breve di cronaca
Dall'università un grido
L'Unità - 18-02-2004

Moratti vattene
di Edoardo Novella

Erano 30 anni che non si vedevano così tanti professori in tenuta da protesta. «Direi dal ‘68... » butta là uno. Ma un altro subito corregge: «Ma no, nel ‘68 erano gli studenti, noi al massimo nel ‘75... ». Se lo ricorda il professor Lo Iodice, giurista, quell’anno. E adesso davanti ha la platea colma dell’Aula Magna de La Sapienza, incerottata di cartelli e facce: ricercatori, dottorandi, neolaureati, semplici studenti. E poi gli ordinari, gli associati. Anche i «baroni». Insieme, in rappresentanza di 77 atenei d’Italia, Bari, Salerno, Napoli - la Federico II - Pescara, Firenze, il Piemonte, una galassia di 12 sigle. Che decidono: il 4 marzo giornata di mobilitazione in tutte le università con occupazione dei rettorati, blocco della didattica e assemblee. Lo dice il documento finale della giornata di Roma, che ribadisce come «illiberale e non emendabile» il disegno morattiano di riforma dello status giuridico dei docenti e ne chiede il ritiro. Subito. Perché il «riordino» varato dal consiglio dei ministri lo scorso 16 gennaio - e su cui si è fermato addirittura il sospetto dei tecnici del Quirinale, che hanno chiesto chiarimenti sulla copertura finanziaria del provvedimento - è l’istituzionalizzazione del precariato nell’università: incarichi con durata non superiore ai tre anni, blocco dei concorsi per ricercatori che saranno ridotti a Co.co.co., affidamento di insegnamenti per contratto a studiosi stranieri o italiani di «chiara fama», ricerca finanziata - o, come temono molti, orientata - dai privati. Per finire con i nuovi «doveri»: 350 ore di lavoro l’anno, di cui 120 di attività didattica frontale, e abrogazione della distinzione tra insegnamento a tempo pieno e tempo definito. Tradotto: liberalizzazione selvaggia e disco verde a consulenze esterne all’università. Per chi può. Gli altri si arrangino.

«Quanti anni ho? 37, sono in perfetta media» spiega Alessandro, ricercatore di macchine a ingegneria, sulle scale del rettorato perchè l’Aula Magna a mezzogiorno è già troppo piena e per sicurezza l’assemblea viene «dirottata» in corteo, fuori nei vialetti e poi attorno al muro perimetrale della «città». «Non si può progettare una vita normale così. E poi è anche una questione di libertà - dice con addosso una maglia bianca e stampato su un «dodo», animaletto preistorico estinto che indica ai ricercatori quasi un destino - . La riforma vuole una ricerca finalizzata al mercato, e alle sue esigenze... Se non ci stai rimani fuori. Il tutto con un paradosso: un sistema industriale che di vera innovazione tecnologica non ne richiede... ». Già, sistema. È la parola più usata ieri all’assemblea. Sistema «paese», sistema «d’istruzione», sistema come «futuro». Passi che legano questa protesta a quella del tempo pieno della scuola, con cui è quasi «fatta» per una manifestazione unitaria a inizio aprile. Ma anche agli scioperi - solo apparentemente lontani - dei ferrotranvieri, dei medici. Insomma, diritti. «Mica tanto diversa dalla battaglia per l’articolo 18» accenna Paolo Saracco dello Snur Cgil: «Quello che viene da quest’incontro è anche un segnale politico. Concreto». Segnali da un paese che ha paura di ciò che sarà domani. Precarizzato e privatizzato. Precarizzato: «Noi professori “a contratto” siamo 28 mila - dicono quelli del coordinamento nazionale - , non abbiamo un contratto nazionale e una rappresentanza accademica. Di fatto quasi non esistiamo, i nostri anni di insegnamento non valgono nemmeno come carriera universitaria, non fanno punteggio nei concorsi... ».

