tam tam |  sociale  |
Pensionati: chi sogna 500 euro al mese
RAB - 10-02-2004

Oltre 4,4 milioni di anziani vivono con meno di 500 euro mensili.
La denuncia dei sindacati


L’impoverimento degli anziani appare come un fenomeno dai contorni preoccupanti: oltre 4 milioni e 422mila pensionati vivono con meno di 500 euro mensili, 5 milioni e 556mila hanno una pensione che oscilla tra i 500 e i 900 euro, su un totale di circa 16 milioni. Quindi oltre il 75% dei pensionati sarebbero colpiti da un’inflazione almeno “doppia” rispetto a quella annunciata dall’Istat.

I dati sono stati riferiti da Antonio Uda, segretario generale della Fnp Cisl, nel corso della conferenza stampa unitaria promossa dai tre sindacati dei pensionati presso il Centro Congressi Frentani.

Il carovita sta mettendo in seria difficoltà i pensionati, nonostante il Governo neghi un impoverimento della popolazione, attestato sia dai dati Istat che dall’Eurispes”, ha rilevato Betty Leone, segretaria generale dello Spi Cgil, ricordando che le ricerche più recenti svolte dal sindacato evidenziano “una condizione di vita pericolosamente arretrata”. “Migliaia di famiglie composte da pensionati si rivolgono alle mense Caritas per ricevere almeno un pasto caldo al giorno”, ha riferito Uda, osservando che i costi per l’abitazione (affitto o mutuo) sono “lievitati, mentre il Fondo solidale per gli affitti è stato quasi eliminato dalla Finanziaria, così come sono state ridotte le risorse destinate all’assistenza e alla sanità; anche le spese per il condominio hanno subito un aumento”.

Crescita anche nei prezzi degli alimenti e nelle spese sanitarie, a motivo dei ticket ripristinati in molte Regioni su farmaci e servizi. “La maggioranza delle famiglie povere di cui parlano Istat ed Eurispes sono costituite da anziani, in molti casi non autosufficienti”, ha concluso Uda. Il segretario generale della Uilp Uil, Silvano Miniati, ha criticato l’Istat “per l’apprezzamento di ogni singola voce del paniere di spesa: si dà più valore al decoder che al costo del latte. Quando abbiamo chiesto un paniere più sensibile, hanno stralciato le spese relative a canottiere e zoccoli, acquistati spesso dagli anziani”. Se il carovita affligge oggi i pensionati – ha concluso Miniati – “nel 2009 dovremo aspettarci pensioni da fame



...Di fronte ai disagi e alle fatiche di tante famiglie e di tante persone si prenda atto della necessità di una svolta profonda nella sua politica economica e sociale...

