Due cittadinanze
Emanuela Cerutti - 25-01-2002
Una delle convinzioni di Bertagna, espressa nel documento che di lui porta il nome, è che esistano diversi “luoghi formativi”: lo Stato, le Regioni,il territorio, le imprese, la scuola.
Tutti questi “luoghi” concorrono e contribuiscono, con pari dignità, alla maturazione educativa che permetterà, domani, ad ogni persona “il pieno esercizio della cittadinanza”.
Si tratta di una convinzione diffusa in Europa, sostiene Bertagna, e deve aver ragione, se già nel ’95 l’ERT (Tavola rotonda europea degli industriali) collocava l’istruzione al servizio del mondo economico (Bruxelles, G7). O se, due anni dopo, la Banca Mondiale si esprimeva a sfavore del ruolo centrale dello Stato nell’assicurare i servizi di base, tra cui l’istruzione. O, ancora, se nel ’99 la Fondazione Liberal (di cui fa parte il Ministro Moratti) asseriva che “ la globalizzazione economica richiede standard sempre più elevati di preparazione…”
Si pensava, una volta, che la scuola dovesse “formare” un individuo libero, critico, non condizionato dagli schemi del potere precostituito.
Che cosa rappresentano, allora, questi ”luoghi formativi”? O, più alla radice, che cosa significa “luogo formativo”?
Giancarlo Cerini, intervenuto in un pubblico incontro a Bergamo lo scorso mercoledì, mi è sembrato mosso dalla stessa domanda: il concetto in questione, però, latita e Cerini ammette di non trovarne convincente definizione tra le righe della proposta di Riforma di cui si sta trattando.
Proposta che, parole sue, non sembra far appello a valori o modelli culturali di riferimento, e non sembra perciò fondare epistemologicamente e pedagogicamente l’idea di scuola che sta costruendo.
Stante l’esigenza di cambiamento che la scuola italiana manifesta da tempo, questa riforma appare sottodimensionata “rispetto a quello che c’è”. Si pensi, ad esempio, all’introduzione del sistema dei bienni nella scuola di base, laddove 200.000 insegnanti stanno già lavorando in continuità e verticalità all’interno degli Istituti Comprensivi.
L’impressione è che le soluzioni ipotizzate mirino a ridurre il tasso di problematicità e disagio presenti nelle diverse situazioni, con un approccio che Cerini definisce “minimalista”, ma lascia intendere “demagogico”. Minimalista perché povero, fatto di ritocchi superficiali a leggi già esistenti, demagogico, se i sondaggi , canali privilegiati della comunicazione tra vertice e base, sono tendenziosi(“le piacerebbe una scuola con meno riunioni?”) e poco significativi (lo standard delle scuole d’infanzia è stabilito in base ai dati ricevuti da un campione di 3 scuole, contro le 12.000 delle precedenti consultazioni)
Hanno preso piede quelli che Cerini definisce “i tecnici grigi burocrati del quartier generale preoccupati di quantificare costi”: così si ragiona sulla durata della scolarità in base a convenienze edili o sull’aggiornamento degli insegnanti in quanto aggiustamento di qualche competenza, ma senza un progetto allargato dichiaratamente innovativo.
La nostra scuola, ripete più volte, è più avanti, non si merita tutto questo.
Non merita che la nuova legge si riduca a regolamento esecutivo, senza confronto col Parlamento, senza un dibattito intorno alle scelte applicative; dibattito peraltro improbabile, data l’uniformità delle Commissioni competenti, i cui membri appartengono quasi esclusivamente alla maggioranza (4 su 4 nella Commissione Valutazione, 11 su 12 in quella sulla Deontologia).
Non merita nemmeno la contraddittorietà delle soluzioni flessibili, che, se da una parte affermano di voler dare più opportunità, rispettando le diversità e differenziando i percorsi, dall’altra le riducono fissando età precoci per scelte future ed inesorabili canali di distinzioni ed esclusioni.
Certo, si parla di “passerelle”, ma quanto realisticamente possibili nei due sensi e quanto appaganti l’inevitabile frustrazione che nasce dall’insuccesso, non solo per gli studenti? La diversità è una realtà, ma quali scelte la promuovono e quali la castigano, in una scuola di tutti e per tutti?
Ancora, la nostra scuola non merita modifiche orarie e disciplinari all’interno dei vari ordini, senza che qualche saggio si sia almeno prima chiesto a quali elementi non può rinunciare la “formazione essenziale” del bambino e del ragazzo.
E non merita l’accanimento del “Punto e a capo”, sottotitolo degli Stati Generali dell’Istruzione poco rispettoso nei confronti di tutto quanto, in Italia, fin qui realizzato.
Cerini parla di produttività culturale e della necessità che gli insegnanti non siano autoreferenziali, ma accettino il confronto e si lascino valutare; parla di pensiero pedagogico affermato e condiviso, di ecosistema formativo che nasce dall’attenzione ai contesti e agli ambienti di apprendimento, di scommessa sulla professionalità.
Si delinea un’immagine di scuola (“con eccessivo credito?!”) simile ad un motore che pulsa, che chiede e dà emozioni, che realizza già un’alternativa possibile: e lo può fare grazie all’autonomia, baluardo contro qualunque regime. Di questo Cerini è fermamente convinto.

“Le 10.000 scuole autonome garantite dalla Costituzione, con la loro libertà e la loro capacità progettuale, sono 10.000 punti di luce accesa.
La nostra democrazia è forte, non si subiranno diktat”

Il minimalismo che questa riforma mostra ad un primo sguardo appare, in conclusione, uno dei suoi tanti specchietti per le allodole: dal successivo dibattito emerge come l’idea di persona ad essa sottesa tenda a strutturare con sottile determinazione la compagine sociale. Lo si nota anche in un’analisi di tipo lessicale: non a caso si passa dal termine genitore (individuo partecipante) al termine famiglia (nucleo privato), o dal termine comportamento (capacità di rapportarsi a diversi contesti) al termine condotta (ossequio ad una performance prestabilita).
Sollecitato dai numerosi contributi, Cerini termina ricordando la necessità di un impegno allargato ai piani politico e sindacale oltre che scolastico, per ridar vita ad un movimento capace di interrogarsi sui curricoli come sul contratto, sulle modalità legislative come sulle proposte federaliste che non possono “spappolare il nostro diritto alla cittadinanza”.
Due cittadinanze, allora, tornando a Bertagna.
E, in mezzo,
l’”offensiva liberista” .
A noi la scelta.


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Goffredo Chiaretti    - 27-01-2002
Complimenti a Emanuela Cerutti per aver recensito l'intervento di Cerini a Bergamo.
Andrebbe diffuso largamente, anche in altri siti. Io faro' la mia parte nella mia scuola.
Pieno sostegno alle idee espresse da Cerini, che riesce sempre ad essere preciso
e ad andare al cuore del problema.
Goffredo Chiaretti,
reduce dalla ricerca-azione ministeriale I.C.S. Mondaino,
attualmente Dirigente Scolastico (incaricato) presso il 5° Circolo di Rimini

 Gasperoni Riccardo    - 04-02-2002
mi meraviglio che non abbiate ancora capito....
Non c'è niente da fare, siamo in condiszioni di regime.
Come si fa a fare la riforma della scuola senza un ampio consenso di tutte le forze politiche ?
Fanno quello che vogliono quando e come vogliono.
Forse potremmo provare con un referendum, almeno fino ache ce ne lascieranno l'opportunità.