Capitan Findus
Aldo Ettore Quagliozzi - 04-02-2004
Del metodo, ovvero dei 10, 100, 1.000, 10.000 ...metodi


“ Ho trovato, tra i miei appunti, ciò che mi disse il collega C.B. qualche anno fa a proposito della sua arte di insegnare. ( … )

D.S. Quando hai cominciato a insegnare, avevi in mente un modello?

C.B. Nessun modello. Ho fatto quello che mi pareva necessario e ho seguitato a farlo. Io non mi sono mai lasciato incantare da esperimenti all’avanguardia. C’è un unico modello di insegnare che davvero funziona.


D.S. Quale?

C.B. Tu spieghi sinteticamente, ma con chiarezza, l’argomento che i ragazzi devono studiare. Poi indichi con altrettanta chiarezza le pagine del libro di testo dove l’argomento è esaurientemente affrontato. Quindi assegni un certo numero di esercizi che gli studenti sono tenuti a fare a casa per impadronirsi praticamente dell’argomento. Il giorno dopo scegli un paio di ragazzi a caso e li interroghi. Metti un buon voto se hanno imparato la lezione, un cattivo voto se non l’hanno imparata, senza incertezze. E vai avanti così, fino alla fine dell’anno e del programma ministeriale.


D.S. Ma se qualcuno resta indietro, se non ce la fa, se ti vengono dei dubbi? ( … )

C.B. Mai lasciarsi coinvolgere troppo. Quello che faccio basta e avanza. E poi quali dubbi? Io non sono pagato per occuparmi dei problemi esistenziali, sociali, psicoanalitici dei miei alunni. Lo stato mi paga per insegnare e per accertare chi ha imparato e chi no. Faccio questo accuratamente da venticinque anni. Alla fine dell’anno promuovo o boccio. E’ un lavoro di responsabilità, ma lineare. Sono le chiacchiere inutili e gli sperimentatori a tutti i costi che lo stanno rovinando.


D.S. Ma tu insegni esattamente come insegnavano i tuoi insegnanti!

C.B. Beh? Io sono venuto su bene. Vuol dire che il metodo ha funzionato. Perché dovrei cambiare? Cambi chi pensa di essere cresciuto male. Io sono contento di me.”

E’ solo pensabile, ipotizzabile, ascoltare, magari origliando il vicino di tavolo o che so io, un colloquio come quello appena trascritto e che è tratto non da un mio diario personale ma dallo splendido volume di Domenico Starnone “ Solo se interrogato” ?



D.S. sta proprio per Domenico Starnone; C.B. è un non meglio identificato insegnante italiano, ma ha tanta importanza riscoprirne le generalità, o piuttosto in quelle iniziali non è rintracciabile e rinvenibile il tale collega, la tale altra collega, un tale consiglio di classe, un tale altro collegio dei docenti addirittura?
A questo punto, e disvelatane l’origine, quel leggiadro ed illuminante colloquio riacquista quasi una sua veridicità, una fisicità quasi, che è possibile riscontrare nel quotidiano in un corridoio, in un’aula o nella sala dei professori di una qualsiasi scuola pubblica italiana.

E’ il famoso “ metodo di insegnamento “ che si sostanzia e trova corpo nelle mille forme che ha potuto verificare chiunque abbia fatto parte di quell’immensa schiera costituita dagli insegnanti italiani; un “ metodo “ che se ne fa beffa di tutti gli altri metodi, che abbiano o sembrano avere anche un minimo supporto di scientificità, ma che non soddisfano a pieno l’ ego dell’insegnante italiano, al cui estro ed alla cui grande e furbesca improvvisazione sono legate le sorti di tutte le riforme scolastiche, dall’oggi sino al termine della vita umana e non umana sulla faccia della Terra.
E così ora che la scuola italiana si appresta alla epocale svolta voluta caparbiamente dalla signora Brichetto in Moratti, vogliamo ora incautamente attribuirle anche questo di primato, ovvero di avere proceduto e provveduto alla spoliazione della scuola primaria di quel bene supremo e di quel primato che è stato da sempre l’affabulazione degli scolari?
Se è vero e giusto il detto evangelico di “dare a Cesare… con quel che ne segue, ed alla scuola italiana ciò che è della scuola italiana “, orbene quel primato la signora Brichetto in Moratti non lo merita proprio, ché la scuola italiana aveva di per sé provveduto e da tempo alla bisogna, e sempre in virtù del molto personale “ metodo di insegnamento” di ciascuno delle migliaia e migliaia di insegnanti che, all’improvviso, si sono visti sbalzati o innalzati dai banchi delle scuole o delle università alla tanto agognata e non sempre meritata pedana della cattedra.
E proprio per non continuare a romanzare sulla derelitta scuola italiana riporto due brevissime e personalissime vicende scolastiche, allorquando calcavo anche io le pedane della scuola pubblica italiana.

L’atmosfera è quella dei primissimi giorni di scuola durante i quali tutto il tuo essere professorale è teso a prendere le giuste misure dei nuovi pargoli che la ventura, o la sventura a seconda dei punti di vista, o la sorte o il cinico e baro sorteggio di formazione delle prime classi ti hanno assegnato.
Sono quei primissimi giorni durante i quali anche loro, dico i pargoli, cominciano a prendere le misure di tutti quegli extraterrestri che le sventura ha posto loro dinanzi, sventura intesa nel senso che ciascuno di essi naviga solo munito e confortato del tanto osannato e taumaturgico “ metodo di insegnamento “, tanto personale da non potere essere condiviso, o dico soltanto, essere discusso o messo in forse circa la sua pseudoscientificità e validità, in nessun luogo ed in nessun momento della vita della scuola.
Orbene, in uno di questi primissimi giorni di vicendevoli sguardi sfuggenti e di ilari mormorii può essersi anche intrecciato un dialogo di questo tipo.

Prof, che sta per professore: “ Ragazzi, sapreste dirmi una parolina che cominci con la lettera d, come dado ? ”

Alunno o alunna che dir si voglia: “ Professore, io la so !”

Prof : “ E allora diccela “

Alunna : “ Superdash “. Testuale.

Prof: “ E che ne direste se oggi parlassimo dei pesci? “

Grande giubilo dei più, grande sconforto di tanti altri che l’idea di un pesce se la sono fatta solo nelle fattezze che seguono.

Prof: “ Ed allora, ditemi il nome di un pesce a vostro piacere “.

Alunna o alunna che dir si voglia: “ Capitan findus “. Testuale.

Ecco convenientemente rappresentato il grado di affabulazione degli alunni che hanno frequentato in tutti questi recenti anni i banchi della scuola pubblica italiana.


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf