Che cosa, allora, rende buona questa riforma?
Ines Bartoletti - 03-03-2004
Mi interrogo spesso per cercare di capire se la mia interpretazione della riforma è viziata dall'essere collocata a sinistra e quindi all'opposizione rispetto a questo governo. Mi interrogo spesso perchè la cosa che mi interessa di più a livello educativo, per i miei alunni, è la capacità di valutazione (o critica, che dir si voglia) in piena e consapevole autonomia.
Anche questa mattina, leggendo le valutazioni della De Natale mi sono interrogata, perchè condivido la necessità di differenziare i percorsi per i ragazzi (anche perchè è da quando sono nella scuola che è questa l'esigenza, mia personale, ma anche della scuola in cui lavoro, ma anche della scuola pubblica e democratica). Ma il problema è proprio questo: arrivare alla differenziazione, nel rispetto della diversità, ma anche nel rispetto del principio di uguaglianza e di giustizia. E qui cominciano e si fanno enormi i problemi. Come è possibile garantire l'individualizzazione? Non posso pensare che le "novità disciplinari" introdotte nell'organizzazione della scuola (più informatica, più inglese, più convivenza civile) risolvano il problema, anche perchè in realtà già nella "vecchia"scuola grande era l'attenzione a questi aspetti. Non posso pensare che sia l'insegnante tutor: già nella scuola media c'è l'insegnante coordinatore, che già per altro si lamenta della mancata collaborazione degli altri colleghi, che non hanno gli stessi strumenti e gli stessi tempi a disposizione per la singola classe (ho svolto e sto svolgendo anche questa funzione): immaginiamoci quando sarà istituzionalizzato questo ruolo diverso e diversificante. Non posso pensare che sia la diversa organizzazione oraria: meno tempo "costringerà" ancora di più i percorsi, dando sempre minor spazio a quei linguaggi e a quelle esperienze, proposte per rispondere ai diversi stili di apprendimento. Non posso pensare che sia l'intervento massiccio delle famiglie nell'individuazione del percorso per il proprio figlio: significa pensare che la scuola non abbia un progetto educativo steso rispettando le esigenze del territorio e magari non abbia le competenze per farlo.
Non posso pensare che sia la possibilità di organizzare attività di apprendimento con gruppi diversi dal gruppo classe: già lo facciamo all'interno del tempo prolungato, ma anche all'interno del tempo normale cerchiamo di creare dei tempi e degli spazi che permettano questa differenziazione, scontrandoci spesso con le difficoltà organizzative, con le esigue risorse e con la frammentazione degli interventi.
Non posso pensare che sia la possibilità di scegliere subito dopo la secondaria di primo grado tra il percorso dell'istruzione e quello della formazione, quando da anni come insegnanti delle medie inferiori verifichiamo quanto sia difficile essere orientati od orientarsi a tredici anni.
Non posso pensare che sia il rinnovato entusiasmo degli insegnanti: rinnovato da chi e perchè, se finora siamo stati considerati gli unici non competenti a parlare di scuola, visto che non possiamo nemmeno esprimerci nei collegi, gli unici che lavorano poco e che quindi giustamente devono essere sottopagati, gli unici che devono essere "flessibili e riconvertiti" senza che vengano riconosciuti adeguatamente nemmeno i corsi o le spese di "riformazione"?
Mi piacerebbe che qualcuno riuscisse a dimostrarmi che sbaglio: non sono solo una operatrice della scuola, sono anche una cittadina che paga diligentemente le tasse e non spera ma teme i condoni fiscali. Vorrei che le mie tasse producessero una buona scuola, che avesse come obiettivo privilegiato la formazione di cittadini consapevoli e responsabili ma anche di persone che sanno che cosa è il vero ben-essere.
E allora chiedo anche a voi:
" Che cosa allora rende buona questa riforma?"


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