Immanuel Kant
Gianni Mereghetti - 11-02-2004

Duecento anni fa’, il 12 febbraio 1804, moriva Immanuel Kant. Si trattò senza ombra di dubbio di un grande filosofo, capace di scandagliare in lungo e in largo la ragione umana. Il suo affascinante tentativo si lanciò verso i limiti estremi della conoscenza, dove trovò però un ostacolo invalicabile. Qui la sua tensione cadde, perché irragionevolmente, accortosi che l’uomo non può penetrare il mistero con le sue forze, non volle nemmeno lasciare aperta la possibilità che possa essere il mistero ad abbattere il muro che lo separa dall’umano.
Così Kant se da una parte fu grande nell’analisi della ragione, dall’altra parte fu un uomo piccolo piccolo, perché non volle accettare la più semplice delle evidenze, quella che tra le tante possibilità c’è anche che Dio si possa un giorno fare incontro all’uomo. Di conseguenza il pensiero kantiano generò sia il moderno moralismo, quello per cui Dio è il prodotto della mia coerenza, sia lo spiritualismo, quello per cui credere è sempre e comunque un atto irrazionale.
Che cosa mancò a Kant? Non certo il pensiero, che in lui si espresse ad alti livelli, ma la realtà, che sola porta il pensiero sulle tracce del Mistero.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Grazia Perrone    - 11-02-2004
Mi sono "innamorata" di Kant fin dalla prima lettura considerandolo un, inguaribile, realista. Ed un, testardo, idealista.

La "noia" di un mondo immobile, cristallizzato nel quale tutti i problemi umani e sociali sono - "miracolosamente" - risolti gli appare non soltanto assurdo ma insopportabile. Tutto ciò che noi - come "animali" sociali - possiamo essere e/o diventare dobbiamo anche volerlo e tentare di realizzarlo.

Un tale obiettivo è detto da Kant (...)"la società civile che faccia valere universalmente il diritto nel quale la "libertà incontrollata dello stato "naturale" ipotizzato (tra gli altri) da Hobbes, ovvero la "guerra di tutti contro tutti", viene sottomessa alla "costituzione civile giusta realizzando - in questo modo - la massima libertà realizzabile in una società, civilmente, evoluta. E per la quale vale la pena "battersi".

Ciò che ha guidato la sua posizione filosofica è - a parer mio - la creazione di un ordinamento cosmopolitico di sicurezza sociale non immune tuttavia (e il filosofo ne è ben consapevole!), da pericoli.

Tale concetto è efficacemente rappresentato nella quarta tesi della sua Idea di una storia universale nella quale si evince che la "fonte del progresso sociale" è rappresentata dal conflitto, dall'antagonismo delle disposizioni umane nella società.

Senza tale conflitto (...)"tutti i talenti rimarrebbero in eterno chiusi nei loro germi in una vita pastorale arcadica di perfetta armonia, frugalità, amore reciproco: gli uomini, buoni come le pecore che essi menano al pascolo, non darebbero alla loro esistenza un valore maggiore di quello che ha questo loro animale domestico; essi non colmerebbero il vuoto della creazione rispetto al loro fine di essere razionali (...)".

Kant - in estrema sintesi - ha inteso il "meglio" possibile (qui ed ora) nella ... limitazione del potere ad opera del diritto. Se la società "civile" costruisce sufficienti difese per impedire il suo degenerare in tirannia le forze della "socialità" produrranno le strutture in cui gli opposti ed inestirpabili "antagonismi" possano confrontarsi per produrre (e proporre) nuovi sviluppi.

Limitazione del potere ad opera del diritto.

Kant non conosceva ancora il dipanarsi degli eventi storici che - nel XX secolo - ci avrebbe "regalato" i suoi inauditi eccidi. Le due guerre mondiali, la Shoah, i regimi dittatoriali (e terroristici) di Stalin, Mao, Franco ..., le guerre di genocidio in Africa e in America latina e via ... elencando.

Ma aveva già intuito i pericoli insiti nell'edonistica società post-moderna.

La globalizzazione.

 Cristina Franceschini    - 12-02-2004
Io non sono molto d'accordo sul fatto che Kant sia stato un uomo piccolo piccolo: prima di tutto penso che non sia corretto, dal punto di vista filosofico, esprimere questo genere di parere, che esula da interessi teoretici; inoltre egli non è più in condizione di difendersi da tale giudizio.
Secondariamente, credo che, dato il contesto in cui Kant si trovava, la sua grandezza anche solo nel PARLARE di limiti della ragione, mettendo così in discussione un paradigma della propria epoca, sia stata evidente. Senza dubbio il suo sistema filosofico complessivo (al pari di qualsiasi altro) ha le sue debolezze: ma non è forse proprio in virtù di esse che il pensiero prosegue la propria strada?

Naturalmente la mia è solo un'opinione tra le altre.

