Cani da guardia?
Dedalus - 02-02-2004
Un anno fa, le bandiere della pace. Più o meno un anno fa in numerose scuole di Milano e di tanti altri Comuni venivano esposte le bandiere arcobaleno della pace. Qualcuno ebbe da ridire, si rivolse al Provveditore, al Prefetto, all’Autorità Costituita, perché quelle bandiere fossero tolte dai balconi delle scuole, perché erano una indegna “strumentalizzazione politica” e le scuole, edifici pubblici, dovevano rimanerne indenni, per non parlare poi dei bambini…. Quasi che la pace avesse un colore. Come se lo stesso Pontefice non si fosse espresso sull’argomento in maniera accorata e inequivocabile…
Un anno dopo è la volta degli striscioni contro la riforma Moratti, apparsi all’esterno di molti istituti. Questa volta non si può dire che “le scuole non c’entrano”, “devono rimanere estranee”, dopotutto si tratta della riforma della scuola..! E allora, qualche intraprendente presidente di consiglio di zona si attiva, si prodiga (naturalmente non spinto da “motivi politici” ma solo per “senso dello Stato”) e chiede che Provveditore e/o Direttore regionale intervengano, sanzionino il dirigente scolastico di quella scuola, reo di aver consentito simili “esternazioni”, manifestazioni di dissenso e di offesa nei confronti del governo e di un suo Ministro. Fatte le debite proporzioni e analogie, la sostanza è la stessa: l’insopprimibile tendenza a censurare e reprimere forme di protesta e di dissenso. Forse qualcuno dimentica che il dissenso, la possibilità di esprimere opinioni diverse, in forme assolutamente pacifiche e civili, è il fondamento della democrazia politica, da Montesquieu a Locke a Norberto Bobbio, dai grandi teorici del pensiero liberale alla nostra Costituzione, negli ultimi tempi per la verità sottoposta a dure prove.

In realtà il grave errore di valutazione che si compie è che si vedono le “forme” superficiali di un fenomeno ma non si vogliono fare seriamente i conti con la “sostanza” del problema. E la sostanza, il dato di fondo, è che siamo di fronte a una riforma che almeno metà del Paese (e forse più) non condivide affatto. Questo vogliono dire le ingenti manifestazioni di questi giorni di genitori, insegnanti, cittadini: migliaia e migliaia di persone che scendono in piazza per esprimere la loro opposizione a questa Riforma della scuola, percepita non come positiva “innovazione” ma come “controriforma”. Come non ricordare che tutte le grandi riforme, in passato, hanno avuto il sostegno di ampi schieramenti parlamentari, che coinvolgevano anche l’opposizione (dalla riforma della scuola media ai Programmi delle elementari del 1985, dalla riforma del 1990 a diverse altre leggi)?

Un autorevole “uomo di scuola” come Beniamino Brocca, esponente dell’UDC e di un settore della maggioranza, ha ripetutamente toccato questo tasto e a ragion veduta. Ha scritto un intero libro (“”) per riaffermare i valori della moderazione, del confronto, la necessità del dialogo, della condivisione, della mediazione politica. Soprattutto nella scuola pubblica, ambiente educativo per eccellenza, ove lo scontro frontale, i conflitti e le tensioni non possono certo giovare. Non si può dire, e lo diciamo con sincero rammarico, che abbia avuto molto ascolto. Gli integralisti del polo delle libertà e del MIUR sono andati avanti come carri armati, con la forza dei numeri (a colpi di maggioranza parlamentare), senza tener conto del fatto che gran parte dei sindacati della scuola, delle associazioni professionali, della stessa associazione dei Comuni, oltre che della maggioranza degli operatori scolastici non fosse d’accordo. Per non dire di organi “istituzionali” della scuola come il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione o il Consiglio Universitario Nazionale, che si sono espressi criticamente, nel merito e nel metodo.

In questo contesto, a quanto pare, si pensa di procedere da un lato invadendo televisioni e giornali di spot pubblicitari che decantano le magnifiche e progressive sorti della Riforma (inglese e informatica per tutti, tempo pieno finalmente gratuito, ecc.), dall’altro cercando di impedire o di arginare le forme di dissenso. Così arrivano i primi “ammonimenti” ai dirigenti scolastici, richiamati alle loro “responsabilità” ed al loro ruolo istituzionale. Ma quali responsabilità? I dirigenti scolastici non sono i guardiani del faro, i cani da guardia della Moratti. Forse è il caso di ricordare, per tornare agli striscioni o ai cartelli apparsi in molte scuole, che i dirigenti scolastici non sono i padroni delle scuole, né i proprietari degli edifici, né tantomeno i “servi” del governo in carica (di qualunque colore esso sia). Il dirigente scolastico deve rispettare le forme legittime di espressione della comunità scolastica, di insegnanti e genitori, degli organi collegiali (specie se si tratta di prese di posizione di Collegi dei docenti e di Consigli di istituto), non può impedirle o ostacolarle. Questo non rientra nelle sue funzioni.

E’ fuori discussione (a scanso di equivoci) che è compito e dovere del dirigente scolastico applicare correttamente e fare applicare le norme. Ma qui, nel caso specifico, di quali norme stiamo parlando? Da un lato siamo di fronte ad schema di decreto legislativo appena approvato e ancora senza disposizioni attuative, dall’altro è pur vero che un’altra legge dello Stato, con valore Costituzionale (Titolo V della Costituzione), il D.P.R. n.275/1999, attribuisce alle istituzioni scolastiche competenze in ordine all’autonomia didattica (tempi dell'insegnamento e dello svolgimento delle singole discipline e attività, definizione degli ambiti disciplinari, ecc.) e all’autonomia organizzativa (impiego dei docenti, ogni modalità organizzativa che sia espressione di libertà progettuale in coerenza con il piano dell’offerta formativa, ecc.).

Ma torniamo al punto di fondo, all’aspetto principale della questione. Piuttosto che pensare a interventi autoritari e/o iniziative repressive di tipo gerarchico-burocratico (non si governa la scuola come una caserma) non è il caso di porsi seriamente il problema che una Riforma ha possibilità di successo e di attuazione solo se condivisa, apprezzata, accettata nelle sue linee fondamentali, a cominciare proprio dai dirigenti scolastici e dai docenti?
Non è il caso allora di fare un passo indietro, ascoltare finalmente la voce di genitori e insegnanti, ricercare mediazioni quanto mai opportune, apportare le modifiche necessarie? Così non si va avanti, si va solo indietro. Possiamo capire che questo non sia nel DNA dei vari Adornato, Bondi, Aprea, ecc. ma è mai possibile che non ci si renda conto, anche all’interno dell’attuale maggioranza, che così non si costruisce nulla ma si demolisce soltanto? O dobbiamo proprio concludere, ancora una volta, che anche nella scuola pubblica, come in altri settori (informazione, magistratura, sanità) è questo che si vuole? Se è così, occorre sapere allora che anche qui, inevitabilmente, si leverà alto il grido di Borrelli “Resistere, resistere, resistere” e che questa sarà, appunto, un’altra linea del Piave.


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf