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Se n'è andato Nuto Revelli, partigiano e scrittore
L'Unità - 05-02-2004
La guerra vista dagli ultimi



Di Nuto Revelli ricordo una foto (di Vincenzo Cottinelli): legge, levando gli occhiali da miope, chinandosi su un foglio (un ritaglio di giornale), di lato nella libreria plichi di carte, in un angolo dello studiolo all’ingresso di casa, dove mi capitò poi d’incontrarlo per parlare di uno dei suoi ultimi libri, bello e fresco di una curiosità mai appagata, Il disperso di Marburg (anche nella forma di racconto-indagine con il progredire di un “poliziesco”).

Ci sono state e ci sono ancora tante pagine per ritrovare Nuto Revelli, ma in quella posa severa, nell’evidenza e nella immediatezza della figura, si scoprono subito pazienza, tenacia, metodo, testardaggine: per conoscere, ricostruire, rivedere, conservare, tramandare... Come scrissero Michele Calandri e Mario Cordero, nella dedica a Nuto «per i suoi ottant’anni», aprendo il volume proposto dall’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo: «Nuto Revelli, classe 1919. Una vita spesa a combattere l’Italia delle amnesie, dei vuoti di memoria, delle rimozioni. L’Italia che preferisce la retorica alla responsabilità verso la sua storia. L’Italia che celebra e dimentica».
Nuto Revelli ci ha lasciato, il Tg1 gli ha dedicato un rigo in coda e non stupisce, colpisce semmai amaramente per la sensazione di banalità, di ignoranza, di colpevole insolenza che quella sbrigativa segnalazione comunica. Invece Nuto, malgrado tutto, ci resta accanto: un padre senza retorica della nostra repubblica, della nostra libertà, della nostra cultura migliore, un esempio come lo furono Lalla Romano, che gli era amica e che veniva dalla stessa Cuneo, e Norberto Bobbio con Alessandro Galante Garrone, scomparsi poche settimane prima di lui.

Giorgio Bocca, anche lui di Cuneo, lo ricorda come un coraggioso capo partigiano nel libro appena ristampato da Feltrinelli, Partigiani della montagna, testimonianza, a pace appena ritrovata, di quegli anni di ribellione, di sofferenza, di speranza consumati da tanti giovani.

Nuto salì in montagna che aveva ventiquattro anni, era già stato in Russia, aveva guidato i suoi alpini nella più tragica delle ritirate. Aveva vent’anni e un diploma di geometra, la guerra era alle porte, quando con entusiasmo chiese di essere ammesso all’accademia militare di Modena, «severa come un seminario», diceva lui.

Con il grado di sottotenente fu assegnato al secondo reggimento alpini della divisione Cuneense. I «suoi alpini» erano appena rientrati dall’Albania: «Diventarono i miei maestri. Dialogavo con loro, li ascoltavo. Mi intimidivano. Mi aiutavano a capire, a crescere. Avevano famiglia, la casa al centro di tutto. Il loro unico sogno era una ‘licenza agricola’». Per tornare, per lavorare nei campi, per fare legna. Qualcuno di guerre ne aveva viste altre, tenendo negli occhi la terra, che era poi senza patriottismi soltanto terra da arare, coltivare, per sopravvivere. Con loro, nel luglio del ‘42, nel quinto reggimento della Tridentina, partì per la Russia, scoprì d’essere diventato un aggressore, vide gli ebrei deportati, arrivò in prima linea, sul Don. Poi, nel disastro del fronte, nel disordine dei comandi, nell’incuria dei generali, cominciò la ritirata: «Maledii il fascismo, la monarchia, le gerarchie militari, la guerra. Avevo capito tutto, ma troppo tardi». Ricordò così, il giorno in cui gli venne attribuita la laurea honoris causa... Tra i suoi alpini, che gli chiedevano quando mai sarebbero tornati a casa, aveva capito l’infernale imbroglio del fascismo, della guerra. Intanto l’8 settembre: in un paese allo sbando, tra un esercito e i suoi comandanti allo sbando, decise di salire tra i monti, di riprendere le armi e di combattere ancora contro i nemici fascisti e contro i nuovi padroni nazisti. L’ufficiale degli alpini promosso dall’accademia era diventato capo partigiano. Combattè duramente, al fianco di Livio Bianco e di Duccio Galimberti, nelle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà, fermò persino i tedeschi alla conquista di un varco con la Francia (la sua resistenza consentì agli alleati di liberare Nizza, nel 1944), fino all’aprile vittorioso. Soprattutto, giorno dopo giorno, in quell’infinito “andare a piedi”, lento e angoscioso, dalle steppe russe alle nevi della val Granda, capì che avrebbe dovuto «ricordare»: «Nel ’46 sentii l’obbligo di gridare la mia verità».

