Bartleby , ovvero della condizione giovanile
Aldo Ettore Quagliozzi - 27-02-2004
Scriveva con la sua prosa straordinaria Fernanda Pivano, nel lontano 1995, nella sua introduzione a quel capolavoro della letteratura che è stato e rimane il racconto di Herman Melville “ Bartleby, lo scrivano “:

“ ( … ) Il suo male ( del protagonista del racconto, ndr ) ricorda soprattutto il nostro mal du siècle, la nostra perduta capacità di comunicazione, forse quella comunicazione di cui era incapace Bartleby o forse la diffusa perdita della fiducia in tutti i valori spirituali, sociali, politici.

Non si parla, non perché si ha paura di venire denunciati e magari messi in prigione; non si parla perché, come mi disse un giorno Ezra Pound, “ parlare è inutile “: le delusioni, i fallimenti ideologici, i giochi di potere vili e inaccessibili ci hanno tolto qualsiasi speranza di essere capiti, di poter collaborare alla costruzione di un futuro, di non sentirci traditi. Insomma, di comunicare.

( … ) Nessun tentativo, nessuno sforzo, nessuna proposta è riuscita a ridare un po’ di speranza a giovani sempre più chiusi nel silenzio, dalla discoteca dove si balla senza parlare agli sport solitari ( … ).

Può darsi che la paura non sia quella di venire arrestati dalla polizia: può darsi che sia soltanto la paura di sciogliere il proprio segreto e vederlo andare in frantumi in un mondo in balia della corruzione, della prevaricazione, della violenza, non tanto quella fisica quanto quella esercitata sottilmente dalla manipolazione, denunciata a suo tempo da William Burroughs, compiuta attraverso la stampa, la scuola, la chiesa, per far finire tutto nel baratro degli arrivismi politici.

( … ) Quello della incomunicabilità è un problema che ( … ) pongo davanti ai giovani del nostro tempo, demotivati, smarriti, impauriti.

Non mi pare che buttando sassi dai ponti o stuprando le bambine o accoltellandosi negli stadi o pretendendo con sempre maggiore pervicacia automobili e biciclette da genitori troppo disperati per l’incapacità di vivere dei loro figli, si possa raggiungere la comunicazione. ( … ) “

Attualità di un problema. Il testo che di seguito propongo, alla cui stesura ho prestato opera e che ha subito per l’occasione solo marginali rifacimenti, e che ha ricevuto dalle considerazioni della Pivano un inestimabile e prezioso attestato di attualità, pur essendo oramai trapassati nel nuovo millennio, è stato tratto dalla premessa generale al tema “ La fenomenologia del disagio scolastico. Ricerca delle metodologie e delle strategie di intervento “, che è stato l’oggetto, in verità impropriamente detto, di un corso di aggiornamento professionale per il Collegio dei docenti della Scuola Media Statale “ Mattia Preti “ di ********* .

Un male diffuso e sotterraneo percorre i nostri gruppi giovanili, un male che si concretizza in un “ soffrire acuto” il proprio vissuto, e che si manifesta in una forma di “ incomunicabilità inter-generazionale “.
E’ proprio una comunicazione interrotta che spinge il preadolescente/adolescente a ripiegare su se stesso, o al più, a rientrare e permanere nel gruppo giovanile il più a lungo possibile, creando, sviluppando ed utilizzando una cultura altra, una cultura di gruppo, che è alla base della convivenza giovanile.
E’ come un ritrarsi in un mondo nel quale la comunicazione inter-generazionale è quasi esclusa o ridotta a semplici e ripetitivi stereotipi, in questo anche incoraggiati dal non ruolo svolto oggi dai cosiddetti adulti, sempre più disimpegnati pedagogicamente, indifferenti se non addirittura inadeguati. Siamo allora ad una “ sindrome di Bartleby “ generazionale e largamente diffusa?

