Carteggio sui programmi di storia
Ivo Mattozzi - 10-02-2004
Sulle modifiche ai programmi, uno scambio di lettere tra Ivo Mattozzi, presidente di Clio 92, Associazione di insegnanti e ricercatori sulla didattica della storia, e Giuseppe Bertagna


A Bellaria, l’8 e il 9 dicembre 2003, si è svolto un seminario di “Clio ‘92” sulle modifiche ai programmi di storia per la scuola elementare, media e per i licei.
Il gruppo di lavoro sulla scuola elementare ha elaborato l’analisi e la critica dei documenti ministeriali e l’ha redatta in forma di lettera aperta indirizzata al prof. Giuseppe Bertagna.
La speranza era quella di trovare un interlocutore autorevole e attento alle questioni da noi messe a fuoco.
Infatti il prof. Bertagna ha risposto con premurosa cortesia e attenzione, mettendo in evidenza alcune puntualizzazioni che ha già espresso in altre sedi ma che nella sobrietà della lettera hanno molta incisività.
Diamo conto dello scambio epistolare poiché ci sembra che possa contribuire a suggerire al mondo della scuola l’atteggiamento più produttivo per affrontare l’applicazione delle modifiche dei programmi e a dare un segnale alle autorità ministeriali affinché procedano a modificare le Indicazioni.




Lettera di Ivo Mattozzi
Venezia, 10-01-04
GENT.MO PROF.
GIUSEPPE BERTAGNA
UNIVERSITÀ DI BERGAMO
VIA S. AGOSTINO, 17
BERGAMO


Gentile prof. Bertagna,

come lei sa già, io ho analizzato e commentato più volte le Indicazioni riguardanti la storia nella scuola elementare e in quella media in articoli piuttosto lunghi usciti su varie riviste. Recentemente (l’8 e 9 dicembre 2003) l’associazione ha organizzato un seminario in cui le e gli insegnanti nostri soci hanno analizzato e discusso sia delle raccomandazioni, sia delle indicazioni sia dei profili. Ci siamo accorti di una stridente incoerenza tra le affermazioni delle raccomandazioni e le formulazioni delle indicazioni.
Il frutto delle nostre riflessioni è nella lettera aperta che le allego.
La renderemo pubblica tra qualche giorno, mandandola a riviste scolastiche, a quotidiani, a siti scolastici e pubblicandola sul nostro sito.
Ci preme che lei possa prendere in considerazione le nostre preoccupazioni e i nostri argomenti, poiché ci sta cuore che l’insegnamento della storia possa diventare più intelligente ed efficace. Grato dell’attenzione, la saluto cordialmente

Ivo Mattozzi



LETTERA APERTA AL PROF. GIUSEPPE BERTAGNA
SULLE MODIFICHE AI PROGRAMMI DI STORIA NELLA SCUOLA ELEMENTARE


Bologna, 06/01/2004
Gentile prof. Bertagna
,

siamo insegnanti e ricercatori e ricercatrici sulla didattica della Storia aderenti alla associazione “Clio ’92”. Abbiamo svolto un seminario a Bellaria nei giorni 6-7-8 dicembre 2003 per analizzare i materiali di fonte MIUR finalizzati alla applicazione della Legge 53/2003, per quanto concerne la disciplina Storia nella scuola primaria, e contenuti nei documenti seguenti:

- Raccomandazioni
- Indicazioni nazionali
- Profilo educativo dello studente alla fine del primo ciclo.

Abbiamo rilevato molte contraddizioni tra i diversi documenti come se fossero stati concepiti e scritti da menti diverse. Ci teniamo a segnalarle a lei poiché non sappiamo chi altro responsabile ministeriale potrebbe avere la sensibilità di comprendere i nostri argomenti.

