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Un poveraccio iracheno
Warnews - 01-02-2004
Baghdad: un giorno di ordinaria follia


Amarissima e dura testimonianza di un giorno di ordinari attentati a Baghdad del nostro corrispondente Maurizio Pagliassotti. Colazione e bombe, tra la rabbia e la paura degli abitanti ed il morboso accanimento delle televisioni.


Sono seduto al solito tavolo del cafè in Karrada street, zona commerciale di Baghdad, poche centinaia di metri distante dalla famosa piazza dove gli Abrams americani decretarono la caduta della città, con l'abbattimento della statua di Saddam.
Passa un convoglio statunitense composto da tre autoblindo, vanno verso nord.

Un uomo, a bordo di un'auto proveniente in senso opposto alla marcia degli Americani, lancia una granata che manca il bersaglio e piomba tra la gente che affolla la via: donne con la borsa della spesa, uomini che vanno al lavoro, accattoni, lustrascarpe, scolaretti che vanno a scuola con il grembiule stirato.


Un boato fortissimo, le schegge partono in tutte le direzioni, i vetri dei negozi cadono in frantumi. Vedo un uomo cadere, una scheggia lo ha colpito in pieno ed il suo corpo fa un balzo per poi ripiombare due metri lontano.

Superato lo spavento corro verso quell'uomo. Ha il cranio spappolato, la sua testa sembra un'anguria caduta per terra, aperta in due con i pezzi che fuoriescono e tingono tutto di rosso, è disteso sulla pancia.

Mi giro e vedo un altro uomo che urla, ha nella gamba una scheggia e sanguina copiosamente. Urla e piange, fortissimo, le sue braccia sono piene di sangue e le distende alla disperata ricerca di altre braccia che lo possano aiutare in uno sforzo massimo.

Gli Americani fermano il convoglio e tornano indietro, M16 spianati, anche loro sono visibilmente scossi. Urlano di allontanarsi, che sono un bersaglio e che restare nei paraggi è pericoloso. Passano i minuti, arriva la gente, ma non le ambulanze.

Gli Americani dicono che non è compito loro, ridacchiano, "fottuti arabi del cazzo, stavolta si sono ammazzati tra di loro."
La folla si ingrossa, siamo a pochi passi da una moschea sciita e parte una contestazione al grido di "fuori gli Americani dall'Iraq".


I fotografi e le televisioni si accaniscono sull'uomo morto, il telo che gli è stato buttato addosso viene tolto più volte per poter riprendere o fotografare la testa martoriata.

Era la testa di un umile venditore di sigarette, finito in mezzo ad una guerra non sua, di cui molto probabilmente non gli era mai fregato un cazzo, perché qui in Iraq la gente, la massa, ha altri problemi che correre dietro alle telenovelas che piacciono tanto in occidente: Bush, Saddam, le armi di distruzione di massa...

Molto probabilmente quell'uomo questa mattina era incazzato di brutto perché per l'ennesima volta si era svegliato e la corrente elettrica non c'era, la benzina scarseggia in tutta la città, le fogne non funzionano più e la merda viene fuori dai tombini.

E' crepato senza una ragione, solo perché era sulla traiettoria di una scheggia che gli ha centrato la testa.
I media italiani non riportano nemmeno la notizia, solo una piccola agenzia ripresa dal sito di Repubblica.


La restante parte ignora l'accaduto, d'altronde l'uomo morto era solo un poveraccio iracheno che vendeva sigarette.
Nuovi ordini sono arrivati nelle redazioni centrali. Abbassare i toni, non spaventare.

Le notizie sull'Iraq devono infatti essere affogate a metà telegiornale e solo se sono coinvolti americani con un numero non inferiore e due.
In caso di un singolo morto si glissa o al massimo si cita la notizia.

Se invece sono coinvolti solo civili iracheni, in numero inferiore a quattro, si salta bellamente e si va dritti agli ultimi amanti delle veline.

Da Warnews

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