Privatizzato: «Ma che segnale è quello di dire “bene, lavori 350 ore, ti pago meno ma fuori di qui puoi arrotondare con le consulenze?”» si chiede Franco Gallerano, ordinario di idraulica. Uno col posto «sicuro». «Ma a me importa che la ricerca sia un diritto garantito per tutti, come vuole la Costituzione. Per rimanere libera non deve essere trattata da serie B, state in università pure col cervello spento e poi scatenatevi fuori... Se affonda la ricerca affonda la didattica, affonda tutto». Insomma, è il semplice assunto per cui - come spiega il segretario Ds Fassino - «non si innova precarizzando chi lavora, sbarrando l’accesso ai giovani, comprimendo le risorse a disposizione delle università della autonomia». Si affondano quelli che saranno gli studenti, i futuri ricercatori, quelli che oggi possono ancora prendersi l’etichetta di cervelli in fuga. «Ma con questa riforma tra 10 anni non ci sarà più molto da far scappare» commenta Flaminia Saccà, responsabile università e ricerca dei Ds, mentre il corteo si snoda verso il Verano. E snocciola numeri: «Per la ricerca spendiamo lo 0,6% del prodotto interno lordo, la media europea è 2,2 con obiettivo 3%. La Svezia investe il 4,4». Altro dato, quello dell’investimento privato: solo lo 0,01. Nulla.

E torniamo a ciò che è sistema e idea del futuro. Che Italia vuole questo governo? «Basta guardarsi le “Linee guida per la valutazione della ricerca” presentate dalla Moratti lo scorso maggio - ricordano quelli dell’associazione dottorandi e dottori di ricerca - , c’è scritto nero su bianco “l’Italia è un paese a sviluppo intermedio”». Tradotto: non siamo un paese competitivo. E Berlusconi non vuole che lo si diventi. L’Adi aggiunge: «D’altronde non si è distanti da ciò che ripete Confindustria: “Non è in discussione la divisione internazionale del lavoro”». Ancora tradotto: compriamo brevetti di ricerca e poi li riproduciamo, stop. Ma allora i centri di eccellenza? «Come il nuovo Istituto italiano di tecnologia di Genova? - ancora l’Adi - Con quei soldi non ci si fa un Mit (il fiore all’occhiello della ricerca Usa, ndr)». E allora c’è chi mormora: si trasformerà in una centrale di finanziamento per le ricerche «degli amici», oppure sarà un semplice contenitore di risorse, bloccate e magari pronte a venire rimesse in una finanziaria. Creativa.




Storie di ordinaria precarietà
di Wanda Marra

«Dopo 11 anni di lavoro di ricerca all'università, ho vinto un concorso per guardaparco. E quindi, finalmente ho un lavoro fisso». Sembra quasi una battuta ad effetto, una di quelle che si dicono solo per poterla immediatamente smentire. Occhio sveglio e ironico, Andrea potrebbe essere scambiato proprio per un ragazzino, se non fosse per il viso un po' segnato.

Curriculum esemplare

Invece, ha 37 anni e un curriculum «esemplare». «Mi sono laureato in Biologia alla Sapienza di Roma a 26 anni. Poi ho fatto il dottorato: un milione e ottantamila lire al mese per 3 anni. Dopodiché, mi hanno dato un assegno di ricerca: altri 2 anni, questa volta a 25 milioni l'anno. Dopidichè, con una borsa di studio del Cnr sono stato a Norwich, in Inghilterra, per 9 mesi. Poi, sono tornato a Roma e per 3 anni ho avuto un assegno di ricerca all'Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologia applicata al mare), dove mi danno circa 1100 euro al mese». Un'assunzione all'università sarebbe la conclusione più ovvia di un percorso come questo. Un percorso, tra l'altro, normale, come si schermisce lo stesso Andrea: «Non pensare che il mio sia un curriculum straordinario. È un iter abbastanza comune». Però, è andata adiversamente: «Mi assumono da un'altra parte e quindi basta. Non ne vale più la pena». È una delle ultime cose che viene meno, il sacro fuoco della ricerca, la passione della conoscenza e dell'approfondimento, che per anni sostiene chi ha deciso di intraprendere la carriera universitaria. Una carriera difficile, che da sempre implica anni di sacrifici, economici ed esistenziali. Ma alla fine fino ad oggi, c'era il miraggio di un posto fisso, con tutto quello che in termini di libertà e stabilità significa. Adesso, grazie alla Moratti, non resta più neanche questo.