Abbiamo rilevato:

1. che le”Raccomandazioni”, sia nella parte generale che in quella riferita alla Storia, raccolgono gran parte della riflessione di carattere epistemologico, metodologico e didattico, maturata dalla comunità scientifica dei docenti e ricercatori di Storia negli ultimi 20 anni. Nonostante ciò, non vi si ravvisano riferimenti alle strategie modulari nell’organizzazione delle unità di apprendimento, pur essendo le prime già da tempo patrimonio acquisito nell’esperienza didattica nei vari ordini di scuola; né, inoltre, si trovano enunciate le modalità didattiche finora elaborate, sperimentate e sedimentate nell’insegnamento della Storia;

2. che le “Indicazioni” per la Storia risultano in gran parte incongruenti con gli enunciati delle “ Raccomandazioni”, tradendone più volte l’impianto epistemologico, in quanto vengono enunciate come sequenza gerarchica di capacità/competenze e contenuti da raggiungere in modo avulso da una coerente mediazione metodologico/didattica, nonché mancanti di quel filo conduttore che mantenga ed intrecci, dalla prima classe al secondo biennio della scuola elementare, premesse e sviluppi dell’impianto curriculare delle operazioni cognitive caratteristiche della disciplina Storia (evento /mutamento /permanenza /durata /periodo /ciclo….). In particolare consideriamo deleteria la scomparsa della dimensione mondiale all’interno dei contenuti per il secondo biennio. Infine non viene considerato lo status della storia quale disciplina sociale, con inevitabili conseguenze sul piano didattico;

3. che le Indicazioni troncano le conoscenze sul passato alla fine dell’impero romano, senza tener conto dell’importanza formativa dell’ intreccio tra conoscenze del passato recente e di quello remoto che è uno dei punti di forza dell’innovazione didattica negli ultimi anni;

4. che il “Profilo educativo”, per quanto riguarda le competenze storiche, non esplicita le necessarie connessioni didattiche ed i processi di continuità nel passaggio dalla scuola primaria alla scuola media;

Alla luce della nostra analisi, l’associazione Clio ’92 -conscia dell’importanza del livello formativo di base per la storia - si impegna a far valere nelle scuole le seguenti scelte strategiche per assicurare una formazione storica coerente con i più recenti e promettenti esiti della riflessione metodologico-didattica:

a) garantire le condizioni di realizzazione dei processi di continuità tra scuola primaria e scuola media, affinché la curriculazione delle capacità/competenze come dei contenuti disciplinari sia un percorso vincolante e dichiarato;

b) sviluppare all’interno degli Istituti una mediazione metodologico-didattica tra “ Raccomandazioni” ed “Indicazioni” tramite percorsi di formazione curricolare e l’istituzione per la didattica della storia di commissioni di studio, laboratori e gruppi di lavoro stabili;

c) prevedere, realizzare e proteggere spazi orari adeguati alla Storia quale disciplina fondamentale ed autonoma all’interno dell’organizzazione scolastica;

d) recuperare e restituire dignità alla dimensione sociale della disciplina Storia, sul versant delle sue connessioni interdisciplinari con gli studi sociali e la geografia, finora parti integranti di una sola area;

e) affidare l’insegnamento della disciplina a docenti esperti, che hanno partecipato a corsi di formazione specifici, a gruppi di ricerca ed autoaggiornamento, a laboratori adulti per la didattica della Storia;

f) recuperare e valorizzare nella pratica didattica l’organizzazione in gruppi-classe, gruppi di alunni, laboratori, in un contesto di cooperazione e lavoro di gruppo;

g) valorizzare l’apporto culturale di allievi provenienti da altri paesi;

h) accogliere gli eventuali alunni anticipatari nella prima classe ed accostarli alle premesse didattiche della Storia, assicurando la gradualità necessaria;

i) sollecitare che i nuovi sussidiari vengano redatti tenendo conto delle Raccomandazioni per la storia, piuttosto che delle Indicazioni, al fine di evitare che diventino l’unica modalità di mediazione didattica, per preferirne invece l’uso in un contesto di interazione con altri strumenti ed ambienti di apprendimento (biblioteca di classe; audiovisivi; laboratori di ricerca)

j) favorire e sostenere la realizzazione di unità di apprendimento contenenti tematizzazioni sul passato e sulla storia locale, quale ambito privilegiato foriero di esperienze didattiche formative propedeutiche all’approccio alla storia generale.


