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Povertà in Europa: il record è all'Est
Vita no profit - 19-02-2004

Presentati a Bruxelles i dati del rapporto Caritas sui paesi del Vecchio Continente. Un dato su tutti: il reddito mensile in Russia è un sedicesimo di quello dell'Austria

Il 15% degli abitanti dell'Unione europea è povero, secondo gli ultimi dati del dicembre 2003. 55 milioni di persone degli attuali Stati Ue, quindi – incluso un bambino su cinque – sono a rischio povertà. La percentuale varia dal 10 della Svezia al 21 dell'Irlanda. Ma il solco che separa l'Europa occidentale da quella dell'Est è e resta molto profondo. E' quanto documenta il dossier povertà curato dalla Caritas Europa, presentato lunedì a Bruxelles.

Prendendo a campione tre Stati membri dell'Ue e tre paesi dell'Europa orientale la Caritas ha identificato forti differenze. In Russia, Georgia e Lituania, per esempio, il reddito medio mensile è, rispettivamente, di 88, 102 e 103 euro. Nel Regno Unito, è di 1.096 euro, in Austria 1.420 e in Spagna 650. In soldoni, un russo mediamente guadagna un sedicesimo di quanto porta a casa un austriaco. Una simile, anche se meno netta, disparità si riscontra nel paniere dei consumi familiari. Le cifre mensili in euro sono le seguenti: Russia 16, Georgia 31, Lituania 27 da una parte; Regno Unito 47, Austria 49 e Spagna 35 dall'altra.

L'alloggio fa la parte del leone nelle spese e questo è un problema particolarmente sentito da chi è in affitto. In Russia, ad esempio, senza sovvenzioni, i costi medi d'affitto, pari a circa 92 euro al mese, superano le entrate nette. La spesa per l'affitto quindi occupa il 50% delle entrate di una famiglia in Russia, Regno Unito, Austria e Spagna. In Georgia e Lituania, dove le persone in genere sono proprietari delle case in cui vivono, i costi per l'alloggio rappresentano una percentuale più bassa rispetto alle entrate – rispettivamente il 23 e il 29%.

La seconda maggior spesa è per la cura dei figli, con costi che variano in maniera notevole. In Russia, le spese mensili per i figli rappresentano il 23% delle entrate nette, in Georgia il 9%, in Lituania il 28%, in Austria il 16% e in il Spagna 15%. Nel Regno Unito, addirittura, si arriva ad una spesa incredibile di 697 euro – pari al 63,5% delle entrate al netto. Tuttavia il governo viene incontro alle famiglie garantendo assistenza gratuita per tutti i bambini dai 4 anni in su.
Poiché lo standard di vita è molto più alto nei paesi dell'Europa occidentale che in quelli dell'Europa orientale, la percentuale di entrate destinate alle spese familiari risulta notevolmente più bassa: 4% nel Regno Unito, 3,5% in Austria e 5% in Spagna, rispetto al 18% della Russia, al 30% della Georgia, al 22% della Lituania.

Se si guarda al numero dei poveri che sono usciti dalla linea del'indigenza attraverso i sistemi di welfare, constatiamo che la Repubblica Ceca nel 1990 è riuscita a far arrivare ben il 90,7% dei vecchi poveri oltre quella linea, mentre il Regno Unito ha avuto un tasso di successo pari solo al 34,4%. Nella metà degli anni '90, di nuovo la Repubblica Ceca è riuscita – superando tutti gli altri Paesi presi in considerazione dalla ricerca - a far oltrepassare la soglia della povertà al 76,8% dei poveri, mentre nel Regno Unito hanno superato questa linea il 41,3% dei poveri. La Repubblica Ceca, perciò, ha raggiunto i più alti tassi di relativa efficacia nei due momenti del periodo preso in considerazione. Anche Polonia e Ungheria, gli altri due paesi di transizione, hanno avuto un tasso di successo abbastanza buono.

