Alternanza a cosa?
Anna Pizzuti - 24-02-2004
Lo spettro di un secondo decreto si aggira nella scuola. Quello del decreto sull’alternanza scuola – lavoro, in attuazione dell’ articolo 4 della legge delega n.53/03.

L’esperienza ci ha insegnato che i documenti del MIUR vanno letti per tempo, ed in prospettiva, perché se ne comprenda la reale portata.

E non separatamente. Non ci dimentichiamo che ciascuno dei decreti che attueranno la legge, dalla legge e dal suo spirito discendono. Sta alla nostra capacità di analisi individuare il filo che li collega ed alla nostra capacità di riflessione comprendere che, se ciascuno riguarda un aspetto parziale, ciascuno contiene e dissemina e genera la frattura successiva.

Cominciamo quindi a chiederci perché – contrariamente a quanto la logica avrebbe voluto – invece di passare dalla “regolamentazione” della scuola primaria e secondaria di primo grado a quella del livello successivo, si produca questa bozza di decreto sull’alternanza, che, nella numerazione degli articoli della legge, è al quarto posto.

La prima risposta potrebbe essere: perché era nei cassetti già da qualche tempo. La stessa sequela introduttiva lo conferma , quando recita testualmente:
ACQUISITO il parere delle competenti Commissioni del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, rispettivamente in data …….. 2003;
VISTA la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del ………2003
.

Tirarlo fuori ora dovrebbe servire a dare il segnale di come il MIUR, nonostante l’infuriare delle polemiche e proteste sul primo decreto, vada avanti. Dritto alla meta.

La prima risposta, però, potrebbe non essere quella giusta.
Quella giusta proviamo a cercarla nel decreto stesso, ma anche in altri documenti ed atti legislativi, diciamo così, satelliti o complementari.

L’INIZIO E LA FINE

Art. 1 - Ambito di applicazione
1. Con il presente decreto è disciplinata l’alternanza scuola-lavoro come modalità di
realizzazione della formazione del secondo ciclo, sia nel sistema dei licei sia nel sistema
dell’istruzione e della formazione professionale
.

Così esordisce il decreto, manifestando l’intenzione di considerare l’alternanza una modalità di formazione, una strategia didattica comune ai due sistemi che scaturiranno dalla legge 53.

Saltiamo però subito alla fine

Art. 8 - Risorse
1. Gli interventi di cui al presente decreto sono realizzati a valere sugli stanziamenti del Fondo
di cui all’art. 4 della legge 18 dicembre 1997, n. 440…..
2. Alla realizzazione degli interventi di cui al comma 1 concorrono….le risorse destinate ai percorsi di formazione professionale,……trasferite a favore delle Regioni dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a valere sul capitolo 7022 del fondo di rotazione per la formazione professionale e per l’accesso al fondo sociale europeodi cui all’articolo 9, comma 5 della legge 19 luglio 1993, n. 236. ……


e confrontiamola con la parte relativa alle risorse contenuta nell’ accordo quadro Miur - regioni per la realizzazione dall’anno scolastico 2003/2004 di un’offerta formativa sperimentale di istruzione e formazione professionale:

Le risorse messe a disposizione dal MIUR per l’anno 2003 sono pari ad euro 11.345.263,00, a valere sul fondo di cui alla legge 440/97; le risorse messe a disposizione dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali per l’anno 2003, pari ad euro 204.709.570,00, a valere sul capitolo 7022 del Fondo di rotazione per la formazione professionale e per l’accesso al Fondo Sociale Europeo di cui all’articolo 9, comma 5 della legge 19 luglio 1993, n.236.

Il capitolo delle risorse non è mai asettico: è dalla loro tipologia, dalla loro fonte che si individua lo scopo di una iniziativa o di un provvedimento.
E’ quindi la perfetta corrispondenza dei due testi, soprattutto nella parte che riguarda il “fondo di rotazione per la formazione professionale” a far nascere il sospetto che questa alternanza non sia una metodologia, ma sia il secondo pezzo di un percorso perfettamente disegnato, il famoso terzo canale, che nasce ancora prima del secondo e che – è lecito sospettarlo – se lo divorerà.

MA ALLORA, PER CHI L’ALTERNANZA?

Sui destinatari dell’alternanza il dibattito si è aperto fin dall’inizio.

L’ articolo 4 della legge delega parla, genericamente di “studenti che abbiano compiuto il 15° anno di età”.

Nel maggio dell’anno scorso, in occasione del convegno nazionale MIUR – Confindustria sull’alternanza, “sono emerse nella sostanza due possibili opzioni, che in realtà non sono in sintonia fra loro: infatti, mentre si afferma, ad esempio nel documento messo a punto da Confindustria, che l’alternanza è una metodologia didattica allo scopo di orientare i giovani, si sostiene anche che vanno individuate le classi o la classe per l’alternanza. E’ evidente che le due opzioni sono sostanzialmente contrapposte, dal momento che, se è una metodologia didattica, va considerata come tale e quindi a disposizione di tutte le classi di qualunque indirizzo della scuola secondaria superiore”. (fonte CGILscuola)

Parlare di classi, in quella sede, sembrava limitante.

Cosa dire, allora del decreto, che all’ultimo comma del primo articolo, recita testualmente:

4. Le istituzioni scolastiche o formative nei limiti delle risorse loro assegnate di cui all’art. 8, definiscono i criteri per l’individuazione degli studenti destinatari dei percorsi di alternanza.

Siamo tornati agli studenti, che, sempre stando al decreto ed anche alla legge: “possono svolgere l’intera formazione dai 15 ai 18 anni, attraverso l’alternanza di studio e di lavoro”.
E abbiamo perso definitivamente per strada l’alternanza come pratica didattica.

E CON QUALI CRITERI?

Dicevo all’inizio che non di singoli decreti si tratta e si tratterà, ma di tessere di un puzzle il cui disegno è già dato.

Proviamo quindi a seguire quale potrebbe essere il percorso di un odierno Gianni, sceso dalle colline di Barbiana, nella scuola della Moratti.

Guardiamo dentro il portfolio con il quale si presenterà nel sistema dell’istruzione - magari a 15 anni. Può farlo, lo dice la legge.
Porterà con sè una qualifica professionale di secondo livello europeo, che prevede il minimo di addestramento necessario a svolgere semplici mansioni.
E gli standard minimi che avrà raggiunto, nell’area dei linguaggi, saranno, giustappunto, minimi.

Quali attività avrà frequentato nelle scuole primarie e secondarie di primo grado? Quelle che, stando all’ossessione dell’orientamento, saranno state predisposte per i più restii, i più difficili. Accuratamente registrate nel suo portfolio ( che comincia a sembrarmi una specie di casellario giudiziale).
Che, altrettanto accuratamente, registrerà la mancanza (anche a questo bisogna badare: a quello che non c’è) di certificati di prestigiosi istituti privati per lo studio dell’inglese, di corsi di scherma e di equitazione e di tutto il resto che possiamo immaginare.
In qualsiasi liceo il nostro Gianni decidesse di “rientrare” a 15 anni, sarà facilmente individuabile, schedato com’è, e quindi invitato, gentilmente, ad accomodarsi in alternanza. Appena entrato nel dorato sistema dell’istruzione, già fuori.
A dimostrazione che il terzo canale inizia già dalla scuola primaria. O da quella dell’infanzia: mi sembra di ricordare che anche in quest’ultima si parli di orientamento e portfolio, ma spero di sbagliare.

FUORI DOVE?

Non è che dal decreto si capisca molto bene. Il fuori indicherebbe anche il percorso dell’istruzione e formazione, quello di talmente pari dignità da essere previsto come partner (altro da sé quindi) o addirittura sede dei percorsi dell’alternanza.
Leggere, per credere, l’articolo 6 comma 2, ma soprattutto il surreale articolo 7 del decreto.
E qui in discorso potrebbe tornare all’inizio, o meglio, all’inizio ed alla fine. Perché, nei due articoli, ecco che rispunta la formazione professionale e così si capisce il perché di quella tipologia di risorse.

Certo, Gianni potrebbe provare a conseguire un diploma. Ma come? Se già aveva un portfolio così leggero e se, successivamente, avrà passato gran parte del suo tempo a lavorare?
Problemi minimi, per gli estensori del decreto, i quali, come è stato rilevato, non si preoccupano di indicare quanta parte di curriculum sarà occupato non solo dalle esperienze in aziende o in uffici, ma anche dalla preparazione teorica necessariamente ad esse propedeutica.

