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Nella città dei fantasmi
La storia e la vita quotidiana di un’anziana coppia di ceceni tra le rovine di Grozny. Il tentativo di tornare alla normalità cercando libri tra le macerie


16 gennaio 2004 – Il vecchio dottor Sultan Magomadov ha 74 anni, gli occhi azzurri come il cielo e i capelli bianchi come la neve. Il suo passatempo preferito è andare in giro per Grozny a cercare libri tra le macerie delle case distrutte dalle bombe. Con le sue dita sottili, questo medico settantaquattrenne rovista tra calcinacci, tubature contorte e suppellettili di ogni genere facendo attenzione a non sporcare la sua camicia appena stirata e a non incappare nelle mine antiuomo che infestano la città. Se gli va bene dissotterrerà un vecchio libro di medicina, o una raccolta di novelle di Tolstoj. Nuovi pezzi per la sua libreria di casa. Per colpa della guerra, Sultan ha perso quasi tutto quello che possedeva e ora sta ricostruendo la sua vita, iniziando dalla propria libreria.

Mescolate alla terra di Grozny ci sono le ceneri e la polvere del suo passato. Camminando per le strade non asfaltate, piene di buche e di sporcizia, Sultan calpesta quelli che erano tappeti e quadri, album di famiglia, bibbie e corani distrutti. Le vie attraversano campi coperti da erbacce e macerie che una volta erano biblioteche, musei, istituti di cultura. Oggi Grozny è una città spettrale, un immenso cumulo di macerie, una distesa di edifici diroccati e scalcinati, ridotti a tetri scheletri di cemento. Nella città non c’è acqua corrente e l’energia elettrica arriva solo in pochi quartieri. Andando in giro non si incontra quasi nessuno. L’unica presenza evidente è quella minacciosa dei soldati russi in mimetica armati fino ai denti. I loro posti di blocco sono ovunque e la gente ne ha paura. Nessuno lo direbbe, ma nei condomini diroccati di Grozny vivono, o meglio, sopravvivono, 200mila persone. Addentrandosi tra le rovine di cemento si scoprono tracce di vita del tutto inaspettate, insediamenti di persone che cercano di ricreare una parvenza di vita normale.


Sultan e sua moglie Zainap sono tra questi. Da fuori il loro palazzo sembra deserto, abbandonato. Ma quattro dei dodici appartamenti di cui è composto sono di nuovo abitati dai vecchi inquilini scappati dopo l’invasione russa del ‘99. Quando, nel marzo 2000, sono tornati a casa da un campo profughi in Inguscezia, i coniugi Magomadov l’hanno trovata in uno stato pietoso. Due stanze erano distrutte da una missile che aveva centrato il loro piano: le hanno murate. Le altre pareti erano un colabrodo a causa dei fori dei proiettili d’artiglieria: le hanno ricoperte con una carta da parati a righe bianche e argento, l’unica che hanno trovato; ma almeno i buchi non si vedono più. I vetri alle finestre erano in frantumi: li hanno rimpiazzati con teli di plastica trasparente. Nella sala da pranzo campeggiano gli unici tre mobili sfuggiti agli sciacalli che imperversano nelle abitazioni abbandonate: un vecchio frigorifero, una sedia a dondolo di vimini e la libreria di legno, piena dei libri di Sultan. La finestra è ornata da una tovaglia usata come tenda e da un piccolo vaso di violette, fuori, sul davanzale. Sultan ha riparato le condutture del gas e dell’elettricità usando pezzi di tubi trovati in giro per la città. Ma l’acqua manca. Zainap, nonostante i suoi 66 anni, due volte al giorno va in un campo dietro casa, che una volta era un giardino e oggi è un fangoso acquitrino. Lì è rimasta intatta una fontanella pubblica. Zainap vi riempie un secchio d’acqua e lo porta su per le quattro rampe di scale che conducono al loro appartamento.