I trasferimenti sociali basati su sistemi di accertamento dei redditi in Polonia, Italia, Belgio, Francia e Spagna (e Ungheria nella metà degli anni ‘90) hanno raggiunto tassi più bassi, il che implica che i rudimentali programmi di assistenza sociale, non inseriti in un organico sistema di welfare risultano frammentati, incapaci di offrire grandi benefici, inefficaci nella lotta alla povertà. Dove era attivo anche un sistema di welfare universale, come nei paesi scandinavi, il Regno Unito e la Repubblica Ceca nella metà degli anni '90 – i trasferimenti sociali basati su sistemi di accertamento dei redditi hanno raggiunto alti tassi di efficacia nella riduzione della povertà.


Ulteriori informazioni: www.caritas-europa.org

Gabriella Meroni


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 Rolando A. Borzetti    - 19-02-2004
Dopo la Caritas, anche la Commissione Europea lancia l’allarme sulle disparità sociali nei paesi dell’Unione, destinate ad accentuarsi nel 2006 con l’ingresso dei nuovi Stati membri. L’occasione è offerta dal Terzo Rapporto sulla Coesione Economica e Sociale, presentato questa mattina a Roma nel corso di un seminario che ha visto la partecipazione di Ranieri Di Carpegna e Cecilia Campogrande, rispettivamente direttore e capo unità aggiunto della Direzione Generale Politica Regionale della Commissione Europea. “Il futuro riserva molte sfide – ammette nella prefazione del rapporto Michel Barnier, commissario responsabile per le Politiche regionali – dovute al grande aumento delle disparità economico-sociali all’interno dell’Unione dopo l’allargamento, a una probabile accelerazione del ritmo dei cambiamenti economici in seguito alla maggiore concorrenza portata dalla globalizzazione, all’effetto della rivoluzione delle nuove tecnologie, e allo sviluppo della nuova economia della conoscenza. A questi cambiamenti economici di carattere globale si aggiungono quelli conseguenti all’invecchiamento della popolazione e agli effetti dei flussi migratori dai paesi terzi verso le città dell’Unione”.
Il rapporto sottolinea, in particolare, come il rischio della povertà sia strettamente legato alla disoccupazione o all’inattività post-lavorativa. Nel 2000, infatti, quasi il 40 per cento dei disoccupati residenti nei paesi dell’Ue viveva al di sotto della soglia di povertà, mentre nel complesso erano a rischio-povertà 55 milioni di persone, pari al 15 per cento della popolazione totale, concentrate soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale, Italia compresa, e in Irlanda. A questo proposito, per invertire questa pericolosa tendenza la Commissione ritiene indispensabile intervenire a partire da forme di assistenza dei nuclei familiari composti da ultra-65enni, che rappresentano una delle categorie più vulnerabili, e dall’integrazione nel mercato del lavoro dei disabili, dei disoccupati di lungo periodo e delle minoranze etniche. Nel prossimo futuro, con l’ingresso dei nuovi membri, le disparità occupazionali e di reddito sono infatti destinate ad aggravarsi ulteriormente. In questi paesi, del resto, il prodotto interno lordo individuale è meno della metà di quello dell’Europa dei 15, e solo il 56 per cento della popolazione in età da lavoro ha un impiego, rispetto al 64 per cento dell’Ue. La Commissione propone, dunque, per il periodo 2007-2013, quella che Barnier definisce “una nuova politica di coesione, che permetta a tutti gli Stati membri e a tutte le regioni di operare in qualità di partner per una crescita sostenibile e per una maggiore competitività. Gli sforzi futuri devono continuare a concentrarsi sugli aiuti alle regioni più povere dell’Unione, soprattutto nei nuovi Stati membri, a colmare il loro distacco. La nuova generazione di politiche di coesione dovrebbe essere attuata attraverso un sistema di gestione più semplice e più decentrato. Soltanto coinvolgendo tutti gli interessati e mobilitando le capacità e le risorse di tutte le sue regioni e di tutti i suoi cittadini l’Europa potrà avere successo. Questo è l’obiettivo del nuovo partenariato per la coesione”