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Scuola tra qualità e precarietà
Cip nazionale - 19-02-2004
Nota a cura di Elisa Di Guida - Addetto stampa C.I.P.


Scuola tra qualità e precarietà, questo il tema del convegno che si è tenuto, a Roma, lunedì 16 febbraio 2004, alle 15:30, nella sala Walter Tobagi della Federazione Nazionale Stampa Italiana. Il dibattito – introdotto da una relazione di Gianfranco Pignatelli, presidente dei Cip e moderato da Franco Siddi, presidente della Fnsi – ha dibattuto della riforma Moratti, i disegni di legge sul precariato e le disposizioni che, ancora una volta, cambieranno il modo di far scuola e reclutare il personale docente, tra ambizioni di qualità e creazione di ulteriore precarietà.

Hanno partecipato al dibattito, tra gli altri, l’onorevole Alba Sasso, dei Ds; il senatore Piergiorgio Bergonzi, dei comunisti italiani; l’onorevole Enzo Carra della Margherita; Raffaele D’Aniello, di Italia dei valori; Walter Mancini di Rifondazione comunista; Luisella de Filippi, della Cgil; Robertino Capponcelli, della Direzione Nazionale della Gilda; Fernando d’Aiello, dell’Unione degli studenti; Marcella La Monica, presidente dell’Anief e Enzo Arte, del coordinamento nazionale insegnanti specializzati e specializzandi. Alla presenza dei quadri dirigenti dei CIP di tutte le province italiane, gli intervenuti si sono confrontati sulle proposte normative della scuola che verrà, per il futuro dei giovani e le prospettive occupazionali dei loro insegnanti.
Divenuto per la scuola italiana oramai strutturale, il precariato conta 195.000 insegnanti, titolati e pluriabilitati. Il loro ingresso definitivo nel mondo della scuola è subordinato al continuo e contraddittorio succedersi di revisioni normative che hanno, più e più volte (7 in 4 anni), provocato ribaltoni, scavalcamenti e sovvertimenti delle posizioni in graduatoria. Gli oltre 100 docenti precari, intervenuti hanno chiesto norme eque, chiare e durevoli, comunque valide sia al mutare dei futuri sistemi di formazione e valutazione del personale docente sia al variare del quadro politico.

Franco Siddi ha introdotto l’argomento oggetto del convegno sottolineando che la manifestazione costituiva la prima grande convenzione nazionale sul precariato, divenuto ormai un problema strutturale per il Paese. Nella sua relazione introduttiva, Gianfranco Pignatelli ha evidenziato che il DdL n.2529 proposto dal MIUR, invece di ripristinare il principio di salvaguardia dei diritti acquisiti, si è limitato ad una mera compensazione aritmetica dei punti, svincolata dalla valutazione oggettiva di meriti e diritti reali. Il taglio dei punteggi conseguiti all’esame finale del percorso abilitante mortifica i meriti riconosciuti e scredita l’istituto che li ha attribuiti.

”I CIP – sostiene il suo presidente - propongono di riconoscere e valorizzare l’esperienza maturata sul campo, con il servizio, dai precari storici, attribuendo loro un punteggio aggiuntivo per ogni anno di servizio prestato nella scuola pubblica. Ma, più di tutto, chiedono che la scuola statale sia valorizzata e non le siano sottratte risorse finanziarie ed umane. Su queste proposte intendiamo approfondire il confronto costruttivo con le organizzazioni politiche e sindacali e, soprattutto, con le altre associazioni dei precari, la cui presenza qui dimostra che non siamo “poveri in perenne lotta contro altri poveri” ma sappiamo essere propositivi, aperti al confronto ed alla mediazione, tanto per la difesa dei nostri diritti quanto per la tutela della qualità della scuola”.

La riforma è contestata dai CIP nel metodo e nel merito. Nel metodo: per l’assenza di attendibilità scientifica della formulazione, per l’iter scelto dal governo, per l’inutile urgenza e per l’assenza di risorse per l’attuazione. Nel merito: per la revoca del tempo pieno e l’adozione del maestro prevalente in quanto pregiudicano il pluralismo, la collegialità e la stabilità occupazionale del personale docente. Inoltre sottolineano l’assenza di chiarezza del testo legislativo circa: i criteri per “l’anticipo flessibile”, le competenze dei tutor, le attività laboratoriali, il sostegno agli allievi diversamente abili, il portfolio, la definizione dei tempi e delle modalità di scelta spettanti alle famiglie.

“Riteniamo che l’abrogazione del tempo pieno sia un ulteriore passo verso la scuola vuota, quella statale, s’intende. Smantellare il tempo pieno e prolungato – secondo Pignatelli - significa smantellare la scuola delle idee e della sperimentazione, quella dell’equità sociale e della solidarietà. Il tempo pieno è il tempo della libertà, della versatilità e della qualità; modella le otto ore sui ritmi dati dall’attenzione e dall’interesse dell’alunno, alterna attività impegnative e ricreative, avendo cura di porgere al bambino, in modo sostenibile ed equilibrato, gli apprendimenti dovuti”.