 Ettore Martinez    - 14-02-2004
Il grande obiettivo polemico di Kant nel suo capolavoro morale , la "Critica della Ragion Pratica", è il fanatismo, la presunzione della santità. La sua grandezza sta nell'aver posto il fondamento della moralità nell'uomo stesso, nella sua ragione e nella sua autonomia, senza farla dipendere dall'aspettativa di pene o premi futuri in un'altra esistenza.

Non c'è quindi da meravigliarsi che il fanatismo dei nostri tempi di regressione, nel suo assalto alla laicità e alla libertà di coscienza, nella sua incapacità di rappresentarsi un orizzonte di senso che non sia il proprio piccolo (questa volta sì, piccolo) orizzonte confessionale, non possa sopportare la vista di questo colosso dell'Umanità, di questa pietra angolare della Filosofia e dell'onestà intellettuale.

I monumenti sono lì a ricordarci qualcosa, ogni volta, e diventano luogo d'incontro e d'appuntamento
di amici e colleghi e innamorati e di riflessioni individuali estemporanee e profonde.

I monumenti sono soggetti, in quanto tali, anche all'uso
insopportabilmente ritualistico delle commemorazioni come ai graffiti dei ragazzini o all'ira degli iconoclasti.

E alle deiezioni dei piccioni.

 Domenico Lanfranchi    - 15-02-2004
Lo scritto del sig. Mereghetti si commenta da solo.
A sua edificazione trascrivo l'articolo di D. Antiseri, pubblicato su Avvenire il 31dic. scorso.


Kant il cattolico sulla «via regale»

Nel 1789, quindici anni prima della morte di Kant (avvenuta il 12 febbraio 1804), esce a Würzburg un libro a firma del padre benedettino Matern Reuss. Il volume, che lo stesso Kant teneva caro nella sua biblioteca privata, è così intitolato: Soll man auf katholischen Universitäten Kants Philosophie erklären? Dunque: «Si deve insegnare la filosofia di Kant nelle Università cattoliche?». La risposta di padre Reuss a tale interrogativo è la più decisa e convinta: «Chi comprende la filosofia di Kant non si chiede più se questa debba venire insegnata anche nelle Università cattoliche; e dunque coloro che si pongono ancora la domanda, sicuramente non comprendono la filosofia di Kant». Due, ad avviso di Reuss, erano le ragioni per abbracciare la filosofia di Kant.
In primo luogo, diversamente dalla prospettiva kantiana, la metafisica di Wolff non era affatto in grado di render conto delle scienze positive. Ma poi ? e qui è la cosa più importante ? la filosofia di Kant tagliava alla radice la presunzione di una ragione che, ergendosi a costruttrice di assoluti terrestri, nega l'Assoluto trascendente.
«Ho dovuto (...) eliminare il sapere, per far posto alla fede. E il dogmatismo della metafisica, cioè il pregiudizio di poter progredire in essa senza una critica della ragion pura, è la vera fonte di ogni incredulità (...) che è sempre spiccatamente dogmatica». In realtà, «solo mediante la critica è possibile rescindere proprio alla radice il materialismo, il fatalismo, l'ateismo, l'incredulità, dei liberi pensatori, la stravaganza e la superstizione, che possono essere universalmente dannose, ed infine anche l'idealismo e lo scetticismo che sono più pericolosi per le scuole e che difficilmente possono estendersi al pubblico». Questo affermava Kant nella Prefazione alla seconda edizione della Critica della ragion pura. Ed è esattamente a partire da siffatta convinzione kantiana, che padre Reuss, come pure tanti altri studiosi cattolici, intese costruire, vivente ancora Kant, una apologetica cattolica su base kantiana.
Kant, insomma, riconquista lo spazio della fede - illegittimamente occupato dall'abuso di una ragione acritica - e in tale spazio riconquistato, la ragione torna a Dio come postulato della ragione pratica. In tal modo, scriveva Reuss, «Kant salva le verità fondamentali della religione dagli attacchi che oggi vengono sferrati contro di essa e, al contempo, le rende sicure per tutte le epoche future». Viene qui da chiedersi: aveva torto padre Matern Reuss?
Ha scritto Gadamer che l'intuizione fondamentale di Kant fu «quella di mostrare al sapere i suoi limiti, per fare spazio alla fede». Kant ci ha insegnato a credere senza dimostrare. È la «via regale di Kant», come scrisse magnificamente Kierkegaard.

 Ettore Martinez    - 24-02-2004
Commento a Lanfranchi.

Che Kant sia compatibile con il cattolicesimo, non lo discuto.
Del resto, per esempio, a me pare compatibilissimo anche con il Buddhismo e con tante altre cose.

Più difficile da condividere invece il tentativo di "recupero" operato da parte del filosofo cattolico Antiseri.

 Il Presidente    - 24-02-2004
Bravo Gianni!