Confidiamo che lei voglia tener conto di come potrà essere dannosa l’applicazione della riforma, se nelle scuole si prenderanno in considerazione solo le Indicazioni, mal concepite e scritte peggio nella definizione degli obiettivi specifici: esse sono consigliere di un pessimo insegnamento della storia. Contiamo anche che voglia adoperarsi o per le necessarie correzioni al fine di rendere le Indicazioni coerenti con le Raccomandazioni e rispondenti ai pregi delle soluzioni didattiche più efficaci o per far in modo che le Raccomandazioni non vengano trascurate da insegnanti e dirigenti scolastici che saranno scoraggiati dalla lettura di 140 pagine e le considereranno un insignificante e inutile complemento delle Indicazioni.

Con saluti cordiali
Per il direttivo di “Clio ’92”
Il presidente
Ivo Mattozzi




Risposta del prof. Giuseppe Bertagna
E-mail del 13-01-2004


Gentile collega,

grazie anzitutto del documento che ho letto con interesse. Purtroppo, nella mail, esprime, nei miei confronti, attese che non sono proprio nelle condizioni di raccogliere.
Bisogna che si rivolga al dott. Silvio Criscuoli, direttore generale per gli ordinamenti. Le esprimo invece volentieri la mia opinione che non è di oggi e che ho cercato di giustificare in più interventi. Dopo la legge 59 e soprattutto la legge costituzionale n. 3, personalmente ritengo che il Ministero non sia autorizzato ad emanare documenti normativi prescrittivi che contegano orientamenti ed impostazioni di teoria didattica e pedagogica che vadano oltre il mero dettato della legge e precisamente oltre il dettato delle leggi citate prima e dell'art. 8 del 275. In questa prospettiva, le Indicazioni nazionali non possono essere caricate di funzioni che un tempo svolgevano i vecchi Programmi di insegnamento. Esse, a mio avviso, elencano conoscenze e abilità a cui è poi l'autonomia didattica e di ricerca e sviluppo della scuola e dei docenti ad attribuire una 'forma' didattica e pedagogica.
Per questo le Raccomandazioni è giusto che non abbiano né debbano avere un valore prescrittivo, ma solo consiliare e dibattimentale. Ovviamente la scuola e i docenti sono chiamati a 'rendere conto' delle loro scelte alla comunità scientifica e professionale, alle famiglie e agli allievi, alla società. Ma questo è un altro discorso. A meno che la normativa vigente abbia corso troppo e abbia supposto una professiona lità dei docenti e un'autonomia delle scuole che in realtà, come lei teme, non esisterebbe. Ma questo è ancora un altro discorso.

Con cordialità
Giuseppe Bertagna




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 claudia    - 10-02-2004
"Esse, a mio avviso, elencano conoscenze e abilità a cui è poi l'autonomia didattica e di ricerca e sviluppo della scuola e dei docenti ad attribuire una 'forma' didattica e pedagogica.
Per questo le Raccomandazioni è giusto che non abbiano né debbano avere un valore prescrittivo, ma solo consiliare e dibattimentale. Ovviamente la scuola e i docenti sono chiamati a 'rendere conto' delle loro scelte alla comunità scientifica e professionale, alle famiglie e agli allievi, alla società. Ma questo è un altro discorso. A meno che la normativa vigente abbia corso troppo e abbia supposto una professiona lità dei docenti e un'autonomia delle scuole che in realtà, come lei teme, non esisterebbe. Ma questo è ancora un altro discorso
".

Così ha risposto il Professor Bertagna.

Ora mi chiedo a quale categoria professionale Egli appartenga se non a quella dei docenti. Ovviamente Egli è uno dei pochi illuminati insegnanti che saprebbe distinguere tra prescrizioni e libertà, tra passività e autonomia.
Beato Lui che non dovrà destreggiarsi fra portfolio e personalizzazione, tra Indicazioni e Raccomandazioni, fra richieste dei Dirigenti e costruzione di percorsi autonomi.
Egli può anche permettersi di "dirottare le richieste" di spiegazioni su didattica, metodi e contenuti ad altra persona. A persona, non a persone. Ma chi le ha scritte le Indicazioni?
A chi di lor Signori possiamo noi rivolgerci per chiedere delucidazioni e "aiuto" per destreggiarci nel mare di "novità" che ci renderanno difficoltoso il navigare fra ore obbligatorie e opzionali, fra tutor e labor?
Il Professor Bertagna, con quel Suo "a mio avviso" sembra volerci dire che non lo sa con precisione. Ci fa poi intuire tutto il Suo sprezzo per la nostra disgraziata categoria, alla quale, probabilmente, Egli,a breve, imputerà il fallimento della riforma epocale.