Sultan è fortunato perché, nonostante la sua età, ha ancora un lavoro: un miraggio per il 70 per cento dei suoi concittadini. Lavora nel reparto di radiologia del Policlinico numero 7, dove funziona l’unica macchina a raggi X della città. Un vecchio pezzo da museo che solo lui sa usare. Nel magazzino dell’ospedale ce n’è una nuova di zecca ancora smontata dentro la cassa d’imballaggio, dono della cooperazione internazionale, che però nessun tecnico straniero ha mai avuto il coraggio di venire a montare. A fare le lastre da Sultan vengono soprattutto bambini feriti dall’esplosione delle mine (circa mille solo a Grozny nel 2003), da proiettili vaganti (le sparatorie per strada sono all’ordine del giorno) o da schegge di esplosivi (quotidiani anche gli attentati dinamitardi dei ribelli separatisti contro le pattuglie militari russe), o ancora quelli che si sono rotti un braccio o una gamba cadendo mentre giocano nei palazzi diroccati, luogo prediletto per i giochi di strada dei bambini di Grozny.

Sultan e Zainap si sono conosciuti in Kazakistan, dove i loro genitori, assieme ad altri 600mila ceceni erano stati deportati nel 1937 da Stalin. Anzi, 400mila, perché 200mila morirono durante il viaggio, mentre erano stipati nei carri bestiame. Dopo essersi laureati, in medicina lui e in odontoiatria lei, e soprattutto dopo la morte di Stalin, alla fine degli anni Cinquanta sono tornati a Grozny, al tempo la più grande, moderna e cosmopolita città del Caucaso settentrionale. Sultan se la ricordava a mala pena: aveva solo sette anni quando l’aveva lasciata. Per Zainap era la prima volta: nel ’37 lei non era ancora nata. Dopo essersi sposati, lui ha trovato lavoro all’ospedale, lei in una clinica dentistica. Hanno avuto dei figli e vissuto una vita felice. Fino a quando, dopo il crollo dell’Urss e la proclamazione dell’indipendenza cecena, la città si è trasformata in un covo di malavita, crocevia di traffici illeciti di ogni genere. Poi, nel 1994, arrivò la guerra. Il 26 dicembre del 1994 l’aviazione russa iniziò a bombardare la città. Sultan e Zainap si rifugiarono con i figli nei sotterranei di un vicino palazzo assieme ad altre tredici persone. Vi rimasero fino all’ultimo dell’anno, primo giorno in cui non si sentivano più i boati delle bombe. Usciti trovarono la città distrutta, avvolta dal fumo nero e acre degli incendi, presidiata dai carri armati e dai militari russi. La loro casa era stata colpita da una bomba, ma era ancora abitabile.


Venti mesi dopo, nell’estate del ’96, la guerra finì, ma la pace durò poco. Nel settembre del 1999 l’esercito russo occupò di nuovo Grozny, questa volta con uno scopo ben preciso: raderla al suolo, isolato per isolato, al fine di fare terra bruciata per i guerriglieri indipendentisti che si nascondevano nella città. E così è stato. Sultan e Zainap questa volta sono stati costretti a scappare. Si sono rifugiati in Inguscezia, dove hanno vissuto nelle tende di un campo profughi fino al marzo dell’anno dopo, quando hanno deciso di fare ritorno nella loro città. L’hanno trovata ridotta a un cumulo di macerie. L’ospedale di Sultan era danneggiato, ma per fortuna ancora aperto, cosicché lui ha subito ripreso a lavorare, anche se con una paga miserrima. La clinica odontoiatrica di Zainap, invece, era distrutta. Lei, assieme ai suoi colleghi e gli abitanti del quartiere, l’hanno ricostruita mattone per mattone e l’hanno riaperta. Ora lei guadagna ancor meno del marito, dato che per scelta non fanno pagare le cure prestate ai profughi rimpatriati, vale a dire la quasi totalità della clientela.

Sultan ha iniziato a raccogliere libri, perché secondo lui “la cultura è la miglior cura, forse l’unica, per le sofferenze della Cecenia. Il mio Paese – dice Sultan – non è stato distrutto dalle armi, ma dall’ignoranza. Anche gli dèi – Sultan cita il poeta tedesco Friedrich Shiller – sono disarmati contro la stupidità”.

Enrico Piovesana
su Peacereporter


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