Occasioni perdute e ritorno al passato
Vittorio Zedda - 21-02-2004
Di fronte all’idea morattiana (o bertagnesca) dell’ insegnante tutor, nuova figura di supposta e prevista specifica preparazione e competenza, preposto ad un gruppo docente per i compiti che le norme hanno ormai delineato, possiamo, come professionisti della scuola, ammettere che il tentativo, contenuto nell’idea, ha una sua ragion d’essere. Non è nuova l’intenzione di prefigurare differenziazioni operative o livelli di professionalità specifiche più elevate per insegnanti all’uopo preparati,valutati e selezionati, per poter rispondere a varie esigenze :

1 - Sopperire alla staticità della professione e della carriera docente.
2 - Incentivare la crescita professionale del personale più motivato, anche per recuperare effetti meritocratici e premianti , cancellati da tempo e sostituiti dal massimo appiattimento possibile, deleterio oltre ogni immaginazione.
3 - Intervenire nei percorsi e nei processi didattici, tramite nuove professionalità docenti atte a costituire volani di efficacia, efficienza e qualità del servizio, in un contesto organizzativo aggiornato e integrato da valutazioni e verifiche.

Se ne è parlato. Non se n’è fatto niente. Peccato, o per fortuna? Un recente ex-ministro ne ha fatto le spese . Valutazione, merito, accertamento dei livelli professionali, persino in un contesto di pubblico servizio, cui dovrebbero accedere (e permanere) solo persone con i migliori requisiti possibili (periodicamente verificabili), non sono valori e concetti facili da far “mandare giù” al personale scolastico. “ Inappetenza” di comodo? O piuttosto “pietanza” mal cucinata? Nell’uno o nell’altro caso, i nostri riformatori troppo spesso sembrano (spero non vogliano) dimenticare che una riforma (fosse pur buona) non attecchisce se non si predispone il terreno di coltura . Peggio, poi, se del terreno si è fatto un deserto. Per decenni gli operatori scolastici, dirigenti esclusi, non sono stati valutati in servizio. Moltissimi, nemmeno prima di ricevere la nomina in ruolo, tramite serie prove di accertamento dell’ idoneità ad occupare una cattedra...
E ciò come risultato di politiche governative e sindacali note. Fra l’altro in un contesto di assunzioni in ruolo non omogenee nei criteri di selezione, rischiava di essere improponibile una valutazione pari, tra dispari.
Il risultato è comunque questo: il docente generalmente svolge un’attività non soggetta a valutazioni oggettive ed esterne, che prevalgano in qualche modo su quelle autoreferenziali e personali, e nell’attività didattica è svincolato da gerarchizzazioni o primazie formali di’ogni genere, risultando peraltro rari ed eccezionali pure gli interventi in tale campo da parte dello stesso dirigente. In una situazione del genere, ormai sedimentata da trent’anni, è del tutto ovvio che un docente sia quanto meno guardingo, prima di accogliere con convinzione qualsiasi cambiamento atto ad influire sugli ampi spazi di insindacabilità di fatto del suo lavoro. Se poi l’idea si concretizza nei modi e nelle forme del tutor prossimo venturo, altri dubbi sono leciti, oltre a quelli relativi ad un “terreno non preparato”, che pure, da solo, dovrebbe bastare a rinviare il disegno ad una fase successiva. I fantasmi del tutor, in apparizione, e del tempo pieno, in via di sparizione, hanno innescato una miscela esplosiva di rivendicazioni , in cui il polverone è pure evidente. Ma l’imperizia dei Riformatori è difficilmente giustificabile. La legge 148/ 90 rischia, a questo punto, di essere archiviata fra i ricordi delle buone occasioni perdute. L’ introduzione del team docente paritario di almeno tre docenti, con relativi “ambiti” d’insegnamento, utilizzati su almeno due classi, ha costituito un grande stimolo all’innovazione dei modi e degli stili didattico-operativi e organizzativi della scuola elementare e ha dato avvio ad una fase di crescita professionale di costatata rilevante efficacia..La legge 148, vincolando il gruppo docente ad una corresponsabilità progettuale, operativa, valutativa e autovalutativa, ha innescato un processo di confronto professionale continuo, di autoregolazione interna del gruppo, di superamento e correzione di tanti piccoli o grandi arbitrii soggettivi (che nulla hanno a che fare con la libertà d’insegnamento), di più medidate ed eque modalità di giudizio sul profitto e il comportamento degli