 Cosimo De Nitto    - 15-02-2004
La risposta data dal Prof. Bertagna l’ho apprezzata per il suo siderale distacco dalle “quisquilie e pinzellacchere” proposte dal Prof. Mattozzi e da clio’92. Egli giustamente non si sente destinatario di osservazioni così tecniche, minute, riduttivamente di merito che tutt’al più vanno rivolte all’uffico del Dr. Silvio Criscuoli, la persona titolare della competenza scientifica e decisionale riguardo al problema posto.
Il prof. Bertagna ha altro cui pensare, il suo ruolo lo ha svolto dando il cappello alla riforma, che è perfetta nell’olimpo delle idee, e questo basta. Quello che accade poi quando la si “impone” in pratica, scusate, la si “prescrive”, questo non è più affare suo, basta rivolgersi all’ufficio del dr. che ne so io, che riceve dalle ore alle ore, nei giorni….ecc.
E fin qui tutto bene, se la risposta fosse finita. Ma non è così. Il prof. Bertagna, per evitare di essere ritenuto troppo aristocratico e burocratico, si concede alquanto e dà la risposta lui nel caso non si voglia aspettare quella del dr. Criscuoli perché magari è andato in ferie.

“…personalmente ritengo che il Ministero non sia autorizzato ad emanare documenti normativi prescrittivi che contegano orientamenti ed impostazioni di teoria didattica e pedagogica…”

Ha perfettamente ragione Lei, prof. Bertagna, finalmente abbiamo una classe dirigente ed atti di governo “orientativi”, “consiliari”, “dibattimentali”, non “prescrittivi”, in fin dei conti laici, liberali, rispettosi dell’autonomia, non impositivi, rispettosi delle opinioni altrui a cominciare da quelle degli insegnanti, anche se essi ancora non sanno decidere se vogliono l’autonomia o il “Programma ministeriale”.

Lei, come il Ministro, cerca di accreditare l’idea che l’attuale governo della scuola si caratterizza così rispetto a quello precedente. Quello era sovietico, prescrittivo, programmatico, questo, al contrario è solo indicativo, orientativo, rispettoso delle autonomie, delle diversità.

Alla prova dei fatti ( i fatti!) le cose non sembra stiano così.

Le Sue Raccomandazioni ed Indicazioni, quelle sì sono ideologicamente “prescrittive”. La concezione “personalistica” altrimenti che cos’è? Perché volete imporre come naturale, universale quella che è “una” corrente di pensiero, ancorchè autorevole e seria? Ci sarebbe da dedurre che Lei sorvola sugli elementi di filosofia e pedagogia, questi sì “prescrittivi” e totalizzanti, mentre diviene ad un tratto censore dei suggerimenti metodologici e scientifici che Mattozzi e clio’92, sulla scorta di ciò che suggerisce la ricerca sul terreno della didattica della Storia e ciò che ormai da tempo è condiviso dagli insegnanti, fanno più che altro, credo, perché i documenti fondamentali, non dico siano più avanti della scuola reale, ma almeno non siano più arretrati.

Ma ancor più “prescrittivi” mi sembrano gli atti di governo che vogliono applicare la Sua riforma. (Se non la riconosce come Sua se ne dissoci pubblicamente senza mandarci all’ufficio del dr. che ne so io.)

“Prescrittiva” è l’introduzione del tutor senza una dovuta contrattazione sindacale (laccio e lacciuolo?) che ne definisca l’inquadramento per ciò che attiene ruolo, compiti, compensi.

“Prescritti” sono i compiti del tutor.

“Prescritto” è persino chi materialmente debba scrivere il portfolio. E proprio lui e non altri.