In via d’estinzione

«Sono assegnista di ricerca alla Facoltà di Statistica. E sostanzialmente sono in attesa di un concorso da ricercatore». Marco ha 36 anni e una maglietta sulla quale c'è scritto «Dods are back». I dods sono una specie di uccelli in via d'estinzione, e il motto, ironico, allude ad un'altra specie che si estinguerà, quella dei ricercatori. Cosa significa, questo, per la vita delle persone? «Io ho fatto 3 anni di dottorato e 2 di post-dottorato. Adesso, da 3 anni ho un assegno di ricerca, a circa 1040 euro al mese, che tra un anno mi scade», spiega Marco. L'assegno di ricerca teoricamente è un contratto che non implicherebbe didattica. Dunque si tratta di una condizione privilegiata? In realtà non è proprio così. «Io faccio 2 esercitazioni settimanali nel corso di un altro docente. Più un altro corso intero, come professore a contratto, che mi viene pagato 200 euro lorde l'anno. Quindi, la ricerca la faccio a discapito della vita». Contratti e contrattini di vario genere sono prassi comune da tempo. Allora cosa cambia? «Il problema è che questo modello alla Moratti è piaciuto. E adesso lo vuole estendere e istituzionalizzare. Così, io non avrò mai il posto che sto aspettando». A queste condizioni, qualcuno non se la sente neanche di provarci.

Chiara, la silurata

«Mi chiamo Chiara, ho 30 anni e la parola giusta per definirmi è 'silurata'. Ho fatto un dottorato in Scienze Chimiche a Torino, e poi mi hanno detto che non ci sono soldi e quindi per me non ci sono prospettive, né oggi, né mai. Adesso, mi faranno un contrattino di prestazione d'opera per 2, 3 mesi, solo per lasciarmi il tempo di guardarmi intorno. Mi sarebbe piaciuto fare ricerca, ma non me la sento di sacrificare la mia vita e quella di mio marito».

Il futuro?Un’ipotesi

Chi invece su questa barca ci sta, si rende conto davvero che «il futuro è un'ipotesi»: «I figli? Non si possono fare figli in questa situazione - Francesca Romana 33 anni ha un'aria eloquentemente sbattuta - Ho fatto il dottorato di ricerca a Tor Vergata in matematica. Poi sono andata 2 anni a fare un post-doc in Olanda. Sono tornata e sono assegnista di ricerca a Roma da un anno. Guadagno 1.000 euro al mese. Tra un anno l'assegno mi scade. Sarebbe rinnovabile per altri 2. Però, non ci sono fondi. Che farò? Non ne ho idea. Forse, dovrò tornare all'estero».

Io vivo dalla mamma

Augusto, invece, di anni ne ha 32, e come dice lui, «vive ancora da mamma». Motivo? Dopo il dottorato in Archeologia alla Facoltà di Lettere della Sapienza, non lavora. «Durante il dottorato sono stato anche in Africa, perché studio gli effetti economici e antropologi dei cambiamenti climatici - racconta, mentre gli occhi gli brillano - Ovunque vado, tutti mi dicono che è un campo interessantissimo, ma che non ci sono soldi». Una dopo l'altra, le storie come questa si ripetono, disegnando un'intera generazione penalizzata. Ma non basta. C'è spazio anche per il paradosso. Tra la folla, ogni tanto spicca un fantasma.

Nessuna alternativa

Che racconta un'altra storia. «Ho 38 anni, mi sono laureata in Fisica alla Sissa di Trieste. Da 11 anni sono ricercatrice nella Facoltà di Ingegneria di Bologna - dice Simonetta, con occhi che mandano lampi dalle fessure del lenzuolo che porta addosso - ho vinto un concorso da associato. Senza il blocco delle assunzioni avrei preso servizio il 1. novembre 2003. E invece aspetto e continuo a lavorare. Tengo due corsi fondamentali con supplenze gratuitamente, perché non ci sono soldi. Seguo circa 300 studenti, con esami scritti e orali. E non c'è alternativa, perché non c'è nessun altro che possa farlo».

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