La «mia verità»: anche in questa espressione si raccolgono la vita, poi, di Nuto Revelli e la sua accanita modestia, di fronte alle esperienze che aveva attraversato e di fronte ai casi che ancora gli si proponevano. Come capitò ad altri, non si lasciò prendere dalla politica. C’era qualche cosa che gli premeva di più: voleva raccontare quei casi e quelle esperienze, perchè sapeva che era per giustizia che si doveva ridare una parte al mondo disperso dei suoi alpini, dei suoi partigiani, dei contadini, dei poveri, degli ultimi. Mai tardi. Diario di un alpino di Russia (1946), La guerra dei poveri (1962), La strada del davai (1966): sono, insieme, le “verità” della guerra, qualche cosa di grande nella letteratura italiana che cerca il “romanzo” e lo trova in queste pagine che sono documenti, cronaca e dolore insieme, e indignazione e coraggio e pietà... scrittura colta e contaminazione che trae spunto dall’oralità, pulizia formale che aiuta l’immagine: «questa vita da bambi che rincretinisce, che stanca...», «mangio qualche pezzo di rapa, una manata di cavoli crudi: averne!». Come ci è capitato con un altro alpino, Mario Rigoni Stern, un altro Sergente nella neve di memorabile scrittura.

Il lavoro continuò. Nuto Revelli cercò le lettere dei dispersi. Ne acquistò persino da uno straccivendolo di Cuneo l’autorità militare le aveva cedute come carta da macero. Nacque L’ultimo fronte. Lettere di soldati caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale (1977). Altra scena: il paese che cambia, gli anni cinquanta della ricostruzione, gli anni sessanta del miracolo economico. Nella nuova prosperità, altre violenze, altre privazioni, questa volta più morali che materiali. I contadini e i montanari che lasciano i campi e i pascoli, migrano verso le capitali industriali per diventare manovali delle fabbriche, per conquistare un salario fisso. Questa volta è a quel mondo in dismissione che si rivolge l’attenzione di Nuto Revelli, a una cultura che non ha peso, cui non si attribuisce una storia, che non conta e che pure Nuto sente come un patrimonio. E così ne scrive prima ne Il mondo dei vinti (1977) e quindi ne L’anello forte. La donna: storie di vita contadina (1985). Pensa Revelli a chi non ha un nome, neppure un volto.

Con quello che sembra una sorta di ribaltamento va alla ricerca del «disperso di Marburg», pubblicato nel 1994: questa volta il disperso è un soldato tedesco, un ufficiale che si mostra nelle zone di guerra italiane e che sparisce. Ma anche la sua traccia invisibile attraversa un territorio etico: non sarà per forza un tedesco buono, possibile comunque, sarà sicuramente una vittima della guerra, del vuoto che si lascia alle spalle il conflitto. Non è la riabilitazione, questa strada è chiusa dal giudizio storico (e riaperta dall’incuranza volgare dei nostri tempi, persi tra “bravi ragazzi” e “delitti antifascisti”): è lo smarrimento di un individuo nella tragedia collettiva, di un individuo di cui si riconosce la vicenda unica, nell’impossibilità di ritrovarla.

Dopo Il prete giusto (1998), memoria di don Raimondo Viale, antifascista e amico degli ebrei (uno dei Giusti di Israele), l’ultimo libro di Nuto Revelli è stato Le due guerre (2003, anch’esso pubblicato da Einaudi come gli altri), trascrizione di alcune sue lezioni sul fascismo e sulla Resistenza all’Università di Torino: un’altra volta da Cuneo, un’altra volta osservando il grande evento dagli occhi di chi lo soffre e soffrendone riesce a farsene protagonista. Non succede sempre, è accaduto durante la Resistenza, gli ultimi che vanno in testa a rivendicare il loro diritto.
In quegli incontri con gli studenti le aule erano più che affollate: Nuto sa parlare ad altre generazioni. Il suo linguaggio, il suo linguaggio da storico senza il vizio dell’ideologia, colpisce diretto: il fascismo che con lui riviveva era quello della povertà e della fame, delle maestre nelle scuole di montagna che rivestivano i bambini da “figli della lupa” semplicemente perchè non c’era altro per coprirli.

Dai tempi di quegli alpini reduci dall’Albania, “maestri” del brillante ufficiale, Nuto Revelli ha praticato l’ascolto, con umiltà, “ricercatore sul campo” per disposizione d’animo e scelta intellettuale più che per pratica antropologica. Anche in questo, tra il percorrere i sentieri, dialogare, ascoltare e riascoltare (al registratore, anche, come confessa, per correggere le proprie domande e i propri atteggiamenti) si vedono appunto il rigore e la responsabilità, che non concedono nulla. Nuto Revelli aveva imparato a scegliere il “suo” mondo e aveva sentito il dovere di rappresentare, scrivendo, le “sue” verità.Memoria collettiva costruita anche attraverso la fatica individuale di cercare, ritrovare, trascrivere, quasi a costruire il paesaggio globale della nostra esistenza. Ha dato la parola a chi non l’ha mai avuta, a chi è sempre costretto, come diceva un altro grande, dalla parte del torto.

Oreste Pivetta
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