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La costruzione del tempio
Rossana Rossanda - 27-01-2004

Grazie all'esperienza dell'esilio, gli ebrei sono da sempre avvezzi ad almeno due culture, due ordinamenti sociali, due lingue. A ibridazioni continue, insomma, da cui la nascente Europa dovrebbe trarre esempi preziosi. Per Einaudi, «Il posto degli ebrei» di Amos Luzzatto

Se gli attuali legislatori e consiglieri della scuola, di maggioranza e di opposizione, avessero buon senso il libro di Amos Luzzatto: Il posto degli ebrei (Einaudi, pp. 84, euro 7) sarebbe un prezioso aiuto didattico per le scuole dell'obbligo. Perché c'è un solo modo di diventare sul serio repubblica europea, laica e in quanto tale garante della multiculturalità del continente: insegnare ai giovani «le» religioni come parti importanti della storia, tradizione e presente delle popolazioni che vi abitano. Questo non succede laddove esiste un concordato con le chiese, per cui la loro è «la» religione pubblicamente insegnata, lasciando al più al cittadino la scomoda libertà di non far frequentare l'ora fatale di studi al figlioletto. E la religione pubblicamente insegnata, da noi il cristianesimo cattolico, è dottrina più che storia, col risultato che gli italiani sono ignorantissimi anche di quella che sarebbe la religione loro. Né ne informa l'ateismo militante il quale mette in guardia sulle connessioni che nei tempi e ancora oggi esse hanno con il potere degli stati. Sarebbe invece compito della repubblica insegnare «le» religioni e non facoltativamente come parti non irrilevanti delle vicende della civiltà; insegnamento che soltanto in uno stato laico, non partecipando della interdittività che ogni fede rivelata esercita verso le altre, sarebbe la premessa del rispetto dell'una per l'altra. Non a caso nessuna autorità religiosa guarda con favore a questo tipo di scuola, preferendo avere ciascuno la propria, e non desiderando che quella pubblica restituisca le tradizioni religiose alla formazione dell'obbligo lasciando invece alla coscienza dei singoli l'adesione praticante a questa o quella. Questo passo, nonostante le richieste della sinistra d'una volta l'Italia è lontana dall'aver fatto, ma se la Carta europea resisterà alla pressione vaticana per introdurvi le «radici cristiane», come pare che avvenga soprattutto per l'opposizione della Francia, c'è speranza che prima o poi renda possibile, anzi doverosa, la conoscenza e le tradizioni altrui come della critica illuminista ad esse rivolta. Detto in altro modo, se ci fosse un'ora di insegnamento delle religioni i miei figli li manderei.

E di quali libri li vorrei dotati? Vorrei avere per le chiese cristiane e per l'islam libri come questo di Luzzatto. Perché è un volumetto chiaro e accessibile, ricco di informazioni, singolare esempio di illustrazione dell'ebraicità, con una pietas - l'autore è anche il capo della comunità ebraica in Italia - che non rinuncia al metodo storico-critico. E' questo che ne fa un lavoro denso di problemi che potrebbero fare la gioia d'un insegnante (statale). Insomma, un modello.

A partire dal titolo apparentemente sommesso: Il posto degli ebrei, che vuol dire cercare di definire gli ebrei nelle loro idee fondanti, nella loro storia e nei luoghi del loro insediamento sul pianeta. Da questi Luzzatto deduce la doppia domanda che ognuno dovrebbe farsi: chi sono gli ebrei? sono stati sempre come oggi?, mettendo in guardia da classificazioni facili, che più sono parziali più si pretendono esaustive. Sono un popolo, una religione, una nazione, una razza, un'etnia. Tutti conoscono l'alone funesto che circonda la parola razza, ma nessuna definizione è del tutto innocente perché tutte si sono rivelate per gli ebrei pretesto per una discriminazione più o meno crudele. Luzzatto conclude che sono soprattutto una religione ma in quanto una religione non è soltanto un insieme di testi e precetti, ma tutto quel che attorno ad essi si è andato sedimentando e facendosi costume, comunità, percezione pubblica e privata di sé. Ma agli ebrei è propria l'esperienza dell'esilio, che è appartenuta a molti ma per essi è stata costante dalla distruzione del tempio nel 70 d.C. alla metà del secolo scorso. E dalla distruzione del tempio gli ebrei sono stati senza terra. E per di più maledetti fin dal primo cristianesimo come coloro che hanno voluto la crocifissione di Cristo il Messia, nella quale non ebbero invece alcun luogo. Alla commistione con le genti delle diverse terre e in cui si sono insediati o hanno provato rifugio, si è dunque aggiunto il senso della perdita, l'essere ospite tollerato quando non perseguitato e cacciato, continuamente messo in condizione o di rinnegarsi o restare segnato d'una qualche estraneità. E dopo la Shoa, avvenuta nel bel mezzo del secolo che si considerava il più progressista, soprattutto questo è stato avvertito dalla generazione dei più giovani, dei figli di chi nella Shoa è perito o alla Shoa è sopravvissuto: come se il voler essere cittadino come gli altri, quell'assimilazione che nonni e padri avevano potuto vivere talvolta senza drammi nella diaspora - come nel Risorgimento italiano - implicasse una sorta di tradimento per la schiera di vittime che ogni ebreo ha alle spalle. Di qui anche una forte tentazione identitaria e il rifiuto dell'universalismo come pericolosa illusione.

Il metodo suggerito da Luzzatto va in tutt'altra direzione. Egli è uomo di scienza e suggerisce anzitutto la verifica degli strumenti usati per qualsiasi classificazione (che è più e meno di una identità). La prima lezione che gli è venuta dalla vicenda della famiglia e dalla formazione culturale, è che il modo col quale si definisce l'altro o si viene definiti raramente è innocente, e per gli ebrei è stato spesso mortale. E' un ammonimento per sempre agli ebrei ma dovrebbe esserlo anche per i cristiani, che non possono non riflettere sul perché sia occorsa una maledizione per staccare la loro nuova religione dalla tentazione delle sue origini.

Luzzatto su questo non insiste, al contrario: propone che la specificità dell'esilio, subita e vissuta come precarietà e pericolo sia assunta come esperienza positiva, proprio di coloro che da secoli sono stati avvezzi almeno a due culture, due lingue, due ordinamenti sociali, e quindi alla reciproca ibridazione - perché una qualche ibridazione avviene anche nella differenza dei poteri degli statuti (chi rifiuta è segnato dal suo «no», dove si proiettano tutte le paure dell'altro, inclusi i suoi propri fantasmi). Ma l'essere stati sempre minoranza è capace di conservare una grande tradizione è una qualità che altre genti non hanno; e se comporta il pericolo non impaurito ripiegamento di sé per aver subito il peggio, può invece rovesciarsi in saggezza ad altri sconosciuto. Questo sostiene Luzzatto. E al momento della formazione dell'Europa lo propone come esperienza preziosa del vivere in pluralità delle genti. L'esilio, la gola, come dunque grande prova di formazione per chi lo ha subito - lettura quant'altro mai biblica - e grande ammonimento per chi ha ceduto alla tentazione di imporlo. I paesi del nostro continente non possono non riconoscervisi.

Luzzatto abborda in questi termini anche la questione di Israele: il bisogno e la possibilità di ancorarsi in uno stato-nazione di chi non lo aveva da molti secoli ma è nella stessa fase nella quale l'essere nazione si poneva anche a molte popolazioni arabe, appena uscite dal dominio ottomano o inglese. Gli uni e gli altri, gli ebrei affluiti in Palestina e gli arabi che non ne accettavano la presenza sono diventati prigionieri di un rifiuto reciproco che oggi è diventato conflitto morale. Ma bisogna convivere, accettarsi. Per il Medioriente come per l'Europa, questa voce ebraica italiana va alle radici del «perché no» come il medico va alle cause della ferita, cercando più ragioni che colpe e con la percezione del dolore delle umane cose.

In questi anni di riflusso verso identità rigide e indeclinabili Il posto degli ebrei parla una lingua rara. Bisogna essergliene grati.

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