Necessariamente, perché, dall’unico documento finora prodotto sui licei, risulta che il percorso dell’istruzione non deve avere carattere professionalizzante.

Tanto che mi chiedo: ma se la prospettiva è questa, perché tutta questa enfasi sulla valenza formativa del lavoro? E' una contraddizione? O una strategia?

IN CONCLUSIONE

Chi insegna - come me - in un Istituto professionale sa che l’alternanza è di ordinamento da anni ed anni. Per tutte le classi e per tutti gli studenti. Occupa – a partire dal quarto anno - un giorno della settimana nella sua parte teorica e varie settimane per gli stage. Progetti di alternanza se ne fanno anche al terzo anno, nell’area di approfondimento.
Insieme ai percorsi integrati con la formazione professionale, che coprono il 15% del curriculum, come da regolamento. Esistono poi notevoli esperienze anche di applicazione del regolamento sull’obbligo formativo (art. 68 della legge 144).

Perchè allora preoccuparsi? E non apprezzare, invece, che un’esperienza positiva, se pur con tanti limiti, venga resa “modello” per tutte le scuole?

La risposta sta in una delle tante contraddizioni di fondo sulla quale tutta questa riforma – a mio avviso – è costruita. Che consiste nel malinteso senso della libertà che anima questi tempi (questi “mala tempora”, per dirla con Sartori).

Una libertà proclamata solo a parole, mentre, nei fatti, si trasforma nella canalizzazione, nella predestinazione. Un diritto-dovere che scarica sulla persona ciò che lo Stato le dovrebbe, per obbligo, se è uno stato democratico.
Se la lotta alla dispersione deve essere condotta non rendendo migliore la società, non riportando i ragazzi a scuola, in una scuola migliore e più giusta, ma avviando tutti alla formazione professionale, lo si dica chiaramente.



Per completezza di informazione, segnalo la sperimentazione dell’alternanza condotta nella Regione Veneto. Chi ha esperienza in questo campo, noterà, dalla ricchissima documentazione, che non c’è quasi nulla di nuovo rispetto alle esperienze che conosciamo già. L’ennesima “sperimentazione” dell’esistente.
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Anna Pizzuti    - 27-02-2004
Da Aristarco Ammazzacaffè una guida iluminante, georgica diremmo, per addentrarci nel sistema duale.

Scenari, sfide e disfide.

Su Bertagna, padre della riforma, proprio niente da dire, anzi. Personalmente lo preferisco addirittura ad Adornato, il presidente della Commissione Cultura della Camera. Per carità. Anche lui, una testa, non c'è che dire. Ma il professore è meglio. Certo, non è facile seguirlo sempre nelle sue architetture mentali. Ma quando si arriva a capirlo, che soddisfazione! E che piacere!

Ho avuto questa sensazione leggendo il saggio ultimo (o penultimo o terzultimo, chi può dirlo, con quello che scrive) in un libro su "Istruzione e Formazione" (Tecnodid, dicembre 2003).

L'argomento è di quelli problematici e complessi: le sperimentazioni di percorsi formativi regionali per i ragazzini quattordicenni usciti dalla media. L'anno scorso, prima dell'approvazione della L. 53, c'era , come si ricorderà, l'obbligo scolastico fino a 15 anni; quest'anno, la Ministra - che ci tiene tanto ai ragazzi con problemi - ha fatto togliere immediatamente l'obbligo scolastico appena innalzato e ci ha lasciato il vuoto (quando uno dice la preveggenza) che notoriamente permette maggiore libertà. Di cascarci dentro.

Il saggio si raccomanda per almeno due ragioni. La prima è che ci offre scenari - che voi vogliate o no - che la prendono in verità un po' da lontano, ma che gli fan fare la sua figura (si ripropongono percorsi, per così dire, a ritroso, a dimostrazione, mica per altro, che con la cultura, variamente declinata, il Nostro ci sa fare); la seconda è che articola le varie sfide e conclude con una uscita che è insieme una rivelazione e una indicazione liberatoria.