Articolo per l'Unità di Livia Turco
16.1.2004


Il governo smetta di fare il gioco delle tre carte sul welfare. O peggio, di ridurlo all’ennesimo teatrino dello scontro politico al suo interno. Non un tavolo del welfare ma uno dei tanti tavoli del tormentone della verifica politica. Di fronte ai disagi e alle fatiche di tante famiglie e di tante persone prenda atto della necessità di una svolta profonda nella sua politica economica e sociale.
Per questo, il governo, se davvero vuole un confronto con le parti sociali e vuole avvalersi di un dialogo in Parlamento, interrompa l’iter della legge-delega sulla previdenza e lo concluda solo nella parte relativa alla previdenza complementare. Introducendo in essa però i correttivi che, non solo i sindacati e le opposizioni hanno chiesto, ma che, proprio l’andamento dei mercati finanziari e la carenza di strumenti di tutela dei risparmi dei cittadini, hanno messo in evidenza come essenziali. Tali correttivi sono: la possibilità per i lavoratori di investire nei Fondi pensione il proprio Tfr sulla base del metodo del silenzio-assenso; il rafforzamento dei poteri di controllo della Cosvit; la distinzione tra previdenza complementare e piani pensionistici individuali; incentivi fiscali per favorire l’investimento del Tfr nei Fondi pensione e garanzie di rendimento del medesimo; l’estensione della previdenza complementare a tutti i settori sino ad ora esclusi a partire dal pubblico impiego e dall’artigianato. Riteniamo utile, inoltre, mettere a punto subito un sistema di incentivi efficace per proseguire volontariamente il lavoro prevedendo benefici sul trattamento pensionistico così come indicato dai sindacati. È inoltre doveroso che, a fronte dei dati che dicono che l’84% dei pensionati Inps è sotto i mille euro mensili lordi e che oltre il 50% è collocato al di sotto di cinquecento euro, il governo mantenga la sua tanto sbandierata promessa dell’aumento delle pensioni più basse! Non solo non è credibile un esito produttivo di un confronto sul welfare con il conflitto sociale aperto sulle pensioni - come hanno sostenuto unitariamente i sindacati - ma è sbagliato separare i problemi della previdenza dalla politica economica, sociale e sanitaria. Una riforma del welfare deve partire dai problemi urgenti del Paese i quali mettono in primo piano il legame che c’è tra il declino economico ed il processo di impoverimento che colpisce in modo trasversale ceti sociali e generazioni. Quello che è necessario al nostro Paese è una politica di sviluppo e di crescita che investa sulle capacità delle persone e sulla promozione del loro benessere. Se si mette al centro della riforma del welfare una nuova fase di crescita e di sviluppo del Paese si chiarisce anche l’ordine delle sue priorità: la piena e buona occupazione, con particolare riferimento a quella dei giovani e delle donne; l’istruzione e la formazione in tutte le fasi della vita; una rete integrata di servizi sociali e sanitari che siano di accompagnamento e di sostegno alla normalità della vita delle persone; forme di sostegno ai redditi più bassi sia attraverso interventi fiscali che di tipo monetario; sostegni a responsabilità familiari per la cura e la crescita dei figli. Lavoro, formazione, sostegno al reddito, rete dei servizi sociali e sanitari: sono le risorse di cui hanno bisogno sia i giovani che gli anziani; sia i genitori che i figli. Sono le risorse necessarie a tutte le generazioni per vivere bene. Sono le risorse che possono consentire una solidarietà e una equità tra le generazioni. Che è la vera sfida della riforma del welfare. La quale non si realizza togliendo a qualcuno per dare a qualcun’altro ma indicando un nuovo traguardo di crescita e di benessere per tutti ed in cui ciascuno sia chiamato a fare la sua parte. In questo contesto, sono sicura che i padri e le madri di oggi - trafelati dal sovraccarico del lavoro di cura per i figli e per gli anziani e preoccupati per il futuro dei loro figli - di fronte a un sistema di protezione sociale che aiuti sia i figli che gli anziani e che consenta loro di prendersi “delle pause” lungo il ciclo della vita saranno disponibili a lavorare più a lungo. Sono sicura che gli anziani, di fronte alla serenità di un reddito e di un servizio sanitario efficiente e personalizzato, ancora più di oggi metteranno a disposizione dei nipoti o di altri anziani o della società il proprio tempo, le proprie competenze, il proprio lavoro. E i giovani potranno trovare la fiducia per fare ancora di più leva sul proprio spirito imprenditivo per progettare il proprio futuro. Insomma, se partiamo dai problemi immediati e futuri del paese, una riforma del welfare deve saper disegnare insieme la riforma degli ammortizzatori sociali, una rete integrata di servizi sociali e sanitari per gli anziani non autosufficienti, l’integrazione al reddito per chi è al di sotto della soglia di povertà, il sostegno alle responsabilità familiari a partire dal costo dei figli, il completamento e l’aggiornamento della riforma Dini sulle pensioni per meglio tutelare i pensionati di oggi e per garantire una pensione decente ai giovani che saranno pensionati domani. Per questo è necessaria una svolta profonda nella politica economica e sociale del governo. Il ministro Maroni rivendica al suo governo il merito di una politica sociale. In realtà è una politica sociale alla rovescia. È quella che nella finanziaria 2004 ha cancellato il reddito minimo di inserimento che ha consentito a duecentomila famiglie di uscire dalla povertà per finanziare la riforma Moratti sul buono scuola per le famiglie che mandano i figli nelle scuole private; ha istituito il bonus bimbo di mille euro per un solo anno dato alle famiglie a prescindere dal reddito; ha operato un pesante taglio di trasferimenti agli enti locali; continua a sottostimare le risorse necessarie al Fondo sanitario nazionale. È quella che ha bocciato in Parlamento la legge che istituisce il Fondo per le persone anziane non autosufficienti e che ha proposto una legge sugli asili nido che li riduce a parcheggi senza garanzie di qualità nella gestione. È quella che abbandona l’applicazione della legge quadro per la rete integrata dei servizi (328/2000), che promuove la svolta repressiva sulla droga ma lascia sole le comunità e i servizi pubblici. È quella che ha elaborato un piano contro l’esclusione sociale senza indicare un obiettivo, un provvedimento, una cifra che contenga uno stanziamento di risorse. L’esito di questa politica è sotto gli occhi di tutti. Per questo chiediamo una svolta. A partire da atti concreti: l’approvazione di una legge che preveda l’istituzione del Fondo per le persone anziane non autosufficienti; la presentazione di un programma contro la povertà e l’esclusione sociale; la riforma degli ammortizzatori sociali. Insomma, il tavolo sul welfare ha senso se il governo ritira la delega sulle pensioni e porta sul tavolo una proposta complessiva indicando priorità, cifre e provvedimenti.


discussione chiusa  condividi pdf