breve di cronaca
Scuola e Costituzione
Europa - 23-02-2004

La confusione regna sovrana tra la devoluzione di Bossi e il centralismo del governo.

GiOVANNI MANZINI

In questi giorni sono accaduti due fatti destinati ad avere effetti assai importanti sul sistema scolastico e formativo italiano: la sentenza della Corte costituzionale sul ricorso della Regione Emilia Romagna relativo alla legittimità costituzionale dell’articolo 22 della legge 448/2001 e la discussione in senato sul disegno di legge di revisione del titolo V della Costituzione.

In ambedue i casi viene modificata l’attuale normativa che regola i rapporti fra lo stato centrale, le regioni e le autonomie locali in materia scolastica e formativa. Il disegno di legge di riforma presentato dal governo, se approvato, non solo conferma la competenza delle Regioni in materia di istruzione e formazione professionale ma vi trasferisce anche “la gestione” delle scuole. Da tempo è in atto un di battito su che cosa si debba intendere per gestione della scuola.

Fino ad oggi infatti, sulla base delle modifiche costituzionali approvate nella passata legislatura, si è ritenuto che tale trasferimento alle regioni fosse riferibile solo alla rete strutturale, cioè al dimensionamento e alla organizzazione delle strutture scolastiche sul territorio riservando, quindi, allo stato centrale, oltre agli ordinamenti, agli indirizzi generali e alla valutazione, anche la determinazione dei principi generali in materia di organizzazione, compresi il personale e le risorse economiche. Il testo in discussione al senato su questa materia appare confuso e contraddittorio, specialmente là dove non chiarisce in che modo sia salvaguardato il principio di servizio pubblico essenziale previsto dalla stessa Costituzione, né come siano garantiti il sistema nazionale d’istruzione e l’autonomia delle regioni e delle singole scuole.

Con un intervento radicalmente innovativo, la Corte costituzionale, con la sentenza sopra citata, risolve decisamente la questione là dove stabilisce, dando ragione al ricorso dell’Emilia Romagna, che all’interno del concetto di “gestione” si deve intendere anche la gestione del personale. Si stabilisce cioè che la competenza esclusiva della regione può già oggi essere estesa anche al personale, previa una legge regionale in materia. In pratica, già con la Costituzione attuale, la gestione di tutto il personale della scuola e della istruzione e formazione professionale è totalmente di competenza esclusiva della regione e non più del ministero dell’istruzione.

Stando così le cose diventa urgente e necessario affrontare il tema di come gestire il sistema nazionale in presenza di un personale regionalizzato e del rapporto tra l’autonomia regionale e l’autonomia dei singoli istituti scolastici.

In sostanza questa sentenza, al di là delle fantasie devoluzionistiche della Lega, stabilisce che la scuola e la formazione professionale formano un sistema plurale e cooperativo e non antagonista. E’ infatti convinzione largamente condivisa che si debba assolutamente evitare la “balcanizzazione” della scuola, un sistema cioè in cui ogni regione fa la sua scuola. Questo è un rischio collegato fondamentalmente a tre fattori: il curricolo, gli insegnanti, il sistema di valutazione.

Sul piano curricolare gli strumenti di salvaguardia sono legati alla indispensabile determinazione in sede nazionale dei livelli essenziali di apprendimento e al rigoroso rispetto della competenza degli istituti autonomi in materia di piano dell’offerta formativa. Va da sé che la garanzia dell’autonomia curricolare degli istituti comporta un qualificato sistema nazionale di valutazione in grado di supportare le scuole perché tutti gli alunni possano raggiungere i livelli essenziali di apprendimento. A questo fine non basta certo l’attuale istituto nazionale di valutazione (Invalsi) né tanto meno l’attuale corpo ispettivo. Ma forse il fattore che determinerà maggiori preoccupazioni e più forti contrasti sarà quello di un possibile passaggio de gli operatori scolastici dallo stato alle regioni.

Prova ne sia che, nel corso dell’approvazione della legge Moratti, allorché si affacciò l’ipotesi che gli istituti professionali di stato potessero passare alle regioni (ipotesi mai smentita dallo stesso ministero) si è avuta una fuga dei docenti di questo segmento di scuola verso i licei e gli istituti tecnici, nella convinzione che questi sarebbero rimasti in gestione allo stato centrale. Viene da chiedersi da che cosa discenda questo timore dei docenti di fronte all’ipotesi di regionalizzazione. Evidentemente, al di là del mito del “posto statale” assai diffuso nel nostro paese, c’è sicuramente il timore di essere meno garantiti dal livello regionale.

Per dissipare questi timori è indispensabile definire per legge che il personale scolastico, quale che sia il livello gestionale, conserva alcune caratteristiche e alcuni diritti ben precisi: un unico stato giuridico su tutto il territorio nazionale, gli stessi criteri di reclutamento e il diritto di mobilità sull’intero territorio nazionale.

Tutto questo comporta inevitabilmente il trasferimento delle risorse economiche dallo stato alle regioni in base a parametri ponderati, sulla falsa riga di quanto accade nel settore della sanità.

Ora appare incredibile che di fronte a una rivoluzione di queste dimensioni il governo abbia fra i suoi obiettivi prioritari da un lato la devoluzione bossiana e dall’altro intervenga sul piano legislativo con la legge Moratti e con le finanziarie di Tremonti che sono quanto di più centralistico si possa proporre.

E’ facile prevedere già dai prossimi mesi un aumento esponenziale dèl contenzioso tra stato centrale ed enti autonomi (regioni, province, comuni e scuole autonome). E non per la solita protervia della opposizione di stampo cattocornunista, come ci ricordano sempre il presidente del consiglio e il suo ventriloquo Bondi, ma più semplicemente per inadeguatezza e incapacità di governare di questa maggioranza.

Diventa urgente affrontare il tema di come gestire il sistema nazionale in presenza di un personale regionalizzato e del rapporto tra l’autonomia regionale e quella dei singoli istituti.



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