“Prescrittiva” è l’organizzazione scolastica che arriva a “prescrivere” persino per quante ore debbano mangiare i bambini durante la settimana.

Non continuo per evitare di annoiarLa, ma gli insegnanti, quelli che in queste settimane stanno protestando insieme alle “famiglie”, conoscono bene tutte le vere “prescrizioni”, che sono ben diverse da quelle del prof. Mattozzi, che essi condividono e non “percepiscono” come imposizioni.

La lettera del prof. Mattozzi, si capisce chiaramente, parte dal bisogno di limitare le distanze tra leggi, scuola reale e ricerca scientifica. Lasciare soli gli insegnanti con gli obblighi di far conseguire competenze disciplinari agli alunni nell’indifferenza metodologica e didattica verso le conoscenze strumentali che oggi la ricerca scientifica ha validato può essere visto come un venir meno da parte del legislatore ad un suo obbligo, che è quello di “indicare” “suggerire” buone e valide pratiche, fatti salvi i diritti di libertà da parte degli insegnanti e delle scuole di sperimentare percorsi diversi.

Quando il ministro dice che per superare le carenze linguistiche bisogna fare più analisi logica; quando per superare le carenze in matematica dice che bisogna fare più geometria, cosa fa? Me lo dica Lei professore. “Indica”, “prescrive”? E sulla base di quale autorità? Scientifica, politica? Quella politica le appartiene, ma quella scientifica ce l’hanno i vari proff. Mattozzi esperti di Storia, Linguistica, Matematica; ce l’hanno le associazioni professionali e disciplinari, ce l’hanno i docenti ed in particolari quelli che svolgono ricerca applicata nel vivo della loro azione professionale, cioè tutti quei soggetti le cui “opinioni” né lei, né il Suo ministro sembra gradire.
Altrimenti la scuola diventa una torre di babele di metodologie e didattiche che si autovalidano e autolegittimano, senza nessuna garanzia di coerenza e rigore scientifico. Quello che le associazioni disciplinari chiedono da sempre è che la didattica non sia affidata all’estemporaneità, all’intuizione, all’invenzione dell’ultima ora o, peggio ancora, al ricordo delle proprie esperienze di apprendimento, ma a veri e propri protocolli che garantiscano quella coerenza e quel rigore scientifico che conferiscono all’insegnamento una elevata qualità e specializzazione professionale.
Altrimenti, come nel caso della posizione da Lei espressa, quale è la strada da percorrere se si vuole una scuola di “qualità? Quella del Suo ministro che un giorno sì e l’altro pure fa appello a indagini e pronunciamenti di organismi vari internazionali circa l’arretratezza del nostro sistema formativo, e poi risponde coerentemente diminuendo gli insegnamenti di base e curricolari, Italiano e Matematica compresi (non parliamo poi della Storia)?
La realtà, a mio avviso, è che dietro non c’è niente, la riforma è un bluff che non sopporta la critica, soprattutto la critica di merito, quella di metodo non ne parliamo. Il tutto si basa e si riduce a pochi paradigmi semplici, semplici:
pubblico = improduttivo, inefficace, dispendioso, dequalificato
privato = produttivo, efficace, economico, qualificato
meno scuola pubblica, più scuola privata (tagliare spese, insegnanti, servizi)
la scuola appartiene al governo non al paese (come si concilia l’autonomia con lo spoil system?)
la scuola è un costo, non un investimento
la scuola è un servizio on demand ad personam da parte delle famiglie (la comunità che si esprime sul territorio, gli insegnanti, il tessuto democratico non esistono, o quasi, come non esistono o quasi i valori di riferiemento costituzionali e condivisi).
Questa ricettina, spero Lei prof. Bertagna non la condivida, mi sembra molto poco adeguata, non raccoglie la sfida dei tempi, è persino arretrata rispetto alla scuola che c’è, non raccoglie ed incoraggia le istanze più avanzate del nostro sistema formativo.
E’ una riforma che va avanti guardando indietro, è cieca e non ha prospettive. Concludo dicendo di essa quello che Leopardi attribuiva all’800 nella Ginestra:
“Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.”

Con cordialità
Cosimo De Nitto