“ ( … )

1. ( … ) Il processo formativo dei giovani, in ogni fase del loro sviluppo, si realizza nei rapporti interpersonali; ognuno di noi è quello che si sviluppa sulla base dei rapporti che stabilisce con gli altri. Ciò che occorre è che in ogni fase dell’età evolutiva si sviluppino quei rapporti interpersonali che maggiormente concorrono allo sviluppo di personalità armoniche ed integrali.
Quali sono i rapporti interpersonali che meglio rispondono alle esigenze ed alle possibilità di sviluppo e di maturazione dei preadolescenti?
( … ) Sono “ quei rapporti interpersonali che coinvolgono aspetti razionali ed affettivi, emotivi, etici, e ciò particolarmente in quella delicata fase dell’età evolutiva in cui avvengono le trasformazioni più importanti nella condizione fisica e psicologica”.
In pratica si indicano i rapporti che devono dar luogo ad una socialità di sostegno e di rassicurazione tra i coetanei. In parole più semplici si sarebbe potuto definirli “rapporti di amicizia”, i quali danno luogo, proprio nel periodo della preadolescenza/adolescenza, al sorgere ed allo svilupparsi di un nuovo tipo di socialità, molto più profonda e rassicurante, rispetto a quella precedente.
A seguito dello sviluppo fisico, sessuale e mentale si configurano nel preadolescente/adolescente diverse situazioni conflittuali o di disagio, dalle quali è possibile estrapolare un significato di fondo comune: la spinta a rigettare le immagini genitoriali, rifiutando le precedenti identificazioni al fine di affermarsi al di fuori del mondo familiare .
Questo crea una situazione di disagio psicologico e sociale. Evidentemente tale condizione di disagio non è uguale per tutti i preadolescenti e non è da tutti vissuta con pari grado di intensità. In tutti però è evidente il tentativo di superare siffatta situazione di disagio ( incertezza, insicurezza, ansia di autovalorizzarsi ) facendo del proprio IO il centro dell’universo, il termine di riferimento di ogni tensione psichica.
Questo insorgente narcisismo corrisponde ad una necessità in quanto rappresenta un notevole aiuto atto ad esaltare l’autostima del preadolescente proprio nel momento in cui ha bisogno di tutto sé stesso per affrontare la nuova collocazione socio-ambientale.
Il rifiuto delle immagini parentali provoca nel preadolescente/adolescente la tendenza al disagio che lo espone al pericolo della asocialità, ma che al contempo lo rende particolarmente sensibile e disponibile a nuove identificazioni con persone che stanno al di fuori della famiglia come i compagni di classe, i docenti della classe, gli istruttori delle palestre, …
Un limite esiste in questo fenomeno di identificazione in questo periodo dell’età evolutiva ed è la tendenza quasi generale a stabilire legami affettivi con persone dello stesso sesso. E’ la condizione necessaria ed ideale per il nascere dell’amicizia che rappresenta pur sempre il superamento della condizione psicologica precedente, della fanciullezza, che nella ricerca “della compagnia” realizza la propria forma più elementare di socializzazione. E’ un momento difficile che se non ben supportato induce il preadolescente/adolescente ad imboccare la via del disagio più acuto in quanto la nuova condizione psicologica “rappresenta senza dubbio un momento critico di brusca dissocializzazione con un abbandono non solo dei valori, ma anche della propria identità precedente, seguita da una risocializzazione con la scoperta di valori nuovi accettati entusiasticamente ed utilizzati ai fini di una nuova identità”.

