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Corpi spezzati
Sentieri selvaggi - 14-02-2004



“Mi piace lavorare”, di Francesca Comencini e Federico Chiacchiari

Ecco un film piccolo piccolo, che affronta con umiltà, intimità e passione un tema grande grande... Che non è “solo” il mobbing, ovvero quelle umiliazioni sul posto di lavoro che possono ridurre le persone alla disperazione, provocando angoscia e depressione, che pure rappresenta il “cuore” del film di Francesca Comencini, ma è anche il “senso” della vita di oggi...

Che cos’è il lavoro oggi? Quanto realmente “nobilita” gli uomini e le donne? Quanta sicurezza, serenità, fiducia genera oggi nelle persone e nelle famiglie quella cosa che la nostra costituzione annovera tra i primi diritti fondamentali, anzi addirittura sostiene che la stessa nostra comunità (la Repubblica) è fondata su di esso?
Un tema forte, economicamente, socialmente, culturalmente. Del tutto ignorato dal cinema nostrano, troppo impegnato a riprodurre immaginari televisivi, e invece così sapientemente e lucidamente descritto dal cinema francese, almeno da quel piccolo capolavoro che era L’emploi du temps, di Laurent Cantet. Anche in Mi piace lavorare Francesca Comencini scava dentro l’intimità della protagonista (una Nicoletta Braschi che dovrebbe far vergognare tutti coloro che la denigrarono nell’ultimo film di Benigni), perché oggi (sempre) per fare un film realmente “politico” non è necessario mostrare bandiere rosse e manifestazioni (vero Ken Loach?) ma la vita privata delle persone normali, che oggi tutte vivono “situazioni eccezionali” ovvero “cinematografiche”. Ed ecco Anna, divorziata che vive con la figlia Morgana (la figlia di Francesca, Camille). Ha un buon lavoro, che svolge con passione e meticolosità. Guadagna quello che le basta per arrivare, con sempre più fatica negli ultimi tempi, alla fine del mese. Anna è precisa, sa far quadrare i conti. Ma improvvisamente avviene un cambiamento: l’azienda dove lavora viene comprata da una multinazionale. I nuovi dirigenti si presentano agli impiegati, lanciando subito la loro nuova filosofia aziendale, fatta di grande competitività, riorganizzazione, flessibilità. E’ proprio questa la parola “magica” con la quale i teorici del neoliberismo hanno fatto terra bruciata di tutti i concetti di “diritti del lavoro” in questi ultimi anni. Flessibilità è un termine dolce, lascia intendere una società basata sul “lavoro creativo”, sul lavoratore che non sta tutta una vita rinchiuso nella gabbia di un unico lavoro, ma che invece può sperimentare continuamente nuovi mondi, nuove opportunità, nuovi bisogni. E’ la trappola del capitalismo di oggi, che sta trasformando tutti in lavoratori “momentanei”, diffondendo un senso di precarietà che è la vera cifra esistenziale dei nostri tempi. Con la nuova dirigenza Anna viene un po’ alla volta allontanata dalle sue vecchie funzioni e di volta in volta spostata in vari reparti. I colleghi che prima sembravano suoi amici diventano sempre più distanti, alcuni sembrano trasformarsi in piccoli “kapò” e il luogo di lavoro sempre più somiglia a un singolare campo di concentramento, dove il senso del tuo lavoro è solo quello di eseguire compiti assegnati gerarchicamente per far subire un dominio e delle continue umiliazioni. Anna cerca di resistere a questo vuoto di senso che improvvisamente le si apre davanti, trovando forza nel rapporto intenso con la figlia, unico spazio di vita privata che si può concedere, a fatica, nei tempi sempre più ristretti della vita-lavoro di oggi.


E il film della Francesca Comencini si muove nei meandri di questo corpo “spezzato”, umiliato durante il giorno e ormai incapace di uscire fuori alla ricerca di una qualsivoglia serenità, figuriamoci felicità. E con i toni lividi e gelidi di una fotografia (di Luca Bigazzi) che ci restituisce una Roma dai toni grigio blu come fosse una città del nord, quasi a voler segnare con la tavolozza dei colori che ormai tutti siamo finiti dentro la logica del “nord del mondo” del “dominio del lavoro” sulla vita, Mi piace lavorare scorre con la sua macchina a mano lungo i volti delle protagoniste, madre e figlia, ne coglie i frammenti; ne osserva quei particolari minuti, bellissimi che la “fabbricazione delle immagini lasciata alla televisione” (parole di Francesca) non sa più mostrare in Italia, da anni. Oltre la superficie delle cose il film svela l’umanità ferita e lacerata da un mondo che vuole ridurre tutti i corpi a “merci”, ma nello stesso tempo ci vorrebbe anche dei felici e soddisfatti “consumatori”. E invece il lavoro, di tutti, ormai sta diventando sempre più una gabbia trasparente, un luogo infernale dove anziché diventare flessibili i nostri corpi giorno dopo giorno si spezzano. Fino a spezzare sogni, desideri, relazioni, rapporti umani. E Francesca Comencini, in uno dei più bei film italiani della stagione, fatto con due soldi (300.000 euro!), sembra dare un’idea possibile di un “altro modo possibile” di fare cinema, oggi, in Italia. Con il corpo e il cuore della passione politica, quella che ti fa raccontare le persone, osservarle, comprenderle. E gioire di questo incontro ravvicinato.

Federico Chiacchiari

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