breve di cronaca
L'intelligenza è anti-economica e sovversiva
Il Manifesto - 06-03-2004

Lo spreco


Che cosa è la guerra all'intelligenza denunciata qualche settimana fa nell'appello di un gruppo di intellettuali francesi e sottoscritta da più di 40mila « lavoratori cognitivi » d'oltralpe ? E questa guerra esiste anche da noi ? Chi la conduce e chi la subisce ? Intanto conviene domandarsi a cosa serva questa guerra. Non a cancellare il lavoro intellettuale, ma a sfruttarlo.

Esattamente come le guerre contro i contadini non servivano a cancellarli dalla faccia della terra, ma a mantenerli in una condizione di servitù. La servitù, nel caso nostro, è nei confronti di un indirizzo strettamente aziendale della produzione e della trasmissione del sapere, sotto il regime giuridico sempre più estensivo (e fanaticamente ideologico, come dimostra la direttiva che vuole imporre un ticket sui prestiti delle biblioteche) della proprietà intellettuale.

La guerra è mossa, dunque, contro tutto ciò che eccede e contravviene il diretto impiego produttivo, l'immediata spendibilità del lavoro intellettuale sul mercato. E con questo termine, si badi bene, non si intende più solo la ricerca, l'accademia e i prodotti "scelti" dell'industria culturale, ma un bacino assai più vasto e generale di capacità cognitive che attraversano oramai i più diversi generi di attività. In questo senso, l'appello francese, come discorso condiviso che raggruppa un arco tanto vasto di figure da abbracciare i lavoratori intermittenti dello spettacolo, i precari della ricerca, formatori e formati, fino ai più riconosciuti maitres à penser , passando per un intero variegato mondo di « intellettuali dai piedi scalzi », coglie l'assoluta novità di questa situazione e la dimensione comune che costituisce la condizione di libertà di questa pluralità di soggetti.

La « guerra contro l'intelligenza » è, in altre parole, la guerra contro il suo carattere extraeconomico, contro quello « spreco », quei caratteri inflazionistici e diseconomici che costituiscono la condizione stessa di esistenza e sviluppo della cultura.

Significative sono anche le argomentazioni, tutt'altro che nuove, che la destra fa valere contro la rivolta del « lavoro cognitivo » : un vecchio antintellettualismo che oppone la concreta operosità del lavoro produttivo ai lussi di una conoscenza senza apparenti finalità immediate. Detto più volgarmente, ciò che produce fin da subito denaro, a ciò che, per il momento, si limita a costarne.

Dietro a questo populismo destinato ai ruvidi palati della piccola imprenditoria e delle « maggioranze silenziose », si cela la consapevolezza dell'alto contenuto di sapere proprio di ogni produzione e la determinazione di non pagarne i costi, né di permettere divagazioni dettate dai desideri e dalla libertà dei singoli. Di applicare, insomma, l'avara contabilità della spesa a ciò che, a tutti gli effetti, è un investimento. Fatto salvo quel miracolo per cui la spesa pubblica, non appena confluisce nelle tasche dell'impresa privata, si trasforma per incanto in investimento produttivo.

Detto della guerra, combattuta a colpi di tagli e di precariato, converrà occuparsi di chi la conduce. A condurla, come denunciano gli intello francesi, è lo stato, e da noi, ancora più convintamene, lo stato-azienda. Il trasferimento del controllo sulla produzione e la trasmissione del sapere dall'ambito pubblico a quello privato, o a quello di uno stato che si comporta come proprietario e come imprenditore, è un processo squisitamente politico, basato su decisioni e rapporti di forze.

Di fronte a questa guerra perfino ogni resistenza « corporativa » ha il diritto e il merito di contraddire l'affermazione univoca e fanatica della logica del mercato. Ma, a maggior ragione un riconoscersi reciproco del lavoro (ma anche del consumo) cognitivo nel conflitto contro la servitù « volontaria » o imposta dell'intelligenza e della cooperazione sociale, costituirebbe una forza decisiva. Una forza politica.


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