Scipione l'Africano
Piero Di Marco - 06-03-2004
In un mondo o in una nazione perfetta - perché a quanto pare non esistono vie di mezzo tra la perfezione dell'utopia e una realtà avvilente - nessuna persona sana di mente proporrebbe di spalmare un percorso di studio sulla storia tra gli otto e i tredici anni di età: troppo grande il divario delle capacità di apprendimento (o meglio del "modo" in cui si apprende) che genera inevitabilmente una classificazione di fatto della storia in periodi di serie A, serie, B, serie C, etc.

Ma in una nazione avvilente succede che sulla demenza o sulla saggezza delle diverse tesi gli schieramenti siano innanzi tutto di bandiera, e dunque anche la demenza più baldanzosa ha ottime probabilità di mettere radici, se ci sono abbastanza aficionados della bandiera.

Per quanto ne so, la storia è una di quelle materie che hanno sempre, storicamente, sofferto di un insegnamento mediocre e di troppo poco spazio, rispetto al peso culturale che ha.
Purtroppo la storia è anche l'argomento che più di ogni altro sembra offrire il campo per l'avidità ideologica, l'arbitrio, gli interessi di bassa bottega e ogni altro genere di vizio del sistema politico e dell'ottusità ministeriale.
Queste due caratteristiche messe insieme hanno fatto sì che il suo insegnamento sia stato usato per trasmettere le ideologie dominanti (in primis quella cattolica romana, trasversale ad ogni succedersi dei regimi), ma allo stesso tempo in modo imperfetto e asfittico.
Questa seconda evenienza - l'imperfezione asfittica - è lecito considerarla una fortuna, come più o meno è una fortuna che le prigioni di uno stato autoritario siano piene di buchi e di scappatoie.

Ma questa fortuna ha un rovescio della medaglia: anche una storia piegata all'eccesso di faziosità può essere un elemento culturale valido, se viene insegnata bene ( possiamo dire che un sistema penitenziario pieno di buchi produce una quantità di fuggiaschi, ma non produce uomini liberi, né tanto meno cittadini che esercitano diritti?)

Del resto, è sufficiente pensare alla scuola durante il regime fascista, quando la storia aveva quella forte impronta che ben sappiamo.
Le grandi masse popolari che non studiavano erano quelle che più delle altre amavano sostenere il regime, o che avevano un atteggiamento indifferente o fatalista.
Viceversa, frequentare la scuola, arrivare alla laurea, essere comunque "istruiti" - sia pure attraverso programmi "gentiliani", con forte impronta di regime - non impediva che molti si formassero una coscienza dei limiti o della perversità stessa del fascismo, o ha mostrato almeno di favorire l'acquisizione di questa coscienza non appena l'involucro di provincialismo e di retorica è stato incrinato dalle drammatiche vicende delle leggi razziali e poi della guerra.
Questo perché - secondo testimonianze dirette e secondo esperienza, visto che quell'impianto gentiliano è rimasto per qualche decennio nel dopoguerra - quel modo di insegnare la storia era, se non "buono" in senso assoluto, almeno logico, coerente e dignitoso, a prescindere dalla piega ideologica e perfino dalle forzature eccessive che poteva contenere.

Questo in via generale.
Se entriamo nello specifico, le cose peggiorano.
La storia antica è di per sé soggetta ad essere ridotta a "favola" o ad icona.
Per ciò che riguarda quella egizia o caldea possiamo anche rassegnarci al fenomeno, in quanto non ci sono molti spazi intermedi tra l'iconografia e un approfondimento specialistico.
La storia romana e quella greca no: per fonti, letteratura, testimonianze, nonché per gli infiniti lasciti che vivificano le lingue, i costumi e la cultura attuali, hanno la possibilità di essere raccontate in una gradazione di modi e di livelli di approfondimento praticamente uguali a quelli dei periodi successivi.
Anzi, la loro dimensione favolistica o mitologica è semmai una ricchezza ulteriore, e non un limite.
Quindi è più che mai demeneziale che questi periodi fondamentali per la nostra cultura siano trattati nella scuola elementare, e non più ripresi negli anni successivi della scuola di base.

Qualcuno ha già illustrato le ragioni per cui a poco vale che si ripercorra daccapo l'excursus storico nei licei e negli altri corsi di studi superiori, e quindi non vale la pena ritornarci sopra.

Purtroppo però mi sembra che, in questa situazione di corsa al peggio, ci sia un gran gusto (o la necessità) di soffermarsi sui "programmi" e su "quale storia" insegnare, e ce ne sia molto poco invece a discutere sul "come" insegnarla.
Ragione per cui - chiunque vinca, quali che siano i programmi - è facile prevdere che ad otto anni i ragazzini sapranno poco e male la storia romana, a dodici quella medievale, e probabilmente a diciotto saranno maturi e scadenti nella conoscenza della storia sia romana, sia medievale, sia contemporanea.
Ma la storia - come tutte le altre materie umanistiche - offre una grande risorsa: non è misurabile, nel senso che il suo grado di conoscenza è elastico, ossia basta accontentarsi, abbassando a sufficienza il livello giudicato accettabile, e tutti sono felici.
Se la tacita intesa si estende adeguatamente alle sedi universitarie (e l'estensione è spesso strisciante e obbligata dal corso delle cose) può facilmente sucecdre quello che è successo a me: di trovare un dottore in scienze politiche che non sapeva chi era Licurgo, e una laureata in giurisprudenza che confondeva l'imperatore Tiberio con il tribuno Tiberio Gracco, e di incontrare una assortita sequela di laureati ai quali capivi al volo che era meglio non accennare neppure a Licurgo o a Tiberio Gracco, per un senso di carità umana.

A farmi riflettere, però, c'è stata una battuta arguta assai di un ragazzino, qualche anno fa - un allegro ragazzino di dodici anni, ignorantissimo come una cucuzza - che a domanda aveva elaborato che quel tale Scipione era detto l'Africano perché aveva sconfitto il Cannibale.
"Va be', io non lo conosco, ma neppure lui mi conosceva a me, eppure è diventato imperatore", mi rispose con l'aria furba, quando l'avevo preso in giro.




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