Noi ci si chiedeva infatti: ma questo sistema di istruzione e formazione professionale come sarà, dove sarà, chi ci sarà, dove ci porterà? E il Bertagna qui, subito, a rassicurarci con risposte che noi neanche ci immaginavamo: sarà come i Centri di Formazione Professionale salesiani o piamartini (sui secondi, non fate domande e fidatevi).Semplicemente luminoso.
Ma procediamo con ordine.

In senso georgico

Per il capitolo: "scenari di contesto" (che a pensarci, sono meglio degli scenari semplici - vuoi mettere -), il nostro ci ripropone, nella prima articolazione sul capitale umano, nientemeno che la teoria del declino economico del nostro paese. E ne riporta le cause, tutte e senza risparmiarsi: quelle "storiche, sociologiche, ideologiche antropologiche economiche politiche e psicologiche", lasciando solo fuori, ed è un peccato, le paleontologiche (e questo non me lo aspettavo) e le psichedeliche, che sarebbero riuscite comode per via della luce. E poi, dopo le cause, chi le ha pensate. E anche qui non lascia fuori nessuno di quelli che contano; e, quasi preso da furore classificatorio, li nomina tutti: filosofi, economisti, scienziati, santi e navigatori, perché il personaggio è colto. E perché non ci siano dubbi li cita per nome e cognome: da Aristotele a Tommaso d'Aquino, da S Bernardino ad Adam Smith, da Simon Veil ad Amartya Sen; e poi gli illuministi napoletani, toscani e lombardi: e giù 30 nomi - da Antonio Genovesi a Carlo Cattaneo - che sembra la lista dei giocatori della nazionale di calcio, comprensiva di riserve, fisioterapisti e "mister", come si chiama adesso il coach anche qui da noi. Quando uno dice: il dono della sintesi e della sobrietà.

La tesi è che, in ogni caso, non ci può essere sviluppo economico se le persone non sono "colte". E aggiunge (e qui ci spiazza e sorprende): "in senso georgico". Ed è fatta. Noi più umanamente avremmo detto, che so, "in senso etimologico" o cose del genere. Lui punta alto e spara. Boom! "Georgico". Da non crederci.

"L'integralità ologrammatica"

E, dopo tanto parlare di personalizzazione e Piani personalizzati - del cui costrutto in questa riforma dubita solo chi è in buona fede (gli altri fan di meglio, ma qui non si può dire) - poteva poi mancare lo scenario dell'unità e integralità della persona?
Qui il nostro punta in alto, perché ha in mente non solo la persona come "unità con sé", ma anche come "unità con gli altri" e addirittura "col mondo". Che è come dire che uno, dopo aver faticato a trovare la quadra con sé medesimo - che è già una cosa enorme -, si debba far carico di sentirsi unito anche con altri senza fini di lucro.
La qual cosa mi sembra sinceramente, messa così, una roba da comunisti o da ex comunisti alla Bondi Fido o alla Nando Adornato e compatrioti (che però coltivano solo il target del Cavaliere). L'unità poi pensata addirittura col mondo intero, ho la sensazione che sia una sfida - se ne convenga - un tantino azzardata. Anche perché, a volerla dire tutta, col nostro discorso c'entra solo se uno ci tiene. Ma anche un altro scenario gli sta a cuore: il professore vuole riavvalorare il manuale e il professionale.

Il pregiudizio

C'è pregiudizio in proposito, sostiene Bertagna, in primo luogo da parte da parte dei nostri accademici che si interessano di queste cose; e, se questo non salta (parliamo del pregiudizio), può succedere di tutto; anche non arrivare a parlare della centralità della persona e a non esaltare - di ogni intervento - la sua integralità. La quale - se vi può interessare - è, e non può non essere che "ologrammatica" (dice lui e noi ci crediamo). Detto tra noi: a voi sarebbe mai venuto in mente, in un saggio per gente umana, un passaggio così intenso? E allora, come si fa a non convenirne? E a non amarlo (il Bertagna intendo) proprio per questo? Pensate alla Moratti e capirete.

