bagliore di una lucciola dissiperà l¹oscurità? Quando ciascuno di noi si renderà conto che o si dà una mossa ora, adesso, oppure domani, a settembre, quando si troverà senza posto (oppure con un terzo di classi ed alunni in più) sarà troppo, troppo tardi?
L¹oscurità che attaglia la Scuola, tramite provvedimenti legislativi che porteranno la Scuola ad essere un supermercato e un¹azienda, necessita di un potente riflettore, di un faro, che metta a nudo le carenze pedagogiche e didattiche, i criteri di sola economicità con cui sono state attuate determinate politiche, infine che dia nuova luce alla funzione della Scuola pubblica stessa, luogo di reale discussione, creazione di idee, incubatrice di personalità, culla del futuro.
Vogliamo aspettare ancora?
E¹ in gioco il futuro: nostro, personale, assieme a quello della collettività.

il CIP_Prato




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