alunni, di migliori risposte ai bisogni individuali, di composizione mediata dei conflitti anche fra scuola e utenti. Ogni insegnante, superando seppur faticosamente una consolidata abitudine all’insindacabilità reciproca del lavoro didattico, è stato indotto dalla dinamica del “team” a “mettersi in discussione” nell’ambito della micro collegialità del gruppo di appartenenza , autoinducendo un cambio di mentalità ed una accelerazione della propria crescita professionale, ben superiore a quella tentata con i corsi d’aggiornamento. Va detto che le valutazioni positive di cui sopra non si limitano all’esperienza sui “moduli a 27 o 30 ore”, ma riguardano anche le classi a tempo pieno, di 40 ore settimanali, con organizzazione “modularizzata” almeno su due classi, nelle quali i risultati sono stati di straordinario interesse , beninteso in quelle scuole dove la riconversione “modulare” del tempo pieno è stata condotta con gradualità progettuale e costante supporto tecnico organizzativo ai docenti. Di fatto il tempo pieno originario, per intendersi quello di Silvano Federici e della scuola di Rho, si fondava su una pluralità docente ( superiore ai due docenti del tempo pieno sedimentato da una consuetudine poco produttiva di una ulteriore crescita) e sull’intervento docente su più classi. Di fatto, emanata la 148, molte autorevoli fonti affermarono che l’organizzazione modulare valeva anche per il tempo pieno. Gli stessi sindacati produssero documenti ( gli scritti restano) a supporto di tale interpretazione. Le riviste didattiche confermarono, con articoli sul tema. Non mancò qualche provveditore, che, con la consulenza degli ispettori, emanò circolari a supporto della citata interpretazione. Ma condurre i docenti a modificare abitudini consolidate nella gestione del tempo pieno a due insegnanti su una classe, si rivelò, per i dirigenti scolastici ,impresa ardua e molti vi rinunciarono del tutto o in parte. Altri non credettero all’opportunità e all’utilità di un tale cambiamento, e manifestarono i loro convincimenti in varie sedi. L’abitudine acquisita all’insindacabilità dell’attività didattica e alla gestione del tempo pieno con “due insegnanti in alternanza di orario”, fece il resto.Ne nacque un movimento di opposizione che prese addirittura la forma della “difesa ad oltranza del tempo pieno” contro “l’attacco” proveniente dalla modularizzazione. No comment. La pressione della “base” sul sindacato indusse lo stesso a rivedere le posizioni. Un provveditore ritirò la circolare appena emanata. Si perse la buona occasione di rinnovare il tempo pieno, liberandolo da sclerosi e abitudini, su cui si sono poi appuntate molte critiche. Si perse altresi’ l’occasione di lasciar crescere l’esperienza del coordinamento del “team” che si andava spontaneamente sperimentando come esigenza sentita ”dal basso”, promossa informalmente dagli stessi docenti in forme condivise, puntate su esigenze di stretta utilità. Cosa diversa dal tutor morattiano ,rifiutato per come viene proposto (o imposto) “dall’alto”in assenza di condizioni di contesto predisposte. In ogni caso la 148 poteva, anche in forme diverse da quelle citate, essere utilizzata come volano di crescita e di ammodernamento del tempo pieno. Né si può pensare che una tale forma organizzativa , possa sopravvive 20 o 30 anni senza aggiornamenti e riadeguamenti opportuni, se si vuole anche diversi e altri dalla citata “modularizzazione”. Di fatto, negli ultimi anni, andava palesandosi un’immagine indebolita del tempo pieno, e qualcuno pensò che era giunto il momento di farne a meno.. La proposta morattiana del tempo scuola di 27+3+10 ore, fa matematicamente 40 ore, ma non fa didatticamente un tempo pieno. E mette insegnanti e genitori nelle condizioni di rivendicare, giustamente, la superiorità didattica del tempo pieno sulla proposta morattiana, che si colloca in una logica addirittura antecedente alla nascita del tempo pieno stesso. Meglio un tempo pieno datato, che un ritorno al vecchio doposcuola. Sembra di essere ritornati ai primi anni 80, quando si lottava per diffondere il tempo pieno, per superare una scuola divisa tra mattina e pomeriggio, foriera di ulteriori divisioni e ingiustizie. Come pare stia per succedere. Bel risultato, per dei Riformatori.


L'autore ci segnala che il suo intervento è pubblicato su Scuolaoggi (ndr)

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