Quello che preoccupa i CIP sono i contraccolpi sociali della riforma:

sui bambini, ai quali si decurta il tempo scuola della socializzazione e dell’apprendimento per parcheggiarli dinnanzi al teleschermo ad assorbire amenità e volgarità, nessun idea, oppure una sola;

sulle donne, retrocesse al frustrante ruolo di vigilatrici domestiche o frenetiche accompagnatrici pomeridiane, dopo la “rimozione forzata” dal mondo del lavoro e delle professioni o della persona;

sulla famiglia, sottoposta a oneri e compromessi per surrogare opportunità e diritti revocati.

Secondo i CIP è positiva, ma non è nuova, l’alfabetizzazione informatica, così come non è né nuova né più cospicua l’introduzione dell’inglese nella scuola primaria.

“I Piani di Studio Personalizzati – afferma Pignatelli - consentiranno a chi sa ed ha di più di richiedere ancora dell’altro e chi è povero culturalmente ed economicamente di accontentarsi del meno e del peggio. E non solo. Distruggerà la classe come riferimento affettivo, psicologico e relazionale stabile, creando disparità tra alunni ed aree geografiche detentrici di disponibilità disomogenee”.

”Temiamo che il bambino diventi strumento di un “burattinaio”, che la riforma indica come tutor, o maestro prevalente sui ragazzi - visto che è lui a stabilire “chi” deve fare “cosa” e “quando” – e sui colleghi subalterni. Nell’era della televisione – continua Pignatelli - si affida al docente prevalente il telecomando delle attività didattiche e dei destini dei giovani. Il tutor, infatti, “schederà” nel portfolio ogni persona, ne farà l’identikit e registrerà gli sviluppi formativi, contribuirà ad “etichettare”, alcuni, con il bollino blu del futuro successo ed a “marchiare” per sempre i figli dell’Italia minore”. I CIP temono che le attività “opzionali” saranno subordinate alle richieste della ultim’ora e dell’ultima moda provenienti dai genitori e verranno tamponate col dilettantismo didattico del primo insegnante sottoccupato o in esubero, oppure avvalendosi della prima e più spregiudicata agenzia esterna o di quel plotone di co.co.co. che rappresenterà la futura classe docente”.

”Siamo noi a pagare la riforma e non è affatto a costo zero – conclude Gianfranco Pignatelli - costa migliaia di posti di lavoro, revoca il diritto all’istruzione pluralista e di qualità alle future generazioni e condanna al passato la scuola del futuro”.

Alba Sasso si è soffermata sulla necessità di creare una piattaforma unitaria, una rete. I docenti precari, al di là delle sigle, devono proporsi come voce forte e unitaria per opporsi all’applicazione della riforma Moratti. Della ritrovata unità sono testimonianza tangibile le tante manifestazioni che vedono scendere in strada docenti, genitori e studenti, accomunati dal rifiuto della Riforma. Non di riforma, ma di controriforma, ha parlato Luisella de Filippi, per sottolineare quanto, quella della Moratti, sia una riforma che non ha cercato alcun confronto e si sia posta come una sorta di colpo di spugna, un punto e a capo rispetto alle esperienze legislative precedenti in materia di scuola. Nel caso di un auspicato cambio di maggioranza, la Cgil chiederà la cancellazione della riforma. Piergiorgio Bergonzi ha sottolineato che la riforma, di positivo, ha solo una cosa: ha messo d’accordo tutti i precari, li ha uniti nell’opposizione al governo. Robertino Capponcelli sottolinea come la qualità e la precarietà siano due categorie inconciliabili: non si può parlare di qualità nella scuola se si mantiene ed si incrementa lo stato di precarietà dei docenti; deve essere valorizzata l’ esperienza professionale così come quella concorsuale. Anche Enzo Carra ha sottolineato come la scuola sia la protagonista della battaglia contro la maggioranza di governo. Appare necessario, allora, creare le fondamenta per un nuovo progetto di educazione, attribuendo nuovi significati alla politica della scuola. Fernando D’Aiello ha portato in sala la sua testimonianza di studente che vede in bilico e continuamente a rischio la possibilità di poter esprimere le proprie opinioni in una scuola che non è più luogo di confronto. In discussione anche lo stesso diritto allo studio, visto l’aumento di abbandoni scolastici e il totale disinteresse da parte del governo nel sostenere - come dovrebbe essere nei Paesi civili - chi vorrebbe studiare ma non può. I rappresentanti delle Ssis hanno manifestato l’intenzione di superare le divisioni e gli inutili antagonismi rispetto ai precari storici per prospettarsi come forza compatta e opporsi insieme all’applicazione della riforma.

Il convegno è stato chiuso da Antonina Caradonna, che ha tenuto una relazione di tipo tecnico ripercorrendo l’iter normativo e legislativo che ha condotto all’istituzione delle Graduatorie permanenti, alla divisione in fasce dei docenti, alla nascita delle Ssis, le scuole di specializzazione all’insegnamento. Tutto ciò ha creato ulteriore precarietà causando anche inspiegabili scavalcamenti di posizioni tra i nuovi iscritti e chi, da più lungo tempo, svolgeva attività di insegnamento e vantava una più antica iscrizione in graduatoria.




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