2. (… ) Nell’età della fanciullezza, ovvero nell’età della “compagnia”, i gruppi che si costituiscono presuppongono la presenza più o meno esplicita dell’adulto e l’accettazione di norme già stabilite.
Nell’età preadolescenziale, invece, i gruppi che si formano rifiutano in genere la presenza degli adulti; essi sorgono quasi sempre ai margini della società dei genitori e degli insegnanti, per costruire specifici ambiti di esperienze sempre al di fuori di ogni sorveglianza e tutela imposta dall’alto. In questa fase evolutiva i membri di un gruppo si associano non come cooperatori occasionali bensì come essenziali punti di riferimento e a volte come modelli di comportamento e questo perché la motivazione che porta i preadolescenti a raggrupparsi è quella di organizzare un tipo di vita sociale senza troppi interventi esterni.
Il gruppo dei preadolescenti/adolescenti è dunque una struttura in cui essi verificano la propria capacità di stabilire rapporti sociali più o meno duraturi, di tollerare conflitti e tensioni, di assumere una posizione in relazione a quella degli altri membri del gruppo.
L’incapacità di realizzare una completa vita di gruppo spinge il preadolescente/adolescente in una condizione di disagio in quanto il rifiuto o l’accettazione da parte dei coetanei sono due tipi opposti di esperienze importantissime per l’equilibrio psicologico del preadolescente/adolescente e per lo sviluppo della sua disponibilità a realizzare rapporti interpersonali.
Se accettato, trova nel gruppo un sostegno emotivo alle proprie ansie ed incertezze; se rifiutato, vivrà l’esperienza dell’impotenza, della esclusione sociale, che finirà con l’influire notevolmente sull’immagine di sé stesso che egli stà edificando.
Il gruppo dei coetanei è dunque in grado di fornire al preadolescente/adolescente, in un momento in cui egli si oppone ai modelli parentali, una struttura per emanciparsi, per conoscere nuove regole per acquisire nuove forme di linguaggio e di costume e soprattutto un nuovo “status” cui riferirsi.
Ciò pare valere in egual misura per i ragazzi e per le ragazze; nei raggruppamenti così come nelle mode, nei gusti e nei divertimenti è sempre difficile distinguere ciò che è tipico del ragazzo da ciò che è tipico della ragazza, in quanto sia l’uno che l’altra sembrano ispirarsi ai medesimi modelli culturali quasi sempre ripresi dai mezzi di comunicazione di massa.

3. ( … )Nella fase psicologica dell’amicizia il mondo del preadolescente/adolescente realizza una sintesi creativa che sul piano culturale assimila i valori del mondo adulto ed al contempo conserva i tratti culturali infantili in un impasto che tenderebbe addirittura ad imporsi alla più vasta cultura della società. Gli studiosi dell’età evolutiva sostengono con fermezza che nelle società occidentali contemporanee, già da qualche anno, si starebbe sviluppando una vera e propria subcultura giovanile favorita dall’avvento della organizzazione industriale nella vita sociale e dei singoli e dalla conseguente decadenza delle strutture familiari tradizionali.
La condizione di disagio è favorita, nelle società industriali contemporanee, in quanto la famiglia è venuta a perdere, in misura sempre maggiore, gran parte delle sue funzioni economiche, pedagogico-formative o ricreative. Da ciò consegue che il gruppo familiare è divenuto meno compatto e più permeabile alle influenze esterne, mentre il preadolescente/adolescente che vi vive è indotto a rivedere i modelli trasmessi dai genitori alla luce delle nuove esigenze e dei nuovi indirizzi.

4. ( … ) La ricerca di rapporti interpersonali più profondi ed evoluti di quelli della “compagnia”, tipica della fanciullezza, è una delle esigenze più sentite dai preadolescenti/adolescenti. L’amicizia dentro e fuori della scuola può offrire immense possibilità di comprensione e di incentivazione reciproca tra coetanei e tra gli adulti e i preadolescenti.
Forse che in questa età non si avverte il bisogno profondo che i genitori, i parenti, gli insegnanti diventino semplicemente ma realmente degli amici, ai quali magari confidare ansie e dai quali ottenere comprensione?
Questo che si prospetta è un problema estremamente aperto e le ricerche più avanzate di psicologia dell’età evolutiva e di psicologia sociale ritengono tale evoluzione dei rapporti docenti-alunni come la più idonea sul piano scientifico e la maggiormente produttiva sul piano educativo al fine di prevenire tutti i fenomeni legati al disagio scolastico o più in generale al disagio sociale dei preadolescenti.
E’ il caso di concludere in tali termini: “Si impone, perciò, ai docenti una costante verifica dei loro comportamenti in base alla conoscenza delle dinamiche psicologiche sia individuali che sociali e tenendo presente che il rispetto della crescita e della maturazione personale del preadolescente/adolescente è essenziale in questa fase del processo educativo. ( …)”


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