Io però finora, se posso interporre un mio ragionamento, l'avevo sempre invece pensata così: e cioè che il "pregiudizio" verso il manuale e il professionale appartenesse a chi se lo poteva - e può - permettere. E che una qualche ragion d'essere a tale "pregiudizio" si potrebbe anche riconoscere, se manuale e professionale valgono essenzialmente per l'avviamento al lavoro di ragazzini di 13 anni e mezzo. Ma per carità, questi miei sono pensieri in libertà che non contano. L'integralità ologrammatica è molto meglio e soprattutto ci aiuta.

Il sistema bipartito

L'ultimo scenario riguarda il sistema. Per sorprenderci, lo definisce originalmente "bipartito"; e cioè "Istruzione" e "Istruzione e formazione", che lui
prospetta "ugualmente educativi e di pari dignità". E, infatti, la legge 53 afferma tutt'altro: sulla durata dei percorsi, sull'apertura verso l'alto, sugli sbocchi e forse anche - ma nella legge non si capisce - sulla gestione, organizzazione e programmazione.

Ma il nostro, che ovviamente ne è consapevole, la mette sul problematico-retorico e ci incalza con domande a cui uno si sente anche intimorito a cercare risposte: "
Può esistere oggi - ci interroga - una FP che non si debba presentare anche come istruzione e quindi essere Istruzione e Formazione Professionale? Si può parlare di istruzione tecnica magari da nobilitare nei suoi percorsi aristocratici facendola transitare tra gli indirizzi del Liceo tecnologico? Sarebbe questa l'innovazione?"

Lui chiede. E lo chiede a noi (questa non l'ho capita)! Ma perché non lo chiede direttamente a Bertagna che fa prima, visto che c'ha dimestichezza e che passa per l'ispiratore della riforma? Ma tant'è. E prosegue imperterrito: "Si può immaginare una Istruzione Tecnica che non sia anche Formazione Professionale e viceversa? Perché nel Sistema di Istruzione e Formazione Professionale si devono mantenere semplicemente gli Istituti Tecnici e gli Istituti Professionali e i Centri FP che esistono? Perché non si riesce a pensare altro?".
E infatti io mi chiedo, sulla scia: ma perché non pensiamo veramente ad altro e mandiamo in soffitta questo "bipartito"? Pensiamoci. Potremmo avere meno incubi la notte. Che non è un risultato da poco.

Tra architetture, arredamenti e schemi domandisti


La seconda parte, come si diceva, è dedicata alle sfide. Che a me richiamano sempre, per associazione liberatoria (ricordate la disfida?) Barletta ed Ettore Fieramosca . Soprattutto quando leggo, a proposito di quelle "operative e progettuali", che la sperimentazione dei percorsi previsti dalle intese regionali potrà risultare utile per disegnare "non solo l'architettura, ma anche l'arredamento del nuovo Sistema di Istruzione e Formazione Professionale " (sembra che "Casa Viva", informata della cosa, abbia subito telefonato al professore per saperne di più e prenotarsi). O quando, a proposito della sfida istituzionale, e in particolare sulla competenza esclusiva delle Regioni, ci esorta, senza colpo ferire, ad "abbandonare il vecchio schema centralistico, adattivo, domandista e prestazionistico di gestione dei sistemi di Istruzione e Formazione Professionale dominante".
Proprio così. Testuale.

E io mi chiedo a questo punto: ma chi non lo vuole abbandonare questo schema, tra le altre cose, così domandista e prestazionistico? Chi ci ha interesse? Chi ci ha titolo? Chi si permette? E allora, dico a questo punto, fuori i nomi. E siamo alla fine. Sul resto, tanti miei amici e colleghi (e anch'io tra questi, ché sono in un momento di unità con me stesso) sono d'accordo. . Ritornando da dove siamo partiti.

Differenze tra i due certo. L'Adornato le pensa e le dice bene cercando di crederci, mentre il Bertagna cercando di strabiliarci con le sue elencazioni da climax ad elettrrofonogramma piatto o tendente al diapason. Bondi Fido è invece fuori concorso. Non tanto perché c'entra poco con la scuola, quanto piuttosto perché la sua collocazione antropologica evocata dall'ovale sbiadito della faccia crea problemi in ordine al comune senso del pudore.
Mai chiamata del Cavaliere fu più congeniale.
E poi uno non dice: ma mi faccia il piacere, mi faccia.