Noi l'avevamo detto...
Gianni Gandola - 17-02-2004
La grande manifestazione di genitori, bambini e insegnanti svoltasi a Milano il giorno di S.Valentino, all'insegna del "noi amiamo la scuola pubblica" è in qualche modo la conferma di quanto da tempo andiamo sostenendo, come dirigenti scolastici aderenti al Coordinamento CGIL-CISL. Già nel corso delle Conferenze di servizio organizzate nel giungo scorso dall'Ispettore Pietro Modini per la Direzione Regionale ("La Riforma? Parliamone…Condividere la Riforma") molti dirigenti scolastici, anche di aree sindacali e associative diverse dalla nostra, erano intervenuti entrando nel merito e nel metodo, illustrando analiticamente e compiutamente, punto per punto, motivi di perplessità e riserve sullo schema di decreto attuativo per la scuola primaria che già allora si andava profilando. "Perplessità e riserve" espresse in un documento pubblico inviato al Ministro, sulla scia di un analogo testo di una quarantina di dirigenti scolastici dell'Emilia Romagna che rivendicavano con forza i princìpi dell'autonomia scolastica. Elementi di criticità peraltro rinvenibili in parte nello stesso documento-relazione degli Ispettori tecnici sulla sperimentazione della riforma in Lombardia, a.s. 2002-2003.

La nostra non era e non voleva affatto essere una presa di posizione politica o ideologica. Sappiamo perfettamente qual è il nostro ruolo. Ci consideriamo innanzi tutto, come è stato detto, "servitori dello Stato e della cosa pubblica" e non servitori di questo o quel governo (sia esso Berlinguer, De Mauro o Moratti, per intenderci). La nostra era pertanto una "perizia tecnica", una valutazione di carattere pedagogico sui possibili scenari e modelli organizzativi della scuola italiana, da parte di professionisti che nella scuola, da docenti prima e da dirigenti poi, ci lavorano da trent'anni e più.

Conosciamo bene i limiti di diverse realtà o situazioni di Tempo Pieno (e in passato ci è capitato di indicarli, quando insieme a Raffaele Iosa abbiamo denunciato il rischio di un Tempo Pieno inteso come "tempo normale lungo", come il prolungamento della vecchia scuola del mattino, e in questo senso poco “innovativo”). Ma ne vediamo bene - e abbiamo avuto modo di vederlo in più realtà scolastiche in questi anni - anche gli aspetti positivi, che fanno comunque di questo modello scolastico e dei moduli (anche se, a Milano, residuali) una scuola di qualità. Una scuola fondata sul "gruppo docente" e sui Programmi didattici del 1985 che consideriamo tutt'altro che obsoleti e superati (basti rileggere, ad es., le parti relative all'insegnamento della lingua italiana, ma non solo, e confrontarle con la pochezza delle Indicazioni nazionali…). Quei programmi e quella legge (L.148/90) furono il risultato di un lungo confronto fra esperti disciplinari, pedagogisti, esponenti di tutte le aree politiche e culturali e sono per molti aspetti tuttora validi. Tutte le inchieste e indagini sulla realtà scolastica di moduli e tempo pieno compiute dal 1990 ad oggi (a noi note) sono largamente positive. Continuiamo a non capire dunque perché si vuole buttar via questo patrimonio di esperienze didattiche (e in cambio di che cosa, poi?). Riteniamo che la riflessione sui tempi della scuola (tempi "distesi", tempi "a misura dei bambini", tema riaperto a Milano dal Direttore regionale M.Dutto in un recente convegno con la prof.ssa Susanna Mantovani) e su tutor e/o "funzioni tutoriali" debba essere ripresa accogliendo i contributi, i suggerimenti che vengono dalle scuole, dai Collegi docenti, da operatori scolastici e utenza insieme.

E' infatti su questi due punti in particolare (tempo scuola, figure e funzioni docenti) che si concentra il dissenso che migliaia di genitori e insegnanti hanno espresso con estrema chiarezza in questi giorni in piazza e nelle scuole. Come è possibile non tenerne conto? Di fronte a mobilitazioni così ampie MIUR e governo non possono essere talmente ciechi e sordi (politicamente) da non vedere e non ascoltare. Non è possibile forzare la mano a tal punto da imporre una riforma della scuola "contro la scuola", contro il paese reale. Noi dirigenti scolastici applicheremo le norme, come abbiamo sempre fatto (i decreti legislativi così come il D.P.R. sull'autonomia scolastica) e lo faremo con rigore, ma non ci si può chiedere di "condividere" impostazioni e scelte pedagogiche e organizzative che non apprezziamo, che consideriamo povere, di scarso spessore culturale, come perfino il C.N.P.I. non ha mancato di sottolineare. Così come non possiamo esimerci dall'esprimere ancora una volta la nostra valutazione tecnica, critica e propositiva al tempo stesso. Non possiamo esimerci dall'inviare il nostro accorato appello al MIUR perché cambi rotta e tenga conto di quanto sta succedendo. La scuola pubblica è di tutti e occorre lavorare per raggiungere il massimo grado di consenso sui cambiamenti da attuare. Perché queste sono le vere Riforme.

Gianni Gandola
(Coordinamento dirigenti scolastici CGIL-CISL Milano)



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 rosanna    - 23-02-2004
Ho letto con estremo interesse e condivido appieno quanto scritto.
Credo sia importantissimo, anzi fondamentale, che i Dirigenti Scolastici siano solidali con i docenti che si troveranno a gestire una situazione caotica, quantitativamente e qualitativamente poco sostenibile.